Le feste di giugno

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Tante feste: antiche, rituali, coinvolgenti. Comunque affascinanti. E per ogni festa, mille storie da raccontare e un cibo particolare da gustare, proprio quel giorno. Ecco una guida per scoprire le feste di giugno nei paesi e nelle città dell’Umbria.

 

SAN FAUSTINO, Festa di Sant’Eurosia, ultima domenica di maggio o la prima di giugno.

Di origini remote. La vigilia del sabato sera, fiaccolata: i portatori delle intusse, grandi fiaccole rituali, si incontrano sul sagrato della chiesa parrocchiale e da qui si recano processionalmente fino alla casa di un compaesano. Questi – oltre ad offrire un rinfresco – ha il privilegio di possedere, infissa nel suo piazzale, un’intussa di ferro alta 4 circa metri, che viene riempita in cima con un quintale di legna e incendiata. Dopo di che le intusse ritornano al sagrato, dove il comitato organizzatore offre ciambelle e panini con salsicce. Segue una festa da ballo. La domenica mattina, dopo la messa, benedizione dei mezzi di lavoro agricoli e processione secondo un percorso opposto a quello della fiaccolata. Intrattenimento musicale il pomeriggio e la sera, finale pirotecnico.

Gastronomia correlata: ciambelle.

 

GUALDO TADINO, Palazzo Mancinelli, Festa della Madonna del Palazzo, prima domenica di giugno.

Di antichissima origine, si articola in un triduo serale, messe la domenica mattina, processione per il paese con l’icona della Madonna e canti mariani, lotteria finale. Viene fatta risalire a un miracolo che sarebbe avvenuto “tanti secoli fa”, quando nella sorgente “la Vena” del torrente Risecco fu rinvenuta una pietra con dipinta l’immagine della Madonna, oggi conservata nella chiesa parrocchiale; in realtà si tratta di una pietra affrescata di cm. 50 x 60 circa, opera popolare tardorinascimentale, raffigurante una Madonna vestita di rosso con uno scialle azzurro e il Bambino in grembo. Il miracolo sarebbe consistito in questo: trasportata dalla sorgente alla chiesa del paese, l’icona ritornò nel luogo di rinvenimento, ma i Palazzesi la riportarono nella loro chiesa e lì dovette rimanere.

 

MONTELUIANO, Festa di Sant’Atanasio, prima domenica di giugno.

Conosciuta anche col nome di “Pellegrinaggio di Maria”, la festa è di origine remota e coinvolge tre località nei pressi di Gubbio (Monteluiano, Montanaldo e Castiglione Aldobrando) raggiunte da una fiaccolata notturna in tre sere successive, dal giovedì al sabato; il punto di partenza interessa ogni anno una diversa località fra le tre. La domenica è “profana”: dopo la messa, banchi gastronomici e giochi popolari, dal palo della cuccagna alla gincana di biciclette, corsa nei sacchi, tiro alla fune, bocce, corsa con le carriole, corsa dei birocci trainati da uomini. La sera ballo finale.

Gastronomia correlata: porchetta, salsicce alla brace.

 

PRECI, Festa della Madonna della Pietà, 7 giugno e domenica successiva.

Di origini remote. Secondo la tradizione, la Madonna è oggetto di un curioso tabu o scongiuro: la sua statua non può uscire dalla chiesa e non può essere portata in processione, perché in tal caso potrebbero verificarsi alluvioni.

Il campanile e le vie principali vengono adornati con archi di bosso e illuminate. La vigilia della festa, “favata col formaggio” in piazza. Il 7 giugno la Madonna viene esposta su un altare di legno dorato al centro della chiesa e abbellita con ornamenti preziosi, tra i quali numerosi ex voto per grazia ricevuta. Per tutta la giornata, concerto della banda musicale e giochi popolari: palo della cuccagna, gioco della ruzzola o delle rùzziche (ruzzole di legno).

Gastronomia correlata: fave fresche e pecorino, panini, ciambelloni e crostate.

Bibliografia essenziale: A. Fabbi, La scuola chirurgica di Preci. Spoleto, 1974; Id., Preci e la Valle Castoriana. Spoleto, 1964.

 

PIAGGIA – PETROGNANO, Festa della Madonna della Croce, prima domenica di giugno (un tempo, il 3 maggio).

Di origini remote. La leggenda di fondazione narra che i frati di un convento, piuttosto che portare a lavare i panni in paese, una volta preferirono lavarseli nel pozzo accanto alla chiesa, incuranti del fatto che quell’acqua era miracolosa e che doveva usarsi con parsimonia e discrezione. Dopo tale sacrilega ingiuria, il pozzo si seccò; rimase giusto un po’ di acqua per permettere ai fedeli di attingerne ancora. Dopo una messa, pellegrinaggio al Colle di Petrognano, mentre il parroco fa gli “scongiuri” (rogazioni) per allontanare temporali e animali pericolosi.

