Spoleto story, l’alba dei 2Mondi

SPOLETO – Il 1 febbraio 2018 ricorre l’undicesimo anniversario della morte di Gian Carlo Menotti, l’uomo che sessanta anni fa scelse Spoleto per fondare il Festival dei 2Mondi.
 
A due lustri dalla scomparsa del Maestro, ideatore della manifestazione che per prima aprì le porte dell’Umbria al turismo culturale internazionale, lo ricordiamo con questo articolo del giornalista Vincenzo Cementi:
 
La Spoleto del ’58, come un film di Giuseppe Tornatore I colori dell’estate, eccessivi, fin troppo mediterranei. I profumi del cibo, semplici e decisi. L’aroma inebriante dei tigli, delle ginestre. Eppoi la gente, timida sulle prime, ma poi subito cordiale, schietta, generosa. E le ristrettezze economiche, indossate con dignitosa fierezza. E le donne, quasi tutte con lo sguardo abbassato. Le meno giovani sempre vestite di nero. Vedove prima del tempo, con i capelli coperti da un fazzoletto scuro, mamme dallo sguardo malinconico, mogli con i mariti lontani, emigrati all’estero. E i bambini con gli occhi grandi, con indosso la camicetta del fratello maggiore e i pantaloncini troppo corti. Erano come quelle dell’entroterra palermitano di Giuseppe Tornatore, come i paesi della campagna romagnola di Pupi Avati. Erano quelli di Spoleto, nell’estate del 1956. Quando Menotti la vide per la prima volta, avvolta nel suo preindustriale silenzio e pensò che quello era il posto giusto. Per ambientarci il Festival.
 
La città non era solo “una principessa dormiente” come gli era apparsa. La città dei Duchi, dei grandi Governatori papali, la città di Lucrezia Borgia, di papa Maffeo Vincenzo Barberini, degli affreschi del Lippi. La città che con il suo colossale ponte/acquedotto di pietra aveva sconvolto Goethe, era una città morente. Aveva vissuto “cent’anni di solitudine” , da quando, nel 1860, aveva perso l’egemonia istituzionale sull’Umbria. Era sfiorita, come una nobildonna diventata povera. I suoi migliori figli, per campare, erano andati a fare gli operai in Germania, in Svizzera, in Francia, In Canada o negli States. I più fortunati facevano i camerieri o i portieri nella capitale e tornavano a casa solo per Natale, per Pasqua, alcuni per dare una mano in campagna per la raccolta delle olive o per la mietitura, quando servivano le braccia di tutti e i vecchi, da soli, non ce l’avrebbero fatta. Nel 1955, il 22 marzo, alle cinque e quaranta del mattino, poco prima della fine del turno di notte, a Pozzo Orlando, nella miniera di lignite Morgnano, una sacca di grisou era esplosa. Aveva ucciso 23 minatori che stavano tornare alla luce del sole, al giusto riposo, alle loro famiglie. L’immane tragedia anticipava il crollo dell’attività estrattiva, che dalla fine dell’Ottocento aveva portato lavoro a generazioni di Spoletini. Nel 1956, dal 2 febbraio e oltre marzo, un’ epocale invernata con nevicate incessanti e gelate che avevano superato i meno venti, aveva distrutto la maggior parte degli uliveti dell’hinterland collinare spoletino. Alcuni proprietari di “chiuse di piantoni”, come ancora si chiamano qui gli oliveti terrazzati sulla costa delle colline, gettati sul lastrico dall’invernata, avevano abbracciato la doppietta a rovescio, si erano tolti la vita. L’economia e la fiducia della comunità sociale verso il futuro erano pari a zero. Ma il miracolo della resurrezione si chiamò Festival dei Due Mondi ed il “santo” che l’operò fu Gian Carlo Menotti.
 

Gian Carlo Menotti (1911-2007)

