Viaggio nella Spoleto di 2700 anni fa

SPOLETO – Un’intera sala del Museo Archeologico di Spoleto è dedicata agli straordinari scettri del re e ai corredi funebri dei piccoli principi guerrieri.
 
Il museo che Giulio Carlo Argan aveva in mente non era solo un luogo di apprendimento, di scuola, ma una sorta di “nuova scena urbana, nuova piazza, luogo di incontro e di scambio culturale, metafora dei valori della società, nuovo “centro” capace di esercitare sulla città e sulla civitas un forte potere seduttivo, assumendo all’interno dello spazio urbano il ruolo un tempo svolto dal tempio, dalla cattedrale, dal palazzo comunale”.
 
Il Museo Archeologico di Spoleto ha, se possibile, un ulteriore fascino, collocato com’è in uno di quei contesti urbanistici antichi intensamente edificati, abbattuti e ricostruiti dall’opera multisecolare dell’uomo. Ne è risultato un tessuto di strati di pietra che può essere preso a simbolo e genoma di Spoletium “città fenice” , la città che rinasce ciclicamente sulle rovine dei terremoti, degli assedi, dell’incuria. La struttura è infatti un’orditura bimillenaria di edifici di pietra stratificati su se stessi, a ridosso del Teatro Romano del I sec. d.C. e della Chiesa di Sant’Agata (XI sec.). L’area testimonia le profonde trasformazioni operate sull’originario complesso architettonico dalla comunità religiosa benedettina che qui viveva sin dai primi anni del Quattrocento.
 
Un silenzio sacrale accoglie il visitatore che ha subito la sensazione di inoltrarsi in una dimensione temporale diversa, totalmente separata dal contesto cronologico del presente. Si ha la percezione di varcare un confine e di entrare in contatto con il Tempo che diventa Storia, con quello che Friedrich Hegel chiamava Weltgeist: la vicenda di un popolo che incarna e diventa lo Spirito del Mondo.
 
Sul lato del complesso architettonico che guarda il teatro, la comunità monastica edificò nel Quattrocento un monumentale chiostro di nove arcate poste su pilastri ottagonali di cotto con basi e capitelli in pietra intagliata. Orientato a sud, il portico si affaccia direttamente sull’ampia cavea del Teatro Romano e oggi, da ampie vetrate, la luce del sole inonda le sale al primo piano del museo, illumina la raccolta di epigrafi ed epitaffi d’epoca romana, esalta la gravità delle parole incise sulla pietra .
 
Al primo piano, dopo una tortuosa scalinata di pietra, forse risalente all’antica sede monastica, si apre la sala allestita con gli straordinari reperti della necropoli di Piazza d’Armi: inizia qui il viaggio emozionale, prima ancora che conoscitivo e scientifico nella Spoleto di 2700 anni fa: la storia restituita di un popolo la cui memoria si era persa nelle nebbie di tempi remoti .
 
La sala degli scettri e i corredi dei piccoli principi Alcune scoperte archeologiche appaiono come memorabili: aprono una sorta di spartiacque, una linea di demarcazione con le precedenti acquisizioni e teorie. Gli scavi di Piazza d’Armi, secondo gli studiosi, rappresentano una eccezionale testimonianza, proprio perché scrivono la storia, sin qui poco conosciuta, dei popoli dell’Umbria meridionale in epoca preromana.
Sono 54 le tombe portate alla luce dagli archeologi dopo una serie di ritrovamenti legati agli scavi di alcuni cantieri edili nella prima periferia spoletina. Nonostante le spoliazioni avvenute già in epoca romana ed i danneggiamenti causati nell’area dalle pratiche agricole e dalla realizzazione di strutture viarie o di opere di canalizzazione avvenute nei secoli successivi, l’area funeraria ha consegnato agli studiosi una grande quantità di reperti .
 
