Maggio, l’anima dell’Umbria

Nell’antichità ogni mese aveva la sua importanza. Ma marzo, aprile e maggio ne avevano di più, specialmente gli ultimi due, che coincidono con la piena primavera. Non a caso aprile e maggio erano legati strettamente da feste in onore della grande Dea Madre Terra, celebrata in questo periodo con diversi nomi e aspetti: Giunone, Venere, Fortuna, Cerere, Tellus, Dia, Flora, Maia, Bona Dea, più tardi si aggiunse Cibele (204 a.C.) e infine il culto cristiano della Madonna vergine e madre, per cui il mese ‘di Maia’ (maggio) diventò il mese mariano ‘di Maria’.
 
Le feste di Flora, per esempio, iniziavano il 28 aprile e si protraevano per 6 giorni fino al 3 maggio (oggi festa della Santa Croce), includendo la festa di Maia del 1 maggio.

Una prova del legame tra i due mesi è nel proverbio meteorologico Quattro aprilanti quaranta dì duranti: il tempo del 4 aprile si ripeterà per altri 40 giorni, ovvero si ripeterà al quarantesimo giorno, dopo 6 settimane (3 + 3). Contando per settimane, alla terza troviamo una data molto importante, la fondazione di Roma (21 aprile 753 a.C.); in tale data veniva celebrata Pales, divinità protettrice delle greggi, proprio nel periodo della tosatura delle pecore, fonte primaria di ricchezza per i popoli di allora (da pecus deriva pecunia).
 
Negli stessi giorni, a Gubbio si dice che Quel che fa per san Marco (25 aprile) fa il giorno dei Ceri, cioè lo stesso tempo meteorologico si replicherà tre settimane dopo.

E con altre tre settimane si arriva appunto al quarantesimo giorno che coincide col 15 maggio, festa dei Ceri di Gubbio, le cletre collegate al culto di Vesona ‘la Buona’ terra, la primavera matura e analoga a Cupra–Bona Dea– Maia o Cerere. Allora ci si domanda: come mai questo proverbio inizia col 4 aprile per concludersi nel 15 maggio?
 
Evidentemente siamo di fronte all’eredità non più percepita di un antichissimo rito divinatorio riferito a una festa di capodanno agro-pastorale che doveva cadere proprio nelle idi di maggio e che doveva essere diffusa in tutta l’area culturale italica osco-umbra: ancora oggi il proverbio è infatti noto e usato non solo in Umbria, ma dalla Romagna alla Puglia, dalla Toscana alla Calabria. Si ricordi che i capodanni italici più antichi cadevano non il primo giorno ma il 15 del mese, a Roma il 15 marzo.
 
Cantare il maggio A primavera inoltrata il sole incrementa il rigoglio vegetativo, crescono le messi, i fiori sono fecondi, gli animali si riproducono, le pecore vengono tosate in aprile- maggio, è il momento di ottenere la difesa divina contro il maltempo e le epidemie. La notte fra il 30 aprile e il 1 maggio è propizia e si riassume in due forme magico-rituali principali, il “cantamaggio” e il “piantamaggio”, un tempo diffuse non solo in Umbria ma in tutta Italia ed Europa.
 
Cantare il maggio” vuol dire andare per le campagne in gruppi di cantori e suonatori (fisarmoniche, organetti, tamburelli o cembali, etc.), per augurare di casa in casa una buona stagione, ricchezza, armonia, amore e fertilità; è un canto “di questua” cui corrisponde una forma di scongiuro nel momento in cui ai “maggiaioli” vengono offerti doni alimentari da parte dei benaugurati.
 
Strofe licenziose La licenziosità di alcune strofe e il rituale visibilmente pagano del cantamaggio, nel 1600 portò il vescovo di Nocera Umbra a proibirlo, e comunque è un canto essenzialmente amoroso e padre delle serenate.

Le formule ritmiche, metriche e melodiche sono molto simili se non identiche nelle varie contrade dell’Umbria, e tutte hanno come base il saltarello, erede dell’antichissimo (già così per gli antichi Romani) verso saturnio, nonché dell’antico umbro (dalle Tavole Eugubine) ahtrepudaom ‘tripudiare’, che etimologicamente significa “battere i piedi in tre tempi”, quindi “danzare in triplice tempo”, come appunto nel saltarello o nella derivata tarantella.
 
Il ritmo ternario, basato sul tre, rappresenta ovviamente la perfetta armonia. Si tenga presente, inoltre, che il canto era la forma espressiva dei vati indeuropei, autori di ermetici incantesimi le cui tracce si riscontrano, per esempio, nell’umbro arcani caneto “si canti l’inno” o “incantesimo”, o nel gallico cantalon ‘inno magico’. Il canto è l’espressione primordiale dello spirito vitale (l’anima) e della compresenza divina, precede la musica strumentale, è la potenza espressiva e creativa del linguaggio.
 
