Parlare con gli Dei: il racconto degli Antichi Umbri nelle Tavole Iguvine

GUBBIO – Le Tavole Iguvine sono esposte, una accanto all’altra, nel silenzio di una piccola sala del museo civico di Gubbio, nell’antico Palazzo del Governo della città.

Il trecentesco edificio di pietra, alto 60 metri, si apre con una scalinata a ventaglio sullo spazio pensile della scenografica Piazza dei Consoli. Entrare in quelle stanze è come immergersi in un racconto millenario.


Sette tavole. Di bronzo. Incise con caratteri etruschi e latini. Alfabeti diversi per una stessa lingua: quella degli Antichi Umbri. Per più di tre secoli quelle oscure parole furono considerate etrusche.

Le Tavole raccontano i riti religiosi e le vicende favolose di genti dimenticate. Storie che riemergono dall’oscurità dei secoli con la forza indelebile dei segni.

Particolare di una delle Tavole Iguvine

GLI ANTICHI UMBRI Per definire le genti che sopravvissero alle piogge del diluvio, i Greci usarono la parola “Ombrikoi”. Gli Umbri, secondo Plinio, erano la stirpe più antica della penisola: “Gens antiquissima Italiae”.

Al tempo della guerra di Troia, vero “spartiacque” tra i miti e la storia, questo popolo “estremamente grande ed antico”, come scrive Dionigi di Alicarnasso, contava su molte, fiorenti città.
Gli Umbri antichi, a partire dalla seconda metà del II millennio avanti Cristo, nell’Età del Bronzo, erano insediati in modo stabile in quella che oggi amiamo definire l’ “Italia di Mezzo”: un territorio molto più vasto dell’attuale piccola Umbria, che abbracciava i monti e le pianure che andavano dal Po al Tevere e dall’Adriatico al Tirreno.
Agli albori dell’Età del Ferro, quasi cinquecento anni dopo, popoli migranti che provenivano dai Balcani, si insediarono, a più riprese, lungo le coste dell’Adriatico. Poi penetrarono all’interno della penisola, attraverso le strade naturali dei valichi dell’Appennino umbro marchigiano. E occuparono parte delle terre che fino ad allora erano state abitate dai “paleoumbri”, non a caso chiamati dagli storici romani Aborigeni, per indicare le genti che c’erano già, “dal tempo delle origini”.

I nuovi arrivati si mescolarono con il popolo più antico e assunsero presto il ruolo guida di élite sociale della comunità.

Nello stesso periodo, sulle coste tirreniche, i turski, provenienti dall’area anatolica, fondavano colonie commerciali, via via sempre più fiorenti. Gli Etruschi, grazie alla potenza delle armi ed alla loro eccezionale forza economica e culturale, occuparono in modo progressivo le fertili terre interne della penisola e giunsero fino al Tevere.

Così, intorno al VI secolo avanti Cristo, la grande vena d’acqua divenne il confine naturale tra due popoli, il limite fisico e politico di due sfere distinte di influenza: quella degli Etruschi e quella degli Umbri-Sabini, che chiamavano se stessi Savini.

Il mondo italico preromano

UN MONDO PERDUTO Gli Antichi Umbri furono i progenitori di tutti gli altri popoli che dal Po al Sannio, mille anni prima di Cristo, usarono la stessa lingua indoeuropea, declinata in cento dialetti diversi: Savini (o Safini), Sabini, Sanniti. E poi i Piceni e le altre genti del mondo misterioso che gli studiosi hanno a lungo definito “osco-umbro”. Ma che forse sarebbe più corretto chiamare italico.

Un popolo appenninico con gli stessi sistemi di sepoltura e le medesime tombe a circolo, riemerse dagli scavi archeologici. E che indossava dischi ornati, usati come pettorali, e schienali di corazze come quelli del “guerriero di Capestrano”.

Pastori costretti alla guerra che si scambiavano piccoli bronzi votivi di Marte. E che veneravano, in templi diversi, la grande dea della vita e della natura: Cupra, che nella lingua paleoumbra voleva dire “buona”. Nell’idioma savino degli Umbri di Iguvium era Vesona.