Una medaglia d’oro al “valor culturale” E oggi rischia di diventare un’onorificenza alla memoria, un riconoscimento “postumo”, la medaglia d’oro conferita nei giorni scorsi al Festival dei  Due Mondi di Spoleto dal Presidente della Repubblica Mattarella, in occasione della 59^ edizione, se di quell’evento epocale, non recuperassimo un po’ di memoria. Una storia che fu fatta da uomini che appartenevano al mondo della bellezza, dell’arte, della cultura, ma anche da uomini della Politica con la p maiuscola. Politici che guardavano lontano, vivevano ogni giorno tra la gente di Spoleto, tra i tanti disoccupati condannati da una realtà economica ed imprenditoriale – sempre più anemica, che, oltre alle recenti disgrazie, risentiva ancora della crisi postbellica. Videro nel Festival un’occasione di sviluppo per la città, per il miglioramento della qualità della vita degli spoletini, al di là dei contenuti culturali. Ma erano amministratori di rango. Gente che credeva fermamente in quello che faceva, ci metteva la faccia, con determinazione, probità e coraggio. Furono gli amministratori del comune di Spoleto di allora, il sindaco comunista Gianni Toscano e la sua vicesindaca, la socialista Serafina Borgiani, a rendere possibile a Spoleto la creazione di quella grande Fabbrica di Idee, di quell’irripetibile Cantiere della Culturache fu deciso proprio sessanta anni fa, nell’estate del 1957.
 

Da sinistra, il direttore di orchestra Thomas Schippers insieme a Luchino Visconti e Giancarlo Menotti

A raccontarci quella storia straordinaria c’è un testimone d’eccezione: è il geometra Oscar Federici, nato il 20 novembre del 1931, all’epoca giovane assessore ai Lavori Pubblici. Svolge ancora la professione come un trentenne ed ha una memoria di ferro. Quando gli chiedo il suo schieramento d’allora, mi fulmina con lo sguardo e risponde lentamente “Partito Comunista Italiano” scadendo sillabe, consonanti e vocali quasi con sfida, con un orgoglio d’appartenenza antico, indelebile. Federici mi racconta del dibattito finale in seno alla maggioranza, quando il medico Domenico Garofoli, assessore socialista alla sanità palesò la sua contrarietà al Festival, spaccò il tavolo di Giunta; forse temeva le critiche e le chiacchiere che potevano essere fatte proprio su Gian Carlo Menotti, compositore emergente, ma notoriamente compagno nella vita e nella professione di Samuel Barber, altro compositore di fama americano. In assenza del Sindaco Gianni Toscano (a Mosca per la Festa della gioventù comunista), le redini del consesso furono prese in mano da Serafina Borgiani detta “Sera”, una giovane maestra dal carattere intransigente e battagliero: come fosse un conclave medievale o meglio una “Dieta”, Sera “chiuse” dentro il Comune tutti i componenti della giunta con la lapidaria frase “Qui non esce nessuno se non si approva il Festival”. La giunta deliberò. Oltre a Gianni Toscano e Oscar Federici, i comunisti in giunta erano Enrico Radici, Socrate Massaccesi, Osvaldo Cintioli; i socialisti, oltre alla Borgiani e a Garofoli, Domenico Costantini, bidello presso il Liceo Scientifico spoletino, assessore alla Pubblica Istruzione. La gente sogghignava per quell’incarico, racconta Federici, eppure Costantini era un operaio colto. Lavorando ascoltava le lezioni e ormai sapeva di tutto”. Sui documenti dell’epoca, le lettere di Menotti al Comune con le richieste per rendere possibile il Festival e le delibere di giunta, oggi presso l’Archivio di Stato, possiamo riscontrare come di quella storica stagione, si percepisca ancora lo slancio ed il fermento, la consapevolezza degli amministratori spoletini di fare qualcosa di grande per la Cultura e per la città. E fu Festival. Fu la rivoluzione copernicana di Menotti in tutte le forme di espressione artistica: dal melodramma alla cameristica, dal balletto, alla prosa, alla poesia, alle arti figurative. Senza scrupoli e ripensamenti. Fu un cataclisma, un magma primigenio, rigenerativo : ab imis fundamentis. Creatività allo stato puro. Il trionfo dell’iconoclastia sul déja-vu: lo scandalo delle sperimentazioni, di nuovi modi di dirigere, recitare, suonare. L’invenzione di spazi teatrali e di quelli espositivi, la costruzione inaudita di scene mai viste, di costumi impensati, l’uso di materiali alternativi . Molti anni dopo Gian Carlo Menotti disse che “Spoleto era una vacanza dell’anima”. E se questo è ancora così, quella medaglia al “valore culturale” va solo a lui ed agli eroici componenti di quella giunta municipale.
 