 

SANT’ANGELO IN MÈRCOLE, Festa di Sant’Angelo, secondo fine settimana di giugno, nei pressi di Spoleto.

Viene fatta risalire alla fine dell’Ottocento, quando sostituì una precedente festa dedicata a S. Bernardino da Siena. Il sabato giochi popolari e ballo in piazza la sera. Domenica funzioni religiose e proseguimento dei giochi popolari. Ballo finale e spettacolo pirotecnico.

Gastronomia correlata: bruschetta al tartufo, salsicce arrosto, porchetta, fagioli con le cotiche.

 

TORGIANO, Festa dei santi Primo e Feliciano, 9 giugno.

Viene fatta risalire al 9 giugno 1426, quando “scoppiò in Torgiano un violentissimo temporale, cadde dal cielo grande quantità d’acqua e di fulmini e si alzarono dei venti fortissimi che abbatterono degli alberi giganteschi, tutto il raccolto si credeva ormai perduto”, ma ecco che i Torgianesi si raccomandarono ai santi del giorno, appunto Primo e Feliciano, e subito tornò il sereno e il raccolto di quell’annata fu addirittura superiore ai precedenti. La vigilia processione notturna con fiaccolata seguita da fuochi d’artificio; il giorno della festa, corse di cavalli e biciclette.

Bibliografia essenziale: V. Falcinelli, Torgiano: lavoro, religione, folklore. Assisi, 1977; M. G. Marchetti Lungarotti, Il Museo del Vino a Torgiano, in “Lares”, 4, 1993.

 

NOGNA, La Festa, seconda domenica di giugno.

Di origini remote, la festa nella località eugubina si fa “da sempre” e si svolge soprattutto nel piazzale adiacente a casa Gnagni, dove si trova un affresco raffigurante il patrono S. Clemente, che dunque non viene festeggiato nel suo giorno canonico (23 novembre).

La sera della vigilia i fedeli danno vita a una fiaccolata, poi recitano il rosario in chiesa con un prete aggiunto, mentre il parroco e una trentina di giovani percorrono a piedi circa 2 km. fino a raggiungere la cima del monte sovrastante, dove accendono un falò e sparano fuochi d’artificio. Lì si procurano delle pertiche di 2-3 metri, ne avvolgono la sommità con stracci imbevuti di nafta e le accendono attingendo fuoco dal falò (un tempo le pertiche terminavano con la punta spaccata per ospitare una zeppa di legno con paglia, cera e pece). Il gesto di ‘prendere fuoco dal fuoco’ era già stato ritualizzato dai Romani (il fuoco sacro di Vesta) e dagli antichi Umbri: pir pureto cehefi, si legge nelle “Tavole eugubine”. A questo punto il gruppo ritorna in festosa processione al piazzale, dove le torce vengono accatastate. Seguono danze all’aperto (o in una capanna in caso di pioggia) con consumazione gratuita di dolci, bibite e vino, fino a mezzanotte.

Il giorno della festa, messa alle 9,30 e successivo rinfresco, quindi appuntamento alla vecchia parrocchiale di Nogna, dove inizia una processione con la statua lignea della Madonna portata a spalla su una barella da quattro uomini; alla fine viene celebrata un’altra messa nella chiesa parrocchiale nuova, dedicata alla Madonna. Dal 1986 i portatori della Madonna indossano mantelline rosse o blu, mentre la statua viene preceduta da due uomini a cavallo. Nel pomeriggio si svolgono giochi popolari, come la rottura delle brocche, “occhio al peso dell’agnello”, recite in vernacolo. La sera, recita del rosario nella chiesa nuova e ritorno processionale a quella vecchia, dove vengono sparati colpi di fucile e fuochi d’artificio, mentre nella campagna circostante si accendono i fuochi. Dal 1987 la festa si conclude con una cena comunitaria e ballo finale.

Gastronomia correlata: porchetta.

 

SALÌA – S.MARIA DI BURANO, Festa dei 12 Apostoli, domenica successiva al 7 giugno.

