Sulle soglie dell’Eterno, la Pieve di Santa Maria Assunta

La bella facciata della chiesa di Santa Maria Assunta a Pieve (Cerreto di Spoleto)

CERRETO DI SPOLETO – Uno dei simboli della Trinità, tra i più criptici nell’arte sacra della Valnerina ed allo stesso tempo tra i più profondi ed evocativi, è il rosone della chiesa romanica di S.Maria Assunta scandito nell’eternità del marmo da un doppio ordine di colonnine binate: nove compongono il circolo interno – espressione dell’idea divina in tutta la sua potenza astratta -, diciotto l’esterno – metafora algebrica pentagonale piramidale che nella simbologia esoterica rimanda alla creatività creazionistica dell’animo e della carne.
 
Al centro, la rosa araldica a cinque petali, allegoria del supplizio che consacrò il Cristo alla Gloria della Croce, dalla quale sboccia l’area raggiera del rosone, inscritto in un quadrato di roccia che qui diviene fondamento della congiunzione astrale dei quattro punti cardinali e metafora ieratica dell’universo demiurgico, rappresentazione antitetica del trascendente che, in Valnerina, si eleva oltre le sacre croci di montagna.
 
La simbologia numerica del rosone, scolpita tra petali di mosaici marmorei, è squisitamente teologica: allude al misterio trinitario nella sua indivisibile unità e proclama tra gli incensi sacri del tempio la presenza nei tre stati dell’essere della Trinità, cuore inesausto della manifestazione universale e che connota inosorabilmente il numero tre, frammento algebrico che conduce alla comunione fra le anime smarrite tra le latitudini della vita terrena. Nove, multiplo generato dalla elevazione aritmetica, qui diviene ontologia dei cori angelici e delle loro voci, circoscritte in tre triadi e racchiuse nell’andamento sinuoso del simbolo che conserva nei meandri nell’investigare umano l’idillio della creazione e della salvezza.
 
Il motivo centrale della rosa a cinque petali riproduce, nel laconico ventre del marmo, il numero “nuziale” pitagorico: cinque, prodotto dell’unione del tre, primo dei numeri dispari, col due, primo dei numeri pari ad esprimere l’unione del Padre con la “Madre“. Il vuoto al centro della rosa, che sacrifica sull’altare della monumentalità romanica l’horror vacui dello scalpellinare medieovale, rimanda all’inesprimibile mistero dell’Origine, segreto arcano custodito nelle tenebre della manifestazione cosmica, motore immobile che imprime il soffio vitale al ciclo sempiterno del divenire.
 
Adombrate dalla polvere della storia, tra gli aliti del vento e della memoria, le quattro figure che i vertici del quadrato imprigionano sul trono lapideo del Tempio nascondono tra le pieghe del marmo l’orizzonte sacro dell’eternità evangelica: nella parte alta sono ubicati l’angelo di Matteo e l’aquila di Giovani, custodi eterei dell’eco atavico della Parola, in quella bassa campeggia immortale il ruggito del Leone e la plasticità del Bue che nell’incedere primitivo della pietra custodiscono i simulacri ieratici degli evangelisti Matteo e Luca, figli di Dio e di quel Verbo che tra le fronte arboree della Valnerina rivive nelle fredde epigrafi di cattedrali di roccia, Templi del visibile e dell’invisibile, dell’etereo e del caduco, dell’Eterno e dell’effimero.
 

Paolo Aramini
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2 marzo 2019 Paolo Aramini ,

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