I Romani, che ne conserveranno il culto, la chiameranno Bona Dea. Le tracce della fede si trovano in tutto il territorio dell’area umbra, da Fossato di Vico a Rimini, da Gubbio alla Sabina. Fino ai borghi marchigiani di Cupramontana, Poggio Cupro e Cupramarittima. A Plestia, sull’altopiano di Colfiorito, lungo la strada che dall’Umbria portava al mare, nel santuario che le era dedicato, i fedeli, quasi per distinguerla dalle altre e farla propria, in alcune lamine di bronzo aggiunsero al sacro nome l’appellativo di “madre Plestina”.

Popoli con radici culturali comuni, legati da profonde affinità linguistiche. Figli di altre migrazioni. Spesso forzate dalle carestie o da calamità naturali, sublimate nella cerimonia rituale della Primavera Sacra attraverso la quale furono generati i popoli della penisola. I giovani nati in stagioni funeste, quando il cibo scarseggiava, venivano infatti consacrati a Marte che insieme a Giove, era il dio più importante delle antiche genti italiche.

Il guerriero di Capestrano

E quando diventavano adulti, nei giorni dell’equinozio di primavera, proprio mentre la natura si rinnovava, partivano alla ricerca di nuove terre, dietro il totem di un animale “consegnato” alla divinità.

Gli Umbri furono la “popolazione madre” della penisola. Dal “Ver sacrum”, sotto l’insegna totemica del picchio verde nacquero i Piceni, sotto quella del toro i Sanniti, sotto quella del lupo gli Irpini e i Lucani. Dall’antico popolo umbro-sabino, germinò quindi la prima cultura italica. La scintillante epopea degli Etruschi e la grandezza immortale di Roma hanno oscurato il determinante contributo che queste genti hanno reso alla futura civiltà occidentale. Del resto la Storia la scrivono sempre i vincitori. E gli Umbri, come gli altri popoli italici, saranno prima sconfitti e poi assorbiti dalla magnetica forza della capitale del mondo.

Iguvium, la Gubbio di allora, era una prospera città-stato al centro di una confederazione dove si parlava la stessa lingua e si veneravano gli stessi dei. Ora il tempo sembra aver inghiottito tutto. Di quelle genti, della civiltà umbra, sono rimaste soltanto rare testimonianze archeologiche.

Poche cose. Ma molte parole. Quelle decifrate nelle Tavole di Gubbio ci permettono di ricostruire un mondo perduto. Giacomo Devoto, il più noto linguista italiano, padre insieme a Gian Carlo Oli del famoso vocabolario, le definì come “il più importante testo rituale dell’età classica”. Un “unicum” nella storia dell’Occidente.

LA SCOPERTA DI PRESENTINA La scoperta delle Tavole fu casuale. Le trovò Presentina, una contadina di Gubbio, sepolte vicino al Teatro Romano. Era il 1444 o giù di lì. Sul fatto le cronache sono discordanti. Quel che è certo è che dodici anni dopo, nel 1456, le Tavole divennero proprietà del Comune, come riporta, nero su bianco, un documento in latino firmato dal cancelliere comunale Guerriero Campioni. L’acquisto fu certificato in un atto che riporta la data del 25 agosto 1456. L’amministrazione comunale, che all’epoca era già sotto il dominio dei Montefeltro, trattò la vendita con Paolo di Gregorio, originario di Sinij, una cittadina vicino Spalato. L’uomo rappresentava Presentina che non sapeva leggere né scrivere. La contadina e la sua famiglia ricevettero in cambio, per due anni, i proventi della gabella sui monti e sui pascoli: una cifra equivalente a 40 fiorini.

L’atto ufficiale di acquisto delle Tavole Iguvine

Il documento fu registrato sui libri delle Riformanze della città. E’ rimasto l’unico scritto pubblico nel quale si fa riferimento ai documenti di bronzo. Colpisce la descrizione che ne fece il cancelliere comunale. Guerriero per due volte ripetè “tabularum eburnearum”. Tavole d’avorio. E nella breve nota successiva, aggiunse:”Scritte in lettere latine e segrete”.

Confondere il bronzo con l’avorio appare impossibile. La frase dell’esperto notaio fa ancora discutere ed alimenta “gialli” storici. Ma forse trova una spiegazione nella scarsa padronanza del latino di Ser Guerriero, famoso per essere stato il notaio di fiducia di Federico di Montefeltro ed anche uno dei suoi biografi ufficiali. La sua “Cronaca”, dedicata al signore di Urbino, nacque come “libro delle memorie” e ha il pregio di avere la freschezza di chi racconta fatti di cui è stato testimone oculare. Ma la forma linguistica appare impacciata e sovraccarica di forme dialettali e frasi intercalate dal farraginoso latino usato nei dialoghi quotidiani dai burocrati delle corti dell’epoca.

