Sibillini, di nome e di fatto

Un maestoso anfiteatro di pietra ammantato in un’aura di mistero. Suggestivo palcoscenico naturale dove, da tempo immemorabile, vanno in scena miti e leggende infernali. Una gemma dalle sfumature blu intenso che si dice si tinga di rosso quando nei suoi fondali si apre una voragine che conduce nientemeno che all’Averno, il nome degli inferi nella mitologia latina.

Il gruppo montuoso dei Sibillini, nell’area sud-orientale dell’Umbria, a cavallo con le Marche, rappresenta il massiccio più imponente del settore centrale della dorsale appenninica ed il quarto per elevazione di tutta la catena. Ha la forma di un gigantesco ferro di cavallo: un semicerchio di roccia con un diametro di più di un chilometro e mezzo di ampiezza. Lo incorniciano cime frastagliate che svettano oltre i 2.400 metri di altezza che all’interno sprofondano verticalmente fino a 1940 metri, nella pittoresca depressione occupata dalle acque del Lago di Pilato.

Il lago con gli occhiali Il lago rappresenta l’antico retaggio dell’ultima era glaciale. I detriti rocciosi, strappati dalle ripide pareti calcaree e trascinati verso il basso dalle lingue dei ghiacciai, formarono uno sbarramento naturale, una conca che venne poi occupata dalle acque. Lo specchio d’acqua è ricco di particolarità. E’ uno dei rarissimi laghi glaciali di tipo alpino presenti sulla catena appenninica. Ha una profondità massima di 9 metri, ma la sua ampiezza è variabile, perché dipende fortemente dalle precipitazioni. Infatti, oltre che dalle piogge, è alimentato dallo scioglimento delle nevi, che coprono per buona parte dell’anno la sua superficie. A seconda della quantità di acqua che lo alimenta nei diversi periodi dell’anno, il lago appare formato da due piccoli bacini, separati o comunicanti attraverso uno stretto corridoio che gli conferisce la forma di un paio di occhiali; è infatti conosciuto anche come “il lago con gli occhiali”. Il suo perimetro massimo è di circa 900 metri, per 130 di larghezza. La profondità fu rilevata nel 1990, quando lo specchio d’acqua restò completamente all’asciutto dopo un periodo di intensa siccità. Anche se non ha immissari visibili, sul fondo sono presenti dei passaggi sotterranei per l’acqua: inghiottitoi che attraverso condotti carsici di difficile individuazione si pensa che alimentino l’Aso, un fiume che scorre nelle Marche.

Il chirocefalo abita qui Il lago di Pilato è l’ambiente di una particolarissima forma di vita, il Chirocefalo di Marchesoni, che vive esclusivamente nelle sue acque. E’ un piccolo crostaceo, lungo 9 – 12 millimetri, di colore rosso corallo, che si muove nuotando all’indietro con il ventre rivolto verso l’alto. Quando il lago si prosciuga o si congela completamente, il chirocefalo sopravvive grazie ad una sua peculiare caratteristica: è in grado di produrre delle cisti isolate da una barriera protettiva, in cui gli embrioni si conservano fino a quando le condizioni ambientali adatte alla schiusa non vengono ripristinate.

La porta per l’Averno I miti e le leggende che aleggiano su questo piccolo specchio d’acqua sono innumerevoli. Ma la più antica è forse quella da cui deriva il suo nome. Si narra che nelle sue acque abbia trovato la morte Ponzio Pilato, condannato dall’imperatore Tiberio ad una morte senza sepoltura. Il suo corpo, legato ad un carro trainato da buoi, sarebbe stato abbandonato e quindi costretto a vagare senza meta. Infine sarebbe precipitato nel lago dalle affilate creste della Cima del Redentore, tingendo le acque di rosso e spalancando sul fondo una voragine comunicante con l’Averno.

Col passare dei secoli, il luogo acquisì una fama sempre più sinistra. Nel Medioevo era considerato dimora di streghe. E molti negromanti affrontavano viaggi da tutta Europa per raggiungere il lago. Le autorità ecclesiastiche e la popolazione dei paesi circostanti, allo scopo di impedire il sinistro pellegrinaggio, eressero muraglie di sbarramento.

E arrivarono persino a decretare l’impiccagione, come pena per chi fosse stato sorpreso a girovagare nei dintorni dello specchio d’acqua. Nell’antichità il lago era anche conosciuto come “Lago della Sibilla”, in relazione alla mitica indovina che presta il nome a tutto il gruppo montuoso.

I monti azzurri di Leopardi I Sibillini, ricordati da Giacomo Leopardi come i “monti azzurri” ne Le Ricordanze, raggiungono la massima elevazione col Monte Vettore. Il nome deriva dal latino Victor, vincitore, che rimanda probabilmente alle sue notevoli quote rispetto alle cime limitrofe. Con i suoi 2.476 metri, il Vettore è infatti secondo solo alle vette del massiccio del Gran Sasso – che tocca la più elevata quota appenninica con i 2.912 metri del Corno Grande -, a quelle del massiccio della Majella, e al Monte Velino, tutti in Abruzzo. Mentre le pareti interne del monte dominano la conca del Lago di Pilato, all’esterno il versante umbro della montagna sovrasta l’incantevole panorama del Pian Grande di Castelluccio di Norcia.

La strada delle fate ed altre leggende Proprio dal Pian Grande è perfettamente visibile una larga fascia trasversale di ghiaia, che percorre tutto il fianco del Monte Vettore, e che è chiamata “la strada delle fate”. In questo caso, la leggenda vuole che in una notte d’estate un gruppo di fate si fossero attardate a ballare con i giovani di un paese vicino (Pretare, sul versante marchigiano del Vettore). Sorprese dal sopraggiungere dell’alba, le fate sarebbero fuggite tanto precipitosamente da lasciare le loro impronte lungo il fianco della montagna, tracciando con i loro piedi incantati il sentiero di pietre che è tuttora facilmente individuabile anche dalle immagini da satellite. Ancora oggi, la tradizione popolare ricorda questo episodio leggendario proprio a Pretare, dove le giovani del luogo, vestite da fate, sfilano lentamente dalle falde della montagna verso il centro del paese, dove poi iniziano a danzare.

I Sibillini sono ricordati come porta per l’oltretomba da Virgilio, nel VI canto dell’Eneide. Ma la più affascinante delle leggende che riguarda la catena montuosa è quella che si riallaccia al mito pagano ed orgiastico di Cibele, la madre di tutti gli Dei. Con l’avvento del cristianesimo, al culto pagano sarebbe subentrato quello religioso, e Cibele sarebbe stata rimpiazzata dalla Sibilla, vergine dotata di virtù profetiche e quindi in grado di effettuare previsioni e fornire responsi. Risposte che in genere venivano presentate in forma oscura o ambivalente, tanto da poter essere interpretate in modi diametralmente opposti.

La Sibilla che dimorò sui monti omonimi viene anche ricordata come “Oracolo di Norcia”, o “Sibilla Appenninica”. Sembra che dimorasse in una caverna sul Monte Sibilla, di incerta localizzazione e la cui entrata è ora presumibilmente sotterrata da una frana.

Mito, leggenda o semplicemente frutto della fantasia umana, la Sibilla ha ispirato anche celebri romanzi cavallereschi, come il Guerrin Meschino di Andrea da Barberino, dove il protagonista, allo scopo di ricongiungersi con i suoi cari, affronta un lungo e pericoloso viaggio proprio per interrogare l’indovina.

Daniela Querci

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17 agosto 2016 Daniela Querci

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