Narni, il ponte sull’eternità

NARNI – Un ponte sull’eternità. Una finestra sulla storia. Una terrazza sulla meraviglia.
 
Il Ponte di Augusto è il simbolo di Narni e la sintesi di una storia bimillenaria fatta di maestà, bellezza e rovina.
Imponente memoria di un glorioso passato ormai lontano che si erge in mezzo al verde, appare come un transito sospeso, una potenza incompiuta.
Capolavoro di architettura romana citato dalle fonti classiche e raffigurato da artisti e viaggiatori, è stato fatto costruire da Ottaviano Augusto nel 27 a.C., nell’ambito delle grandi ristrutturazioni promosse sulla via Flaminia dal primo imperatore appena salito al trono.
 
La strada aveva preso il nome dal console Caio Flaminio, che l’aveva voluta nel 220 a.C. per collegare più rapidamente Roma alla costa adriatica settentrionale fino a Rimini.
Lunga oltre 200 miglia, la strada era stata tracciata con un andamento il più possibile rettilineo, spianando le colline e costruendo ponti, e sviluppava gran parte del suo percorso in Umbria, attraversando – tra l’altro – la città di Carsulae e incontrando sul suo cammino anche quella di Narni, che come la vicina Terni prende il nome dal fiume Nera.
 
Ai piedi di Narni, il Ponte di Augusto attraversava la gola del Nera unendo due monti – il Corviano e il Santa Croce – con un’imponente struttura composta di quattro arcate rivestite di travertino, ognuna con una diversa ampiezza che variava dai 16 metri ai 32. La lunghezza originaria del ponte era di circa 160 metri, che correvano ad un altezza di 30, mentre la larghezza del piano stradale era di 8 metri.
 
Le pietre per costruirlo furono prese da un luogo chiamato Valle Mantea, nei pressi di Fiano e per tenerle saldamente connesse tra loro, oltre alla calce, erano state adoperate anime di ferro piombate alle estremità.
Per secoli il Ponte di Augusto, oltre che un importante snodo della via Flaminia, è stata un’opera mirabile che ha incantato i viandanti, con quelle sue immense arcate tra le più alte del mondo.
 
Il ponte è ancora in funzione nel 537 ma nell’ottavo secolo subisce un primo crollo. Ricostruito con materiali di recupero, viene nuovamente danneggiato nell’anno 847 a causa di un terremoto; alla fine del secolo una piena eccezionale del Nera procura nuovi e consistenti danni, ma è nell’anno 1053 che una nuova piena fa crollare definitivamente il ponte.
 
La struttura non viene più risistemata e nel medioevo il monumento viene chiamato “Ponte rotto” e successivamente sostituito con un altro cavalcavia sul fiume Nera, costruito a poca distanza.
 
Anche se mutilato e ormai memoria di una gloria lontana, il Ponte di Augusto continua però ad incantare artisti giunti ad ammirarlo da ogni angolo del mondo; tra questi il pittore francese Jean-Baptiste Camille Corot, tra i più importanti paesaggisti del XIX secolo: nel 1825 Corot intraprende il suo Grand Tour in Italia, che lo porta – tra l’altro – a Roma, Tivoli e Narni, dove resta estasiato non solo per il ricchissimo patrimonio artistico, ma anche per il suadente calore della luce mediterranea che lo circonda.
 
Proprio qui, nel 1826, realizza il primo schizzo di un dipinto del Ponte. Rientrato a Parigi nel 1828, l’artista rielabora il bozzetto preparato a Narni trasformandolo in uno scenario pastorale idillico a cui aggiunge grandi alberi frondosi e immense distese di prati.
 
Il dipinto viene presentato al Salon, un’esposizione periodica di pittura e scultura organizzata dall’Accademia Reale, che si svolge al Louvre con cadenza biennale. Alla mostra, Il ponte di Narni – un olio su tela di 34×48 centimetri esposto ancora oggi al Louvre – ottiene un enorme successo diventando una delle opere più celebri di Corot: la trattazione che fa della luce viene considerata infatti un preludio alla pittura impressionista.
 
Vent’anni dopo, nel 1847, vengono avviati i primi restauri sull’arcata e la spalla sinistra del ponte, ma questo non basta ad impedire un nuovo crollo nel 1885 causato, ancora una volta, da una piena del Nera.
 
Altri interventi di restauro e consolidamento iniziano nel 1970. Nel 2000 lo sguardo del fotografo ternano Gian Piero Zanzotti ne coglie una visione del tutto inedita che finisce sulla copertina del suo libro di immagini dedicato alla via Flaminia. Nello stesso anno, però, il ponte viene ancora lesionato da un altro terremoto: inizia così l’ultima serie di restauri che si concludono nel 2005 restituendo il suo fascino al monumento.
 
Oggi, della grandiosa struttura originaria restano solo due piloni voltati ad arco sulla sponda del monte Corviano, una sezione contrapposta sulla sponda del monte Santa Croce e i ruderi di due piloni dell’arcata centrale.
 
Perduto il ruolo di transito nell’abisso, da ormai mille anni il Ponte di Augusto è la cornice maestosa di uno scenario di natura incontaminata: quella natura che un tempo dominava e alla quale oggi appare prostrato e riverente, primo e devoto spettatore dell’incanto di un indomabile e meraviglioso scorcio di creato.
 

Arnaldo Casali

Tag: ,
3 marzo 2018 Arnaldo Casali ,

Articoli Recenti