Di origini remote, è legata al culto dei 12 apostoli, tradizionale in tutta l’area del Buranese (monti a nord di Gubbio), il cui nucleo è nella chiesa parrocchiale di S. Pietro di Salìa, tra Santa Maria di Burano e Morena. A tale vetusto culto, presente anche a Torgiano (vedi) e non proprio favorito dalla chiesa ufficiale, sono legate guarigioni miracolose di convulsioni nervose e crisi epilettiche, con un rito che non prevede l’intervento di sacerdoti; il malato, però, non deve avere subìto la terza crisi, altrimenti non può esserci rimedio. Ciò premesso, il guarituro viene portato nella chiesa di Salia da tre persone (un congiunto e due non consanguinei). Mormorando preghiere, ognuno dei tre accompagnatori spezza una candela in 4 parti onde ottenere 12 pezzi da accendere davanti all’immagine di ciascun apostolo, lasciando che si consumino totalmente: l’ultima candela a spegnersi indicherà quale dovrà essere l’apostolo da invocare, dopodiché ritornano a casa. È interessante ricordare che nella zona operava un famoso guaritore, noto come Baldo de Burano. Le immagini dei 12 apostoli (vecchi santini in bianco e nero) sono disposte una accanto all’altra su una mensolina-altare di legno lunga 80 cm. (la mensola si trova dietro l’altare maggiore), disposta su due gradini: sopra stanno le immagini, sotto i pezzi di candela. La successione degli apostoli (il cui nome è indicato da un bigliettino scritto a penna), da sinistra a destra, è la seguente: S. Pietro, S. Bartolomeo, S. Giacomo “M” (il Maggiore), S. Giovanni, S. Giuda “Tedeo” (Taddeo), S. Simone, S. Matia, S. Andrea, S. Tommaso, S. Matteo, S. Filippo, S. Giacomo. L’iconografia, tuttavia, non sempre corrisponde ai nomi: a S. Giacomo minore, per esempio, è associata l’immagine di una vergine in preghiera (una Madonna?), a Giuda un guerriero, a Mattia la spada di S. Paolo, a Simone la croce di Andrea.

La festa è organizzata da 12 “apostoli” e relative famiglie (ogni 6 anni si cambia, fino a ricominciare dai primi due) e finanziata da una questua. Il giorno della vigilia, nella chiesa di Santa Maria di Burano, ognuno dei 12 apostoli “fa le ore” (turno di due ore), in modo da ottenere 12 ore pìù 12 ore di veglia. Il giorno della festa, alle 8 di mattina, dopo la “confessione” degli apostoli inizia la messa; segue uno spuntino in casa del parroco. A questo punto i 12 apostoli si recano in sagrestia, indossano un saio bianco con mantellina rossa (portata appositamente da casa) e si cingono con un cordone fissato al fianco destro con un vistoso fiocco bianco. Ora può iniziare la processione fino alla tomba di un siciliano martire dei nazisti, con  quattro apostoli che portano a spalla la statua del Sacro Cuore; altri quattro sorreggono il baldacchino al di sopra del prete che mostra il Sacramento, mentre i rimanenti quattro sorvegliano il buon andamento della processione. Al ritorno, il parroco impartisce la benedizione, quindi si pranza tutti insieme. Il pomeriggio trascorre col gioco della morra e… dei cazzotti.

Gastronomia correlata: prosciutto, pastasciutta, agnello fritto, pollo, cipolle.

 

LA BRUNA, Madonna della Bruna, 6 giugno.

Di origini remote, la festa nella località nei pressi di Castel Ritaldi, viene ricondotta al 1506 ed è stata “aggiornata” nel 1970. Si racconta che il 6 giugno 1506 alcuni pellegrini lombardi, diretti a Montefalco per onorare la locale santa Chiara, sostarono all’ombra di grandi querce in riva al torrente Tatarena, ma quando vollero rimettersi in cammino il loro vessillo si rifiutò di risollevarsi da terra; allora i pellegrini si rivolsero a un pittore e gli chiesero di dipingere su un muro l’immagine della Madonna: il mattino successivo trovarono l’immagine terminata “per mano angelica”, e solo allora lo stendardo accettò di essere sollevato e così raggiunsero Montefalco. Oltre alle funzioni religiose, si svolgono giochi popolari, canti, balli, pesche di beneficenza, mostre di pittura, teatro in piazza, gare ippiche etc., e sono in funzione banchi gastronomici.

Gastronomia correlata: fave fresche e pecorino.

Bibliografia essenziale: L. Di Marco, S. Maria della Bruna e alcuni santuari mariani spoletini nella documentazione storica, in “Spoletium”, 31, 1986.

 

ATRI, Madonna della Sassa, seconda domenica di giugno.

Di origini remote, viene fatta risalire al ritrovamento in località “la Sassa” di una statua della Madonna in gesso. La domenica mattina, nella località nei pressi di Cascia, messa e processione sulla strada infiorata, mentre altri petali vengono gettati sulla processione dalle finestre. Nel pomeriggio giochi popolari in piazza: gioco delle “pigne”, tiro alla fune, lotteria… Finale con ballo all’aperto. La festa si protrae al lunedì (dedicato al Ss. Sacramento) e al martedì (S. Antonio da Padova).

 

BEVAGNA, Mercato delle Gaite, fra il 10 e il 20 giugno.