Il Teatro Nuovo, ora intitolato a Gian Carlo Menotti

Quel medievale silenzio che affascinò Gian Carlo Menotti Gian Carlo Menotti arrivò a Spoleto da Roma, nell’estate del 1956, a bordo di una rombante Porsche Carrera. Al volante c’era la contessa Alicia Paolozzi Spaulding, l’ereditiera ricchissima dell’ “Impero delle Banane”, la United Fruit Company . Fu il sostegno finanziario della Spaulding a permettere la nascita del Festival. Mentre Gian Carlo riprendeva colore dopo le sgommate della Spaulding lungo gli aspri tornanti della vecchia Flaminia da Terni a Spoleto, tutti e due rimasero incantati da quell’”Italia più Italia” come l’aveva definita il grande Dino Buzzati che vi era passato come inviato al seguito del Giro d’Italia. C’era già la disponibilità di Adriano Belli, presidente del Teatro Lirico Sperimentale, c’era già la disponibilità di un sindaco, il comunista Gianni Toscano, noto per determinazione e lungimiranza. C’era già funzionante uno splendido teatro ottocentesco, relativamente ben conservato e dove, nel 1952, aveva girato alcune scene de “Lo sceicco bianco” Federico Fellini, c’era un secondo teatro, il Caio Melisso, più antico e di più ridotte dimensioni e comunque bellissimo, anch’esso utilizzabile con pochi restauri.
 
Ma per Gian Carlo, un altro fatto, del tutto immateriale, fu determinante. Fu quel particolare silenzio che avvolgeva la città di pietra. Fu il clima delle piccole città della provincia italiana, così meravigliosamente definite “a misura d’uomo“ da Alberto Moravia “fiori terminali di una lunga e antica vita comunale e civica- scriveva Moravia- dopo le fortificazioni e le chiese delle prime età feroci e mistiche, avevano costruito palazzi e case e teatri e sale da concerto, ma la rivoluzione industriale imprevista e spietata aveva fermato per sempre uno sviluppo che presupponeva l’eternità della civiltà rustica e artigiana”. Ebbene, a Spoleto quella distruttiva “rivoluzione industriale” aveva colpito solo di striscio. Nella periferia c’erano solo poche anemiche fabbriche create per volontà politica. “Cattedrali nel deserto”, senza ragioni di mercato, fabbriche nate già morte, il cui migliore prodotto erano i disoccupati. Ma il centro storico della città era intatto, viali di tigli centenari che d’estate spandevano intorno un profumo semplice e intenso, un borgo di silenziosi vicoli di pietra, di torri antiche così vicine tra loro che nell’epoca medioevale dalle finestre opposte ”vi si poteva combattere con un’alabarda”, come scrisse Alberto Moravia.
 

Menotti immortalato da Mariano De Furia (1929-2002), fotografo ufficiale del Festival, scelto da Menotti in persona sin dagli inizi della manifestazione. Collaborò come fotografo con varie testate giornalistiche nazionali e varie agenzie di stampa. Menotti documentò attraverso De Furia tutto il lavoro del Festival. Lo aveva scelto per le sue caratteristiche: estremo rigore, precisione, affidabilità, puntualità. Le foto di De Furia documentano, meglio di altri, la realtà sociale spoletina, che dopo lo stupore iniziale, riconobbe in Menotti la persona che aveva cambiato il corso della storia soprattutto economica, sociale e occupazionale della città

New York 1956: Menotti si mette “in vendita” per il festival Sul progetto del Festival ci aveva lavorato sodo con il suo staff sin dal 1956. Ma forse, a crederci fino in fondo, era soltanto lui: Gian Carlo Menotti. Per trovare i soldi se le era inventate tutte. Aveva organizzato decine di “ fundraising dinner”, cene di raccolta fondi, usuali nella jet society newyorkese, sia per la politica che per la filantropia. Aveva tirato la giacca a politici e magnati, ad aristocratiche vere e nobilastre arricchite, a svampite ereditiere, a grassi petrolieri. Arrivò persino a mettersi in vendita. All’asta, insieme al giovane e bellissimo direttore d’orchestra Thomas Schippers, al già famoso pianista, direttore e compositore Leonard Bernstein e al mitico Richard Burton, uno dei più blasonati sciupafemmine della celluloide. In una specie di ammiccante “gioco di società” per signore adulte. Ognuno dei quattro avrebbe passato quattro ore alla mercè, o meglio in compagnia di colei che lo avrebbe “comprato”. Con la più sostanziosa offerta per il Festival, ovviamente.
 

