Polino, il Cammino dei Faggi e altre meraviglie

Una veduta di Polino, piccolo gioiello della provincia di Terni

POLINO – Nel Comune più piccolo della provincia di Terni, a 835 metri d’altezza, tutto richiama al sogno e all’avventura. Questione di suoni. Nomi e parole mescolati nei discorsi, sussurrati appena, oppure annunciati in modo discreto da piccoli cartelli intravisti nel fogliame folto dei boschi.
 
Luoghi sorprendenti e misteriosi sbalordiscono il viaggiatore. C’è il Ponte della Fuga, il Salto del Cieco, il Monte Solenne e la Cava dell’Oro. La Valle Orsania e il Piscio dell’Acqua. L’Aspra e il Coscerno. Una Valle Piana prelude a una Grotta dei Mille Metri. Così, anche il Sentiero delle Scale Sante e le Orme di Sant’Antonio rischiano di confondersi tra le incerte mappe della memoria.
 

Il ponte sul fiume Nera lungo il sentiero che attraversa il monte Coscerno, meta di appassionati di trekking ed escursioni

Come le strade moderne e le vecchie mulattiere che si incrociano ancora, beffarde, lungo i confini antichi che una volta dividevano le terre borboniche e lo Stato Pontificio, sul crinale dei monti, lungo un crocevia montanaro che per secoli ha visto passare viandanti, mercanti, briganti, soldati e pellegrini.
 
Piccoli mondi sconosciuti riemergono tra gli antichi vulcani, le rosse ammoniti, i “gigli di mare”, gli echinodermi e i crinoidi.
 
Fossili e rocce che arrivano dal Triassico al Miocene, da accarezzare con lo sguardo, insieme a un paesaggio placido e vasto, il più alto della provincia di Terni. Capace di contenere almeno quattro regioni, dall’Appennino centrale, ai monti Sibillini, dalla Laga al Gran Sasso, fino a Greccio, il lago di Piediluco, Leonessa e il Reatino, la vicina Monteleone di Spoleto e l’intima e accogliente Valnerina.
 
I polinesi sono appena 234, fieramente arroccati alla bellezza dei loro panorami e a un luogo che oggi si può scoprire lungo un percorso nuovo, che si snoda lungo i boschi che attraversano Fonte della Posta, Collebertone e Prato Manente.
 

Ognuno dei 20 grandi alberi che si ergono lungo Il Cammino dei Faggi ha un nome e una storia, che richiama la natura, le vicende, le tradizioni e la cultura del territorio

È il Cammino dei Faggi, segnato da alberi secolari che esibiscono le loro cicatrici costruite dai fulmini, le piogge, i venti e le arsure.
Le secolari radici legano, in modo indissolubile, la storia e il paesaggio.
 
Venti faggi. Venti nomi. Altrettante suggestioni. Maestosi segnalibri delle pagine della natura. Conficcati nel terreno, a futura memoria, a più di mille metri d’altezza.
 
Il Balenario ricorda che dalla terra di montagna spuntano ancora pietre segnate da grandi e strane pinne di pesce. Poco oltre, Il Fossilario svetta come un’anziana sentinella, messa a guardia di tanti altri reperti geologici conservati in questo angolo d’Umbria. Lungo la strada per Leonessa, appare Il Polin’Oro: il vecchio faggio convive con esemplari di pino d’Aleppo, lecci e roverelle. È piantato vicino alla cava di montagna che nel Settecento lo Stato Pontificio utilizzava per coniare le proprie monete. Un luogo speciale per i geologi: lì vicino sono stati individuati due diatremi, camini vulcanici che ci hanno consegnato i resti di una camera magmatica di 250mila anni fa, sotto la forma di kamafugiti e carbonatiti, rocce rarissime che affiorano ancora dal terreno, come misteriosi segni del tempo.
Nella stessa zona, piccoli muri a secco, quasi nascosti dalla vegetazione sono gli sbrecciati testimoni della fatica dei contadini che provavano a circoscrivere in pochi metri i campi che potevano essere coltivati.
 
Alberi superbi accompagnano la passeggiata.
 
Come Il Mozzafiato, aperto su vedute che sembrano infinite. E Il Profumato, verde segnale di indelebili ricordi, comuni a chi ha vissuto la campagna. Come l’odore dei fiori, dell’erba quando è appena tagliata, dei legni di ginepro, dei tartufi messi in tavola, della pasta, quella buona, fatta in casa, delle caldarroste e del fumo dei camini in inverno, quando la neve avvolge le piccole case di un paese che somiglia a un presepe disegnato sul crinale di un monte. Poco oltre, L’Arcobaleno rammenta i mille colori dell’autunno e della primavera. Ma anche le luci di Venere, di Giove e degli altri pianeti che si possono ancora scoprire da un piccolo osservatorio astronomico.
 