I “pani” di terreno nascondono altre scoperte Gli oggetti in mostra, in alcuni casi di straordinaria importanza storica, e che ci danno una serie di importanti informazioni sugli abitanti della Spoleto preromana, appartengono solo a una decina di tombe della necropoli. Le operazioni di ricomposizione, restauro e studio, che si avvalgono anche di sofisticate apparecchiature di indagine, sono infatti necessariamente lunghe e complesse per la condizione di naturale deterioramento in cui si trovano i materiali archeologici. I processi chimico-fisici di corrosione ed alterazione dei metalli, lo schiacciamento del vasellame causato dallo stesso peso del terreno e delle pietre e delle lastre poste a delimitare i tumuli, che hanno naturalmente compresso i sottostanti fragili contenuti, hanno imposto ai ricercatori una grande attenzione nelle pratiche di scavo. Anche a causa della durata dei lavori e per le condizioni meteorologiche spesso avverse nel periodo degli scavi, dopo le necessarie indagini preliminari indagini, si è deciso in molti casi di asportare interi “pani” di terreno, che sono stati avvolti in una specie di velo. Così “impacchettati”, i reperti inglobati nel terreno sono stati trasportati ed immagazzinati in appositi locali del museo per essere, via via, esaminati e restaurati in un ambiente protetto. Da questi materiali si ritiene possano emergere ulteriori importanti scoperte.
 
Le tombe a circolo Le tombe a pianta circolare portate alla luce a Piazza d’Armi sono comuni a tutte le etnie che compongono l’antica cultura degli Umbri e sono in tutto simili ai kurgàn, (dal russo , tumulo, sepoltura ), le sepolture da cui gli studiosi dettero il nome al popolo che praticava l’inumazione dei defunti e che abitava le pianure della Russia meridionale all’incirca dal IV millennio avanti Cristo.
Maestri nell’allevamento dei cavalli, con l’invenzione dei carri da guerra , i Kurgàn rivoluzionarono le tecniche militari che prima erano basate sulla forza d’urto dei guerrieri appiedati.
Quando in più ondate migratorie invasero l’Europa, ribaltarono le matriarcali, egualitarie culture dei popoli che trovarono sul loro cammino, imponendo una società di guerrieri, strutturata per classi e con vertici aristocratici che perpetuavano il potere in modo ereditario. Il fatto che nel loro viaggio dalle steppe a sud degli Urali , attraverso i Balcani , il Mar Nero , l’Europa danubiana e l’Adriatico, verso le fertili sponde mediterranee, i fieri cavalieri delle steppe ponto/caucasiche si siano mescolati ai popoli autoctoni, ai cosiddetti Aborigeni , resta un’ipotesi. Gli studi attuali studi concordano sull’origine autoctona degli antichi Umbri, gli “ Ombrikoi”, come li chiamavano i greci,” un popolo estremamente grande ed antico”, secondo Dionigi di Alicarnasso. Plinio li definì “gens antiquissima Italiae”.
Un popolo, però, che, tranne l’eccezionale ritrovamento delle Tavole Iguvine conservate a Gubbio, ha lasciato poche tracce di sé.
 
L’importante scoperta spoletina conferma come gli Umbri, pur nelle varie diversificazioni territoriali ebbero una forte contiguità linguistica e soprattutto religiosa, legata al culto dei morti e caratterizzata dalla pratica della tumulazione. Accanto ai morti venivano posti corredi funebri più o meno ricchi, a seconda della classe sociale di appartenenza del defunto. Una ritualità funebre che testimoniava una rilevante attenzione alle pratiche funerarie, al culto dell’Oltretomba e alla memoria dello scomparso , qualsiasi fosse il suo stato sociale. Spesso il corredo conteneva anche oggetti “defunzionalizzati”, simbolici, ma che avevano la loro “utilità” nel viaggio verso il mondo dei morti. In tal senso, secondo gli archeologi i reperti della necropoli spoletina testimoniano molte nuove acquisizioni: sicuramente la gens di questa necropoli apparteneva a un popolo non più nomade, molto attivo negli scambi commerciali con gli altri popoli “ italici” e soprattutto con gli Etruschi che occupavano le terre ad ovest della grande pianura, oltre i monti Martani.
 