Menotti in copertina sul Time

Menotti, dopo una feroce battaglia di dame all’ultimo verdone, fu “vinto” dalla ormai più che anziana e velenosissima Elsa Maxwell, l’inventrice del gossip , la “pettegola di New York” che però aveva inventato anche l’arte di far diventare “di moda” i luoghi dei Vip. Avrebbe avuto Menotti a disposizione. Per quattro ore. Il Maestro ebbe un lungo momento di panico: “Cosa debbo fare Elsa, per te ?“ disse con voce tremula. Seguì una pausa agghiacciante “Sarai l’ospite d’onore del party che darò a casa mia per il tuo Festival“ disse la Maxwell fissandolo con occhi da cobra. Menotti tirò un respiro di sollievo. E sarà sempre la Maxwell, che poi venne al Festival, a scrivere, tornata negli States, dell’altra faccia della cultura scoperta in Italia. “Il Paradiso esiste, – scrisse in un articolo del New York Times- ma non è quello “Perduto“ di Milton . Quello vero si trova al Pentagramma di Spoleto, dove gli spaghetti ed il tartufo sono note melodiose che si accordano con la musica verdiana del Macbeth e illuminano la mente, sgombrandola dai pulsanti pensieri”. Il Ristorante Pentagramma, ricavato da una vecchia cantina e già stalla per i cavalli dell’antica stazione di Posta a Piazza Libertà, fu uno dei primi ristoranti creati per i turisti festivalieri. Da allora, uno dei salotti buoni del gossip dei Due Mondi e della ”Festival Society”.
 

Menotti mentre assiste in Piazza del Mercato ad uno spettacolo con Nadia Stancioff, che lavorò ai primi Festival e poi fu la portavoce e ufficio stampa di Maria Callas, della quale ha scritto una nota biografia (foto: De Furia)

Città e campagna alla “prima” del Festival Alla fine il “Matto” ce l’aveva fatta. Lo chiamarono così gli spoletini, Gian Carlo Menotti. Il “Matto”, forse per lo sguardo stralunato ed il gran correre da un teatro all’altro. A vedere prove, organizzazione, logistica, a prendere appuntamenti, a parlare con musicisti, coreografi, registi, artisti, macchinisti, pompieri, guardie municipali, truccatori, inservienti. Sempre con un codazzo di assistenti, “matti” più di lui, “schizzati”. Con un attivismo di stile lombardo. Preoccupante. Estraneo alla paciosità ed alla flemma degli spoletini, veri ultimi meridionali dell’Umbria. Ma fu solo per i primi anni, perché poi gli indigeni capirono che per Spoleto Menotti era stato una specie di Santo e il Festival era un’ insperata rinascita cittadina e allora Menotti lo chiamarono per sempre il “Duca”. In segno di rispetto.
 
Dopo una “ febbrile vigilia”, il Festival fu inaugurato quel giovedì sera del 5 giugno del 1958 con il Macbeth, melodramma in quattro atti di F.M. Piave, musica di Giuseppe Verdi, diretto da Thomas Schippers, regia di Luchino Visconti, costumi di Piero Tosi. Ad applaudirlo un “parterre de rois“ registrato così da Nino Longobardi, uno degli inviati speciali al Festival: “l’ambasciatore degli Stati Uniti a Roma Zellerback e signora, l’ambasciatore del Venezuela Revinga e signora, l’ex ambasciatore degli S.U. a Roma Dunn, il presidente dell’Accademia Americana Roberts, l’inviata del Dipartimento di Stato americano signora Ines Brown, il direttore del Museo Nazionale di Filadelfia Henry Clifford, l’attrice drammatica americana Agnes Moorbed, i miliardari del Texas signori Tirado, il direttore generale dello Spettacolo comm. De Pirro in rappresentanza del Sottosegretario on. Resta, il prefetto Di Giovanni, il questore di Perugia, la contessa Wally Toscanini, il conte Volpi di Misurata, la principessa Boncompagni, la principessa Colonna, la duchessa Acquarone, gli eredi di Giuseppe Verdi, Carla, Gabriella e Alberto Carrara Verdi, nonché impresari, artisti, oltre cento critici dei principali giornali del mondo e pubblico elegantissimo venuto da ogni parte d’Italia e anche dagli Stati Uniti“.
 
A vedere l’entrata, dietro le transenne davanti al Teatro Nuovo, a vedere le enormi Buick, Cadillac, Limousine tutte targate CD (corpo diplomatico) e quelle signore che sembravano tutte attrici dei film americani che il sabato pomeriggio andavo a vedere con zio Luigi e i miei cugini al cinema Fiamma, c’ero anch’io e mio padre. Eravamo arrivati in due su una bicicletta Bianchi, verde salvia. Io sedevo sulla canna e per tutti e due fu lo spettacolo più bello che avessimo mai visto.
 

Vincenzo Cementi

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31 gennaio 2018 Vincenzo Cementi

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