Quel che è certo è che il contenuto di quelle sette tavole rimase a lungo un enigma.

ANNA KARENINA E LE LETTERE MISTERIOSE Il mistero appassionò generazioni di studiosi che provarono a decifrarle. Cominciando a copiarle a mano. Come fece, con certosina tenacia, anche il conte eugubino Giovan Battista Caltamaggi. Altre copie furono diffuse grazie all’uso sempre più frequente delle presse per la stampa. Chi parlò per la prima volta di un alfabeto umbro fu Curzio Inghirami, un discusso archeologo volterrano. Ma purtroppo aveva fama di falsario e pochi gli dettero retta.

L’intuizione fu ripresa, con esito diverso, nel 1726 dallo studioso Filippo Buonarroti, al quale Cosimo de’ Medici affidò la revisione di un’opera di Thomas Dempster del 1619 dal titolo “De Etruria Regali”. Nel libro erano elencate le iscrizioni etrusche conosciute fino ad allora. Buonarroti aggiunse alla preziosa lista anche le Tavole Iguvine.

Nel suo scritto sottolineò una chiara evidenza: nei testi delle Tavole non compaiono mai nomi con la terminazione in -al, caratteristica dell’idioma dei Tirreni. La lingua riportata sul bronzo doveva quindi essere diversa dall’etrusco. Il supplemento cartaceo fu intitolato, con la prudente cautela dello storico, “Esplicatione et coniecturae”. Ma la lingua umbra cominciò ad avere dignità propria.

Karl Richard Lepsius (1810-1884)

Scipione Maffei, l’erudito veronese che Leopardi definì “uomo nato nobile nella critica libera, franca, spregiudicata e originale”, volle vedere di persona quelle opere misteriose. E si convinse definitivamente di un fatto: quella lingua non era etrusca.

Delle affascinanti Tavole scrisse anche Anton Francesco Gori, nella sua opera “Museum Etruscum”. Un altro studioso settecentesco, l’alto prelato Giovan Battista Passeri, fu il primo a notare che le prime e le ultime due trattavano di argomenti simili. Il valore fonetico dei segni fu analizzato dal gesuita Luigi Lanzi nel 1789.

Ma fu Karl Richard Lepsius, pioniere dell’archeologia moderna, il primo ricercatore che affrontò lo studio su una base veramente scientifica. Dedicò alle Tavole Iguvine la sua tesi di dottorato nel 1833. E assegnò loro una numerazione, ognuna composta da una faccia anteriore A e una posteriore B. L’opera “De tabulis eugubinis” fu pubblicata dall’ateneo di Berlino ed ebbe grande risonanza in tutte le università europee. La curiosità sul misterioso reperto sedusse presto anche le élites culturali.

Nelle pagine di Anna Karenina, il “romanzo perfetto” di Lev Tolstoj, il mistero delle strane lettere sul bronzo diventa una storia appassionante, da sorseggiare insieme ad una calda bevanda: “Aleksej Aleksandrovic ordinò di servire il tè nello studio e, giocando col tagliacarte massiccio, andò verso la poltrona accanto alla quale erano preparati una lampada e un libro francese sulle Tavole eugubine del quale aveva iniziato la lettura”.

La copertina della prima edizione di Anna Karenina di Lev Tolstoj

Ma la consacrazione scientifica delle Tavole arrivò nel secondo dopoguerra grazie a Giacomo Devoto: “Non possediamo nulla di simile né in lingua latina né greca: per trovare paralleli, bisogna ricorrere a letterature del vicino o lontano Oriente”.

Insomma, c’era una storia da riscrivere. Ma che era già scritta sul bronzo. L’impresa della traduzione coinvolse i maggiori glottologi italiani, dall’indianista Vittore Pisani ad Aldo Prosdocimi, che nel 1984 pubblicò un primo volume comprendente il testo e la descrizione paleografica. Le Tavole furono indagate con passione anche da Piero Luigi Menichetti, studioso della storia eugubina.