Una città “cerniera” Almeno in parte, le sepolture sono fortunosamente scampate ai saccheggi dei secoli successivi, alle spoliazioni operate soprattutto dai conquistatori romani , grandi predatori di metalli che venivano fusi per realizzare armi , corazze, statue, monili e utensili. Ma, nonostante altri successivi danneggiamenti, anche involontari, provocati in taluni casi anche da lavori agricoli in epoche recenti o contemporanee , la necropoli di Piazza d’Armi ha sin qui restituito, relativamente alla porzione di tumuli esaminati in modo completo, un rilevante numero di corredi funerari che, secondo gli archeologi, sono di eccezionale rarità ed unicità e forniscono finalmente fonti storiche preziosissime per la conoscenza di un’epoca storica che, per molte ragioni, ci ha lasciato poche testimonianze. I corredi, veri e propri status symbol delle élites guerriere ed aristocratiche che trenta secoli fa dominarono questa porzione dell’Umbria meridionale, ci consegnano anche la memoria delle attività quotidiane della gente comune, delle personali vicende e delle attitudini degli uomini, delle donne e dei bambini che vissero e morirono a Spoletium circa cinquecento anni prima della conquista romana. Gli archeologi ritengono infatti che con la scoperta di Piazza d’Armi si sia acquisito un “quadro del tutto nuovo della società e dell’artigianato artistico di un centro che tra la fine del secolo VIII e la metà del VI secolo avanti Cristo ”fu cerniera tra il mondo etrusco, falisco, laziale e sabino, l’Abruzzo e il Piceno e che accolse numerose e varie influenze, ma seppe elaborare anche linguaggi e tecniche in parte nuovi”.
 
Forti e di alta statura Le analisi antropologiche preliminari sul campione di sepolture indagato (circa un quinto del totale) ha già rivelato importanti indicazioni sulla qualità della vita, sui costumi, sulla salute della gens tumulata nella necropoli spoletina. La comunità che abitava Spoleto 2700 anni fa, era formata da individui sani, caratterizzati da un positivo sviluppo osseo e da scarse patologie. Ottime le inserzioni muscolari, assenti le patologie da deficit nutrizionale, quasi assente la carie dentaria. La statura media per l’epoca era elevata (un metro e settanta per gli uomini e un metro e sessanta per le donne). Aspetti legati ad un’alimentazione caratterizzata da buon apporto di proteine e di calcio e quindi prevalentemente a base di carne. Una dieta ricca di elementi proteici e quindi tipica di una etnia dedita soprattutto all’allevamento e alla caccia e meno alla coltivazione ed alla raccolta dei cereali. Questa alimentazione consentiva alle donne lunghi allattamenti (fino ai tre anni) con ottimale trasferimento di protezione immunitaria da madre a figlio e quindi con bassa mortalità neonatale e della prima infanzia.
Ma c’è un ulteriore aspetto che gli studiosi ritengono ancora più importante: l’allattamento prolungato era anche un fattore contraccettivo, cosicché le madri spoletine, durante la loro esistenza, potevano avere meno figli e curarli di più, facendoli crescere più forti, mentre loro stesse, per le scarse gravidanze, avevano migliori aspettative di vita. I pochi bambini rappresentavano il futuro della comunità ed erano quindi oggetto, a differenza di altri popoli, di grandi attenzioni e di una evidente considerazione sociale.
 
Gli scettri e le asce Nonostante i saccheggi subiti, il sepolcreto della famiglia reale ha conservato , solo nella tomba principale, ben quattro scettri, di cui due di raffinatissima fattura. Secondo gli archeologi essi “non solo non trovano confronti precisi, ma possono essere considerati gli esemplari più belli e anche scientificamente più importanti finora trovati in Italia.” Due degli scettri sono di bronzo fuso, gli altri due in ferro e bronzo e sono caratterizzati da un corpo bivalve. La decorazione di questi ultimi presenta una tecnica analoga a quella dell’agemina che consiste in un intarsio su metallo effettuato con un altro metallo prezioso e di diverso colore che viene incastrato in solchi tracciati sulla superficie da decorare , secondo un preciso disegno ornamentale. L’ageminatura riproduce raffigurazioni tipiche del repertorio iconografico religioso italico. Sono scene di grande suggestione. Il re viene raffigurato vicino a un cavallo a due teste. Sull’altro lato dello scettro, è rappresentato un lupo che azzanna un cavallo. Le forme esaltano il potere del sovrano che sottomette e addomestica animali mostruosi e fantastici. Gli altri due scettri, di maggiore consistenza e di notevole spessore e peso, hanno foggia piriforme e sono entrambi costituiti da bronzo fuso in unico getto. Tutti e quattro gli oggetti sono il simbolo vistoso e tangibile del potere politico e religioso incarnato in vita dal defunto. Come affermano gli studiosi “siamo di fronte ad un personaggio che sembra essere connotato non solo come principe, ma proprio come un re, il più antico re di Spoleto”
 