I nomi di altri faggi secolari parlano degli uomini e del loro lavoro. Come Il Musicista, chiamato così in onore dei canti antichi ripetuti in anni lontani da generazioni di stornellatori, ma anche come omaggio alle note allegre e contemporanee regalate dalla banda musicale comunale, in prima linea quando c’è voglia di divertirsi tutti insieme, uniti in una piccola piazza.
 
Il Leggendario, dall’alto delle sue grandi foglie, si rivolge ai bambini. E racconta storie antiche, tramandate nei giorni d’inverno, davanti ai focolari, quando fuori il vento gela le strade e i pensieri. Vicende di un mondo lontano, quando la tv non c’era ancora: le mirabolanti avventure di Raspittu, la favola di Juvanni Mattu o quella di Marcellino e dei frati singolari di Santo Leonardo.
Un altro faggio, L’Evento, rimarca la voglia dei paesani di fare festa durante tutti i mesi dell’anno, a ogni minima occasione. E il Montanaro sembra mandare un messaggio ai turisti invadenti, per chiarire che i polinesi parlano poco, ma quando lo fanno sanno farsi capire.
 
Tre faggi, imponenti e nodosi, sono testimoni della storia che è passata su queste montagne: Il Doganiere, Il Castellano e Il Monumentale.
 
A Salto del Cieco, al tempo dello Stato della Chiesa, c’era la stazione di dogana. E sul confine transitavano, protette dalle scorte militari, anche le carovane che trasportavano l’oro e l’argento della vicina miniera.
Il signore di Polino, già a partire dal Cinquecento, godeva di privilegi e autonomie amministrative e giudiziarie, ribaditi dalle concessioni di Papa Paolo V, quel Camillo Borghese che ampliò il palazzo del Quirinale, ordinò a Carlo Maderno la nuova facciata della basilica di San Pietro, ammonì Galileo Galilei e condannò le teorie copernicane. Un papa autorevole e paternalista che conosciamo per un famoso ritratto che gli fece Caravaggio.
 

La fontana monumentale di Polino

Una bella fontana secentesca, costruita con marmi e pietre locali di rosso ammonitico spicca, in tutto il suo splendore, a ricordo di quei tempi lontani nella Polino di oggi. A pochi passi c’è una Rocca rinascimentale e severa, ad impianto poligonale, arricchita da due gruppi di torri di forma cilindrica. È l’unica testimonianza rimasta di un sistema difensivo a doppia cinta muraria, fatto apposta per scoraggiare i confinanti vogliosi di invasioni.
Poco oltre, i ruderi dell’acquedotto medievale, insieme al tribunale e a Palazzo Castelli, casa della dinastia che dominò questi luoghi fino agli anni tumultuosi che seguirono alla Rivoluzione Francese.
Storie grandi e piccole si intrecciano come i rami degli alberi.
 

La Rocca, edificata su un castello del secolo XII e fortificata da svettanti torri cilindriche, è uno degli emblemi architettonici del borgo

“Pulino”, viene da Polini, il nome di una potente famiglia di feudatari che nel dodicesimo secolo edificò un primo castello ai piedi del monte Petano. I signori medievali poi, lasciarono il governo delle terre tutte attorno ai nobili Arroni, di origine romana. Finché, nel 1248 papa Innocenzo IV concesse il paese alla città amica di Spoleto.
 
Nel 1333 il borgo fortificato a guardia di una frontiera contesa fu occupato dalle milizie di re Roberto d’Angiò di Napoli, allora fresco comandante generale dello Stato della Chiesa.
I lontani imperatori tedeschi Arrigo VII, Ludovico il Bavaro e Giovanni di Boemia trovarono il tempo di reclamare per qualche tempo anche il possesso delle minuscole terre abbarbicate sui monti. Ma nel 1340, Polino rinnovò la sua sottomissione a Spoleto.
 
Meno di un secolo dopo, passò sotto il dominio dei Trinci, signori di Foligno, che misero a guardia della Rocca un castellano e tre soldati.
 