Il glottologo Augusto Ancillotti, docente emerito dell’Università di Perugia, che ha dedicato la sua vita accademica allo studio delle lingue indoeuropee, ha condotto a termine il percorso secolare della traduzione. Nel 1996 insieme a Romolo Cerri, sull’argomento ha scritto un libro esaustivo: “Le tavole di Gubbio e la civiltà degli umbri”. E un docente perugino, Simone Sisani, ha fornito di recente una traduzione organica del famoso documento.

I TESTI SONO MOLTO PIU’ ANTICHI DELLE TAVOLE Le Tavole Iguvine sono fuse nel bronzo con il metodo della “cera persa”. Contengono 750 parole umbre. In realtà i termini citati sono 4365 ma molte parole si ripetono e spesso, con voci simili, si indicano le medesime cose.

Le sette Tavole Iguvine

L’antico alfabeto è composto da 18 lettere: 14 consonanti e 4 vocali; manca la O. Solo la terza e la quarta tavola non sono scritte su entrambe i lati. Ma le differenze non si fermano qui. La prima e la seconda tavola hanno le stesse dimensioni; la terza e la quarta sono più piccole delle prime due; la quinta è di grandezza media, mentre le ultime due sono più grandi delle altre. Da destra a sinistra, sono redatte le prime quattro tavole e anche una parte della quinta. La parte restante e le ultime due tavole si leggono invece da sinistra a destra ma secondo l’alfabeto latino.

I testi sono molto più antichi delle tavole. Sono quindi stati recuperati da iscrizioni precedenti. Forse erano incise su pelli di animali, sul legno o su altri materiali deperibili.

Di certo, le Tavole sono state composte in epoche differenti e da mani diverse. Ma per il medesimo scopo: conservare i complessi riti religiosi officiati dalla Confraternita Atiedia, una associazione dei cittadini eccellenti di Iguvium e di altre comunità umbre fra loro confederate, che aveva il compito di gestire le cerimonie pubbliche dell’antica città-stato.

Di sicuro le prescrizioni contenute nelle Tavole non erano dirette alla popolazione ma dovevano servire a chi dei confratelli, di volta in volta, doveva svolgere il ruolo di officiante.

Tramandare il “breviario” attraverso il quale si celebravano i riti comunitari di Iguvium e delle città alleate era fondamentale. Tutte le cerimonie religiose pubbliche erano affidate ai confratelli Atiedii. Le preghiere private, quelle che si svolgevano all’interno delle mura domestiche, erano invece compito dei capifamiglia.

Attraverso le regole del rito possiamo ricostruire la società degli antichi Umbri. La Confraternita Atiedia era composta da cento membri, cinque per ogni comunità. Quindi venti città-stato erano tra loro confederate sotto la regia di Iguvium. E’ la prima, più importante forma politica sovraregionale sulla penisola italiana della quale abbiamo notizia. La comunità cittadina, organizzata in senso politico e amministrativo, veniva chiamata tota. Fisio era il nome del monte sulle cui pendici sorgeva Iguvium: era definito con la parola okri e indicava il luogo sacro dell’identità collettiva, dove il popolo veniva chiamato a raccolta.

La Confederazione Atiedia (A. Ancillotti)

Ma il popolo non era certo quello di oggi. Con il termine poplo gli Umbri indicavano la popolazione in armi, chi era in grado di combattere: i membri di una stessa gens riunita in una katera, che poi i Romani chiameranno centuria.

COME PARLARE CON GLI DEI L’uomo umbro parlava con gli dei. E lo faceva da pari a pari. Si poneva al centro dell’universo, che cercava addirittura di condurre sotto il proprio controllo con la forza magica e la potenza della parola, attraverso la quale le cose venivano definite. Le preghiere, di volta in volta, erano recitate con voce chiara e forte oppure espresse in silenzio.

Il favore del dio dipendeva dalla perfezione stessa della liturgia.

La Tavola V è un documento eccezionale che apre uno squarcio nuovo e incredibilmente moderno su una società di tremila anni fa: la confraternita era gestita in modo collegiale, su base maggioritaria. L’impeccabile esecuzione degli atti e delle parole cerimoniali era compito specifico di un officiante. Ma non era un autocrate. Anzi, doveva sottoporre ogni suo atto pubblico al gradimento dei confratelli che potevano premiarlo o multarlo, a seconda del suo operato.

