Raffaello, la nascita del genio a Città di Castello

Raffaello, Stendardo della S.S. Trinità, ex voto per la peste (1500 c.ca)

CITTÀ DI CASTELLO – Una pala d’altare, la Incoronazione di San Nicola da Tolentino. Una data: 10 dicembre 1500. E una firma: “magister Rafael Johannis Santis de Urbino”.

La prima pittura documentata di Raffaello Sanzio vide la luce a Città di Castello. Nella importante commessa lo affiancò Evangelista di Pian di Meleto che aveva lavorato a lungo con il padre: amico di famiglia e socio, visto che erano ormai diventati entrambi gli eredi della bottega urbinate di Giovanni Santi.

Nel borgo dell’Alta Valle del Tevere, all’epoca centro nevralgico delle rotte commerciali che collegavano l’Umbria con le Marche e la Toscana, Raffaello realizzò quattro grandi opere.

Tre pale e un gonfalone: l’Incoronazione di San Nicola da Tolentino, lo Stendardo della Santissima Trinità, la Crocifissione con Santi e il celebre Sposalizio della Vergine, che oggi è conservato a Milano, nella Pinacoteca di Brera.

La Incoronazione di San Nicola da Tolentino, destinata alla cappella privata della famiglia Baronci, nella chiesa cittadina di Sant’Agostino, era un’opera monumentale (2,30 per 3,90). Andò dispersa a seguito di un terremoto che colpì Città di Castello nel settembre 1789. Per pagare i lavori di ricostruzione dell’edificio la pala fu venduta a papa Pio VI e poi smembrata.

Del grande dipinto ad olio su tavola, sono rimasti solo quattro frammenti. L’immagine del busto di un angelo è conservata al Louvre. Il busto di un altro angelo si può ancora ammirare nella Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia.
Il museo napoletano di Capodimonte ospita altre due parti della pala d’altare: rappresentano L’Eterno Padre e la Vergine, ciascuno con una corona in mano da offrire a San Nicola.

A Città di Castello è rimasta solo una copia del 1791 firmata dal pittore Ermenegildo Costantini.

Raffaello e Evangelista di Pian di Meleto ricevettero un compenso di 33 ducati: una piccola somma rispetto alle cifre che allora servivano per poter ingaggiare Luca Signorelli, “dominus” incontrastato per almeno dieci anni della scena artistica tifernate. Forse fu proprio il grande artista cortonese, chiamato nel 1498 a lavorare al ciclo di affreschi nel convento di Monte Oliveto Maggiore e alla cappella di San Brizio del Duomo di Orvieto, a consigliare il giovanissimo e prodigioso allievo del Perugino a quelli che ormai erano diventati i suoi concittadini.

Uno scorcio delle torri di Città di Castello

L’unico dipinto del giovane Raffaello rimasto in Altotevere è un doppio stendardo processionale, dedicato alla Trinità. Fu commissionato all’artista urbinate da una confraternita religiosa, come ex voto in ricordo della peste che pochi anni prima aveva flagellato il borgo altotiberino.

L’opera fu ritenuta a lungo la prima prova d’artista del grande pittore. I critici, di recente, ne hanno però spostato la datazione tra il 1501 e il 1503.
Il gonfalone fu dipinto su entrambe le facce, adesso separate e esposte fianco a fianco nella sesta sala della Pinacoteca cittadina: da un lato la Trinità con i santi Rocco e Sebastiano, dall’altro la Creazione di Eva.
La dolcezza del paesaggio e la presenza di angeli simmetrici tra i nastri svolazzanti richiamano ancora la pittura del Perugino. Altri particolari ricordano la lezione di Signorelli. Ma c’è già, nella disposizione negli spazi delle figure e nella freschezza dei colori il marchio inconfondibile del genio urbinate.

L’eco della bellezza dello stendardo permise al giovanissimo artista di ottenere nuove commissioni. Come la splendida Crocifissione con santi (1503) dipinta per la cappella della chiesa di San Domenico e ora conservata alla National Gallery di Londra.
Sole e luna sovrastanti, rimandano a una evidente tradizione iconografica medievale. Alludono all’alfa e all’omega, inizio e fine della Incarnazione divina.

Vasari ricordò che se Raffaello non avesse firmato il dipinto “in maniera evidente e assai originale alla base della croce”, “nessuno avrebbe creduto che non fosse opera del Perugino”.

La svolta definitiva nella maturazione artistica di Raffaello arrivò però l’anno dopo, nel 1504, quando l’artista dipinse lo Sposalizio della Vergine per la Cappella Albizzini nella chiesa tifernate di San Francesco.
Raffaello ha da poco compiuto 21 anni. È la sua ultima opera a Città di Castello. Consapevole della sua caratura d’artista, firma con orgoglio quello che è considerato il suo primo capolavoro, in lettere capitali, sull’architrave della loggia del tempietto che domina la scena del dipinto.

L’opera affronta lo stesso tema dell’altro Sposalizio della Vergine, realizzato nel 1499 dal Perugino nel duomo di Perugia. Ma l’allievo, come scrisse il Vasari, ormai ha superato il maestro.

Un autoritratto di Raffello conservato alla Galleria degli Uffizi di Firenze

Nasce Raffaello, pittore dell’armonia, capace di meditare con il segno del genio, la lezione del Perugino e di Piero della Francesca ma anche del Bramante, di Leon Battista Alberti e di Leonardo da Vinci.

La proporzione, l’equilibrio, delle figure, i caldi colori e l’uso avanzato della prospettiva, raccontano la nascita di un’arte nuova, che fonde pittura e architettura.

Lo Sposalizio della Vergine rimase a Castello fino al 1798. La città, da giorni, era alla mercè delle truppe francesi. La consegna del grande dipinto al generale napoleonico Giuseppe Lechi servì ad evitare un saccheggio che era già stato ordinato. Con enfasi, i documenti ufficiali registrarono il “dono” dei tifernati. Ma fu un furto.

Federico Fioravanti

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5 agosto 2017 Federico Fioravanti ,

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