Un fatto di sangue che nel 1527 segnò i destini del borgo: Andrea de Domo, un nobile sventato e arrogante, violentò una fanciulla del paese e fu ucciso a seguito di una rivolta popolare. Così Spoleto, per evitare altri spargimenti di sangue, riportò Polino sotto il suo dominio. Poi Sciarra Colonna, capitano di Carlo V, alleato di una moltitudine di Lanzichenecchi reduci dal “sacco di Roma”, occupò il castello con le sue milizie.
Negli anni successivi, le carestie, alternate ai saccheggi e alla peste nera, angustiarono Polino insieme a tutta la contigua Valnerina. La quiete, dopo tante tempeste, tornò con la famiglia ternana dei Castelli, marchesi del Sacro Romano Impero.
 

Nascosto nel bosco, questo piccolo eremo è una tappa dal sapore mistico lungo Il Cammino dei Faggi

Lungo il Cammino dei Faggi, i nomi di altri alberi evocano storie mistiche e d’amore. L’Eremita avverte che qui vicino c’è un eremo minuscolo, scavato nella roccia, che la devozione popolare ha equamente assegnato a Sant’Antonio Abate, l’anacoreta per eccellenza, patrono dei monaci e dei canestrai e Sant’Antonio da Padova, protettore dei poveri e degli affamati. Non lontano, passava il Sentiero dei Romei, l’antica strada dei pellegrini che, come tutte le altre, portava a Roma.
 
Un nodoso Francescano ricorda l’incrocio con un’altra via, solcata a lungo dai piedi nudi del Poverello d’Assisi quando frequentava la Valle Santa reatina.
 
Il sindaco di Polino ha voluto chiamare Gli innamorati due tronchi centenari che sembrano stretti in un abbraccio d’amore. Del resto, alcune reliquie di San Valentino Martire, patrono dei fidanzati di tutto il mondo, sono sepolte nella chiesa parrocchiale del paese: un gentile omaggio del pio cardinale Alessandro Orsini alla fedeltà che gli manifestava il suo amico conte Gabriele Castelli.
 
L’Orsetto è un faggio particolare: cela un rimpianto per la presenza dell’orso bruno che fino all’Ottocento frequentava la zona dello “Stubio” e una piccola valle, non a caso chiamata Orsania. In compenso, non mancano i caprioli, le volpi, gli scoiattoli e diverse specie di volatili. E l’aquila reale, che volteggia ancora sugli uomini e i panorami.
 

Una delle sale del Museo Laboratorio dell'Appennino Umbro, dedicato alle particolarità geologiche del territorio

La magia della montagna abbraccia il cielo e la terra. Non a caso, nel Museo dell’Appennino umbro, nelle stanze interne della Rocca di Polino, c’è un altro percorso interattivo tra scienza e storia chiamato Sotto-Sopra.
 
Quadrifogli, orchidee, peonie e tulipani annunciano la bella stagione insieme al faggio Bucaneve. Più in là e più in alto, davanti a L’Arieggiato, è doverosa una pausa per respirare a pieni polmoni un’aria limpida e fresca.
 
Come l’acqua, l’oro vero di Polino, segnalata dal faggio n.1, Il Fontanile: scorre tutto intorno, dal Fosso del Rio, che guarda a Rieti, fino al piccolo e guizzante Piscio dell’Acqua. E sgorga dalle tante fontane: Acquaviva, Fonte della Posta, Fonte Le Fuga, Fontanelle Serana, Fonte Moriconi, Fonte del Coco, Fonte dello Stubio e Fonte della Conca.
 
Faggi dalle chiome folte e globose. Simbolo stesso della civiltà contadina, nella quale nulla poteva essere sprecato. Ma tutto si trasformava. Come è avvenuto per secoli. Come ancora avviene in natura.
 

I cavalli al pascolo, parte integrante del panorama di questa zona dell'Umbria

Così, le foglie di faggio, l’albero amico di Polino, diventavano fertilizzanti preziosi per spicchi di terra coltivabile conquistati a fatica o foraggio per nutrire gli animali.
 L’olio grasso dei semi serviva per illuminare o realizzare saponi. Il legno fresco formava cerchi e collari. Quello stagionato, buono da ardere, scoppiettava nei camini o era utile per costruire mobili, mestoli, forchettoni oppure strumenti per la musica.
 
Alberi simbolo di altri cammini, quelli aspri delle genti di montagna, nei quali tutto veniva apprezzato e poteva essere riutilizzato.
 
Un mondo piccolo e prezioso. Come Polino e le sue case strette sotto una Rocca che domina la Valnerina.
 
  

Federico Fioravanti

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4 aprile 2017 Federico Fioravanti ,

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