Nel rapporto con gli dei valevano le stesse regole della società. Con al primo posto la lealtà, il valore del rispetto dell’impegno assunto. La parola data era divinizzata con il nome stesso di un dio: Fisone Sancio che riconosceva un patto come valido e quindi “sanciva”, sacralizzava una decisione, dava ufficialità e chiarezza agli accordi presi.

Il dio era il garante dei patti su cui si fondava la comunità e anche delle molte regole che le città confederate dovevano rispettare.

La lustratio, cerimonia degli Antichi Umbri, fu ereditata dai Romani

I nove testi diversi raccolti nelle sette Tavole sono quindi un manuale del giusto rapporto da assumere quando ci si rivolge alla divinità. Raccontano per esempio, in modo minuzioso, il corretto svolgimento delle cerimonie di purificazione sia sul terreno religioso (piacula) che su quello militare (lustratio). Oppure elencano le prescrizioni del rito “per auspici avversi”. Descrivono il sacrificio rituale di un cane. Spiegano la cerimonia delle cinque giornate Sestentasie che servivano a propiziare il raccolto secondo le tradizioni dell’antico mondo agropastorale. Sanciscono diritti e doveri degli officianti e illustrano le regole tributarie e commerciali nei rapporti che le città confederate dovevano tenere fra di loro.

PACIFISTI E TOLLERANTI Di particolare interesse, per più motivi, la “lustratio in campo”, la cerimonia di purificazione dei cittadini in armi. Avveniva in modo periodico perché le azioni militari portavano distruzioni e morte e quindi rovesciavano l’ordine naturale delle cose. Era quindi necessario purificare gli armati.

Dalle parole delle Tavole Iguvine scopriamo un popolo che impugna le armi solo quando è costretto. E che vede la guerra quasi esclusivamente come uno strumento di difesa. L’abito del soldato va indossato come un dovere verso gli altri, per difendere il bene comune del territorio minacciato dai nemici.

Ma la guerra è un male, da tenere lontano dalle proprie case e dalla vita di tutti i giorni. Saranno i Romani, i nipoti imperialisti degli Umbri, a trasformare gli eserciti in strumento di conquista e di espansione territoriale. E di conseguenza, a costruire accanto agli antichi percorsi naturali delle vie commerciali battute dai popoli italici, efficienti e lastricate strade consolari che insieme alle merci serviranno a far muovere in fretta la devastante macchina militare delle legioni.

Il mestiere delle armi comunque era un affare tra aristocratici. La cerimonia della purificazione diventava così un modo per contarsi, per capire chi era in condizione di combattere.

L’attuale Ingino era l’okri Fisio, il monte sacro della città di Iguvium

Quella descritta nelle Tavole Iguvine è una delle più arcaiche forme di censimento che si conosca. La conta dei potenziali soldati escludeva gli stranieri. La circostanza, paradossalmente, ci fa riflettere sulla tolleranza dell’antico popolo: il fatto che la disposizione venga rimarcata, fa capire che c’erano molti stranieri che vivevano a Iguvium e che la loro presenza nella vita quotidiana della città era considerata del tutto normale. L’esclusione dalla cerimonia non era quindi dettata da ostilità ma dalla necessità di rimarcare l’identità cittadina.

Nella vita di ogni giorno, gli Antichi Umbri cercavano di continuo il mers, la “giusta misura”. Un buon senso da inseguire e che emerge anche nel celebre passo della imprecatio, la preghiera alla divinità di Torsa Giovia per ottenere la sconfitta dei nemici, contenuta nel testo della settima tavola.

Gli abitanti di Iguvium sono vittime di scorrerie continue. Ma sanno che non è possibile eliminarle del tutto dalla loro vita. In qualche modo devono convivere con la disgrazia di essere continuamente sotto pressione. Allora chiedono alla dea di terrorizzare i nemici perché almeno si spostino e ripieghino in altre zone.

L’invocazione è la più antica formulazione poetica realizzata in Italia ed è caratterizzata da una ritmica incalzante e dalla figura della allitterazione: il suono delle stesse frasi veniva ripetuto più volte, per dare maggiore forza alla preghiera. Un altro segno della cieca fiducia degli Umbri nella potenza magica della parola. Ma più che un reale odio tra vicini, il rito assolveva alla funzione di messaggio preventivo di politica estera. E di sicuro veniva usato anche dai confinanti contro Iguvium.