Ma che tipo di re era quello di Spoleto? Somiglia a Agamennone, figlio di Atreo, re di Argo e di Micene, che si avvia, scettro in mano, a scatenare la sanguinosa guerra troiana:
 
“sorge, e del letto su la sponda assiso
una molle s’avvolge alla persona
tunica intatta, immacolata; gittasi
il regal manto indosso; il piè costringe
ne’ bei calzari; il brando aspro e lucente
d’argentee borchie all’omero sospende,
l’invïolato avito scettro impugna,
ed alle navi degli Achei cammina”.
(Omero, Iliade, libro II, traduzione di Vincenzo Monti).
 
Filippo Delpino, nel saggio“ Regalità e potere”, riportato nel catalogo della mostra museale spoletina, afferma che “Il re – basileus è in Omero il capo di una comunità politica, per lo più di ridotta estensione territoriale; il suo potere, spesso ereditario e simbolizzato dal possesso dello scettro, implica oltre a quelle propriamente politiche, funzioni religiose, militari e giudiziarie”.
 
Ma i re dell’epoca omerica , che è la medesima in cui vissero i re spoletini, erano non solo guerrieri, cavalieri e cacciatori, ma anche esperti falegnami e carpentieri.
Nelle tombe appartenenti al gruppo della stirpe regale o comunque al ceto elevato dei guerrieri di Piazza D’Armi, infatti, sono state scoperti asce ed utensili per la lavorazione del legno. Una grande ascia è presente anche nella seconda tomba regale che conteneva cinque punte di lancia in ferro e due morsi da cavallo, forse parte di un carro da guerra simile alla biga ritrovata in modo avventuroso a Monteleone di Spoleto e ora conservata al Metropolitan di New York.
Gli studiosi ne sottolineano la mole e la diversa tipologia più tipica dell’insegna politica e del duplice potere religioso e militare del sovrano.
 
Ma è indubbio il riferimento al ruolo simbolico del falegname-carpentiere e la connessione dell’oggetto con l’elevato rango dei guerrieri della antichissima città di Spoleto che dovevano somigliare alla coeva figura di Ulisse, omerico sovrano di Itaca, re guerriero e maestro d’ascia:
 
“Una scure grande gli diede [Calipso], da impugnare a due mani,
di bronzo, affilata a due tagli: v’era infisso
un bel manico di legno d’ulivo;
gli diede inoltre una lucida ascia. S’avviò
verso l’orlo dell’isola dov’erano gli alberi alti:
l’ontano e il pioppo e, alto fino al cielo, l’abete,
stagionati, secchi, che galleggiassero lievi.
Dopo che gli ebbe mostrato dov’erano gli alberi alti,
 
se ne andò verso casa Calipso, chiara fra le dee,
ed egli cominciò a recidere tronchi: lavorava rapidamente.
Ne abbatté in tutto venti, li sgrossò con la scure di bronzo,
li spianò a regola d’arte e li fece diritti col filo”.
(Omero, Odissea, V).
 
“Dopo, recisi la chioma all’ulivo dalle foglie sottili:
sgrossai dalla base il suo tronco, lo piallai col bronzo,
bene e con arte, e lo feci diritto col filo,
e ottenuto un piede di letto traforai tutto col trapano.
Iniziando da questo piallai la lettiera, finché la finii,
rabescandola d’oro e d’argento e d’avorio.
All’interno tesi le cinghie di bue, splendenti di porpora”.
(Omero, Odissea, XXIII).
 

Vincenzo Cementi

 
Per le foto e le informazioni fornite si ringraziano l’archeologa Luana Cenciaioli e la Soprintendenza Archeologica dell’Umbria (www.archeopg.arti.beniculturali.it).
Per ulteriori informazioni sugli scavi, si può contattare l’Associazione Culturale Astra Onlus (e-mail: astra-onlus@tiscali.it).
Tutte le notizie sugli scavi sono reperibili nel libro “Spoleto 2700 anni fa : sepolture principesche dalla necropoli di Piazza d’Armi” a cura di Maria Laura Manca e Joachim Weidig, edito dalla Soprintendenza per i beni archeologici dell’Umbria.
 
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23 novembre 2015 Vincenzo Cementi

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