Maggio da scalare A Castel Giorgio (Terni), per la festa di S. Pancrazio, viene prima alzato e poi scalato il maggio; un maggio viene innalzato a San Pellegrino di Gualdo Tadino, a Preci, a Isola Fossara, a Civitella di Sellano (tutte in prov. di Perugia): sono alcuni dei cosiddetti “piantamaggio”, di solito consistenti nella scelta e taglio di un albero imponente in un bosco pubblico, il più alto e dritto possibile, che poi viene trapiantato nella piazza principale del paese. Spesso questo maggio è ottenuto dall’unione di un tronco ‘maschio’ con uno ‘femmina’, sormontati da fronde e doni (è l’origine dei pali della cuccagna); è trasparente anche qui la simbologia sessuale, completata dall’erezione fallica dell’albero (della vita) e dal suo inserimento fecondante nella terra (“piantar maggio” indica metaforicamente l’atto sessuale).
 
I frammenti della scortecciatura e lisciatura dei tronchi vengono conservati come amuleti, così come in altre feste lo sono i frammenti di unità spezzate: fiocchi di cotone di S. Crispolto a Bettona (Perugia), le corde che un tempo contribuivano a mantenere in equilibrio i Ceri di Gubbio, i nastrini dei gonfaloni di S. Pancrazio a Calvi dell’Umbria (Terni). Nastri, nodi, lacci simboleggiano non un qualcosa che si chiude ma qualcosa che sboccia: a Cerreto di Spoleto, il Giovedì Santo, attraverso un’operazione di magia “simpatica” le piante sterili vengono “obbligate” a germogliare legandone i rami tra loro.
 
Perpetua rigenerazione L’albero, il “maggio”, dal canto suo è simbolo di perpetua rigenerazione, perde e rinnova le foglie, fiorisce, è eretto e per ciò fruttifica. E’ da notare però che gli alberi rituali, i “maggi”, quasi mai sono fruttiferi né coltivati, ma selvaggi, rappresentanti dello stato primordiale della natura.
 
Vale la pena ricordare che maggio era il mese “di Maia”, come sostenevano i Romani, che però non capivano più di che divinità si trattasse, tanto che a un certo punto l’associarono alla madre greca di Ermes. Ma la Maia romana era un’altra, era un aspetto della Grande Madre, il risveglio della primavera (come l’umbra Vesona “la Buona” / Cupra, fecondità ed energia vitale), la cui etimologia è riconducibile a *magh- “aumentare, far crescere”, la stessa radice indeuropea del latino maior, greco mega, sanscrito mahi, tutti col significato di “di più”, “accresciuto”, “grande”, come l’antico umbro mestro “maggiore”, da *ma(g)is-te-ro. “Maggio” deriva allora da un tema umbro *magh-jo-, che in origine indica ogni “albero giunto alla fioritura”, “fiorito” perché è cresciuto, da cui l’uso odierno di indicare con questo nome, perlomeno in Umbria, le piante fiorite di primavera come il maggiociondolo e la ginestra. Quindi il nome di questo mese si può tranquillamente ricondurre, a parte la sovranità di Maia, all’aggettivo *magio-: “(il mese) del maggio” o “dei maggi”, cioè delle piante in fiore.
 
L’ossessione del numero 3 Una forma molto particolare di maggio è riconoscibile in una delle feste più famose del mondo e simbolo della Regione Umbria, i Ceri di Gubbio. In essi si fondono molteplici aspetti ancestrali, sviluppi medievali e successivi: la ricorrenza spazio-temporale quasi ossessiva del numero tre, le processioni e le sfilate, i giri nella piazza, le soste (tre come nei cortei dei sacerdoti di Marte di origine sabina, i Salii), l’ascesa al santuario, l’aspersione dell’incastro fra cero e barella, il lancio e la rottura delle brocche (i cui frantumi vengono raccolti devozionalmente: la brocca deve rompersi per forza), gli inchini, l’alzata, le grandi libagioni, il mazzolino di fiori, la corsa, i canti e i balli, la presenza di autorità straordinarie come i due “capitani” (che ricordano i due prinovati delle Tavole Eugubine), la rottura momentanea dell’ordine sociale quasi fosse residuo di una remota festa di fine d’anno, e così via.
 
I Ceri rappresentano una mirabile sintesi di arcaicità preistorica e storica preromana, precristiana e cristiana, un rito che in origine tendeva ad accattivarsi tre divinità ignote, ma che possiamo scorgere nella principale triade di Gubbio-Iguvio, Giove– Marte– Uofion, visto anche il parallelismo funzionale con gli attuali santi titolari dei Ceri (Ubaldo patrono, Giorgio guerriero e Antonio garante della fertilità).

Dopo la morte e la santificazione di Ubaldo, vescovo della città, i Ceri furono volti alla sua glorificazione e protezione, mettendo d’accordo gli irriducibili pagani e gli strenui promotori del nuovo credo.
 

Giancarlo Gaggiotti

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1 maggio 2017 Giancarlo Gaggiotti

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