La Confederazione Atiedia, che raggruppava venti città alleate, al di là del Tevere confinava con Perugia e le altre città sotto il controllo degli Etruschi; ad Oriente verso il mare, c’era il costante pericolo degli Iapodi, i pirati illirici che infestavano le coste adriatiche; a sud, altre genti umbre: i Tadinati, insediati nell’area dell’attuale Gualdo Tadino e i Naharchi che vivevano a Terni e lungo le sponde del fiume Nera.

IL NUMERO TRE, I CERI E LA TAUROMACHIA Nel racconto decifrato delle Tavole, la cultura paleoumbra dell’Età del Bronzo e quella savina dell’Età del Ferro sono mescolate. Nella prima c’è una visione più antica del divino, misterioso e duale: uranio e ctonio, celeste e allo stesso tempo interno al terreno.

“L’Alzata” dei tre Ceri: il numero 3 ricorre in modo ossessivo anche nelle Tavole Iguvine

La seconda, come scrive il glottologo Augusto Ancillotti, è invece “portatrice di una visione tripartita, che vede il divino, come l’umano, articolato in potere della parola magica e creatrice, potere della forza materiale e potere della vitalità e della fecondità”. Il dio della riproduzione è l’umbro Vofion, la divinità del clan. La trinità è costituita quindi da Giove Grabovio, Marte Grabovio e Vofione Grabovio. Ad indicare che tutti gli dei hanno assunto i caratteri di Grabo, una antichissima divinità iguvina.

Giove padre è il patrono del monte Fisio che domina Iguvium. E anche della confraternita Atiedia, trasposizione dell’autorità assoluta del “pater familias”. Marte è l’atavico dio dei guerrieri pastori. Vofione è il dio della fertilità, che assicura la discendenza e quindi la vita futura alla città.

Tre divinità. Nel rito, colpisce la valenza magico religiosa attribuita al numero. Tre sono le porte maggiori dalla quali si accedeva ad Iguvium: Tessenaca, Trebulana e Vehia. Tre gli animali immolati per ciascuna divinità. Tre gli enti beneficiari delle offerte. Tre i tempi del sacrificio. Come ternario è il ritmo della danza rituale. E la proclamazione della fine del rito, riportata nella sesta tavola: doveva essere ripetuta tre volte prima che la fila degli armati potesse sciogliersi.

Non si può non pensare ai Ceri, la straordinaria festa popolare di Gubbio arrivata sino a noi. Tre santi: Ubaldo patrono, Giorgio guerriero e Antonio, garante della eugubinità. Come la triade umbra Giove – Marte- Vofione. E poi le processioni. Le sfilate. I giri nella piazza. Le tre soste, simili ai cortei dei sacerdoti di Marte, i Salii sabini. Da cui nacquero il saltarello e la tarantella, danzati in triplice tempo, proprio come l’ahtrepudaom, il “tripudiare”, citato nelle Tavole Iguvine: in senso letterale “battere i piedi in tre tempi”.

E poi c’è la kletra, una portantina di legno. Era la gabbia da trasporto per la pecora e il maiale che venivano sacrificati durante la cerimonia delle Sestentasie, la festa che serviva a propiziare i raccolti e che dava inizio all’anno agrario. La barella rituale non doveva essere molto diversa da quelle su cui oggi poggiano i Ceri. Dietro la kletra, che veniva portata a braccia, tutta Iguvium saliva al monte sacro, l’okri Fisio, insieme ai rappresentanti delle comunità umbre federate.

La barella dei Ceri è simile alla kletra degli Antichi Umbri

Sulle Tavole è scritto: “Alven kletram aparito“. Vuol dire: “Al campo si allestisca la portantina”. Così le parti in legno della kletra venivano assemblate appena fuori dalla città, “al campo”. In parte avviene anche oggi per i Ceri, nel giorno della festa, quando ripartono, appena usciti dalla porta di S.Ubaldo, come se la folle e meravigliosa corsa avesse inizio proprio da quel punto.

Antico e moderno, morte e preghiere, si mescolano nel fascino delle antiche parole. Nelle ore del sacrificio in nome di Torsa Giovia, 12 giovenche “mature” vengono messe in fuga per le vie della città. Il rito della loro cattura rimanda alle ataviche tauromachie dei popoli del Mediterraneo e alla vertiginosa e celebre corrida di Pamplona, che, in qualche modo, somiglia anche alla “Fuga del Bove”, la festa popolare natalizia della città umbra di Montefalco, una volta molto più feroce di quella di oggi, dove un bue, abbeverato da un cocktail di pepe e vino, saliva lungo le vie cittadine e moriva sfinito nel tumulto della folla vociante, che esultava davanti alla sua fine.

UNA EREDITA’ DI PAROLE Nell’Italia preromana gli Antichi Umbri gettarono le basi della nostra civiltà. Nacque un nuovo modo di vivere: insediamenti in forma di villaggi furono organizzati come comunità statali. All’antico popolo dobbiamo la pratica della giustizia e l’istituzione delle prime magistrature civili e religiose. Nacque allora il concetto di patria comune e il territorio iniziò ad essere considerato un bene collettivo da difendere. Gli Antichi Umbri fissarono per primi norme che sono ancora fondamentali per le società moderne. Come il rispetto del principio della separazione della proprietà privata, governata dalla famiglia patriarcale e la “cosa pubblica”, che era invece patrimonio di tutta la comunità.

Numa Pompilio, il padre sabino della civiltà romana

La confederazione (deku) delle venti città, all’interno di una unità territoriale molto più ampia del proprio paese di origine, dava prosperità ai commerci e agli spostamenti stagionali di quel popolo di pastori. Facilitava la costruzione di nuove strade e regolava la transumanza del bestiame, lungo i tratturi che si intrecciavano tra le valli.

Quasi tremila anni fa, sui monti dell’Appennino accadeva quindi, in una forma certamente molto diversa, qualcosa di simile a quello che succede oggi con la libera circolazione delle persone e delle merci all’interno dell’Unione Europea.

Nacquero allora tutta una serie di figure capaci di ordinare la vita pubblica, dal magistrato in capo (uhtur), al suo collega che curava le opere pubbliche (maron). Fino al giudice (meddix) e all’arbiter, il magistrato “equidistante” a cui era demandato il compito di risolvere le controversie.

L’enorme contributo dei Sabini e quindi degli Umbri alla nascita di Roma è testimoniato dalle eccezionali simmetrie che si riscontrano nell’organizzazione politica e sociale dei due popoli. A partire dai rituali della fondazione dell’Urbe, descritti nella leggenda di Romolo e Remo. Fino alla religione, all’ideologia sociale e alle radici profonde del diritto romano. I nomi degli antichi re sabini di Roma sono il simbolo stesso di uno straordinario patrimonio religioso e morale. Da Tito Tazio, che regnò per cinque anni insieme a Romolo, al grande Numa Pompilio, padre riconosciuto della città che nei secoli diventerà “caput mundi”.

Le Tavole Iguvine ci ricordano il debito culturale che dobbiamo agli Antichi Umbri. Questo popolo, così trascurato dalla storiografia ufficiale, ci ha lasciato una preziosa eredità fatta di parole. Quelle che ancora usiamo nella vita di tutti i giorni. E che dalla oscura lingua dei bronzi eugubini sono passate al latino e poi all’italiano. Un lungo elenco, che è il segno tangibile di un legame profondo di voci e di sangue. Nomi come casa, cibo, famiglia, popolo, tetto, vino, soglia, vaso, via, arbitro, autorità, pontefice, pio, carne, picchio, vitello o capro. Oppure verbi come curare, tacere, sancire, portare o stipulare. E aggettivi: saldo, salvo, sacro, scritto…

Forse Presentina in quel lontano 1444 non capì bene cosa erano quelle tavole che emergevano dal terreno che circonda il Teatro Romano.

L’eugubino Federico
di Montefeltro
nel celebre ritratto
di Piero della Francesca

In quello stesso anno a Gubbio morì Ottaviano Nelli, uno dei più famosi pittori e miniatori dell’epoca. E Oddantonio di Montefeltro, legittimo erede dei signori di Urbino, fu ucciso in una oscura congiura.

Salì così al potere Federico di Montefeltro, straordinaria figura di capitano di ventura, condottiero, raffinato umanista e grande mecenate. Il ritratto di profilo, conservato agli Uffizi, che ne fece Piero della Francesca, è diventato il simbolo stesso del Rinascimento. Federico era nato vicino a Gubbio, nel castello di Petroia. Ma questa è un’altra storia.

Federico Fioravanti

 

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26 aprile 2015 Federico Fioravanti

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