Festa fondata nel 1981 in base alla documentazione medievale (voce di origine longobarda, gàita vuol dire “quartiere”). Di giovedì aprono le taverne, il sabato sera corteo storico in costume medievale. Dalla domenica mattina ha inizio la mostra mercato di prodotti artigianali e agricoli del mevanate, distribuiti in circa 25 stands e ricostruzioni di botteghe ambientate nel periodo medievale-rinascimentale. Si svolgono anche un torneo fra i balestrieri dei quartieri, concerti di musiche medievali per chitarra e mandolino, spettacoli di saltimbanchi e sputafuoco, azioni teatrali.

Gastronomia correlata: bruschetta, spaghetti “alla gaita” (con sugo piccante di peperoni, melanzane e altre verdure), porchetta, lenticchie in umido, panicòcoli.

Bibliografia essenziale: A. R. Falsacappa, M. Gaburri, Il mercato delle Gaite. Bevagna, 1992.

 

CASTEL SAN FELICE, Festa di San Felice, domenica successiva al 16 giugno.

Di antiche origini, la festa nella località vicina a Sant?anatolia di Narco, in Valnerina, è legata alla costruzione dell’abbazia sul luogo in cui sarebbe stato ritrovato il sarcofago del Santo e di suo padre Mauro, entrambi martiri nel 535. La sera della vigilia, processione con luminaria dalla chiesa al centro del paese. Il giorno della festa, funzione religiosa e altra processione; nel pomeriggio giochi popolari e recite dei bambini. Chiusura con ballo in piazza.

Bibliografia essenziale: C. Cilleni Nepis, Il “drago” nella leggenda di S. Mauro e di S. Felice in Val di Narco. L’Aquila, 1900.

 

ASSISI, Festa del Voto, 22 giugno.

Viene fatta risalire al 22 giugno 1241 quale festa di ringraziamento in onore di Santa Chiara d’Assisi, per avere salvato la città da Federico II. La santa, che già l’anno precedente aveva respinto le truppe saracene all’assalto del convento di San Damiano pregando sul Ss. Sacramento mostrato alla soldatesca, chiamò a raccolta le sue compagne e insieme si misero a pregare; finché l’esercito dell’imperatore se ne partì “rotto e sconquassato”. Alle 20,30 corteo religioso scandito dal suono di trombe e campane, con la presenza delle autorità civili; alla fine, al convento di San Damiano vengono offerti 6 ceri che restano accesi tutta la notte a testimonianza del ringraziamento. Fiaccolata dalla chiesa di Santa Chiara a quella di San Damiano, lungo lo stesso percorso della processione.

Bibliografia: Festa del Voto (a cura del convento di S. Damiano in Assisi), s.a.; A. Fortini, Il Voto. Assisi, s.d.

 

ARMENZANO, Festa di San Giovanni da Nottiano, ultimo fine settimana di giugno.

La festa è riportata al medioevo, ma alcuni elementi la fanno ritenere ben più antica. È dedicata a un frate francescano di Nottiano (si trova a circa un chilometro da Armenzano), che donò un paio di buoi e prodotti della terra a San Francesco che però li restituì, essendo Giovanni poverissimo. In passato, i proprietari di un podere offrivano fave e vino a chi veniva in processione da Armenzano per assistere alla messa festiva. Negli Anni Settanta la festa si è trasferita ad Armenzano, a causa dello spopolamento di Nottiano.

La sera del sabato, accensione di un grande falò, ballo all’aperto e apertura di una taverna. La domenica mattina, processione da Armenzano a Nottiano preceduta dai confratelli del Ss. Sacramento; a Nottiano, durante la messa, viene ripetuto il rito francescano del dono e restituzione del bue e dei prodotti della terra; a fine messa, distribuzione di vino e panini. La domenica pomeriggio giochi tradizionali ad Armenzano: tiro manuale delle tregge, rottura delle pignatte, gara del “segone” (vince chi riesce a segare per primo un tronco con una sega da boscaiolo), albero della cuccagna, corsa nei sacchi; particolare è la gara del “giogo”, messo al collo di due concorrenti che sfidano altre coppie aggiogate ad arrivare per primi al traguardo. La sera gara di ballo a coppie del “Trofeo di Armenzano”.

Gastronomia correlata: fagioli con le cotiche, bruschetta, bruschetta col tartufo del Subasio (il monte che sovrasta Assisi), carne di maiale alla brace, panini alla mortadella.

Bibliografia: A. Fortini, Inaugurazione della restaurata chiesa di Nottiano [24 giugno 1957]. Venezia, 1957.

 

ROCCA SANT’ANGELO, Festa della Madonna della Rocca, ultimi venerdì, sabato e domenica di giugno (in precedenza si svolgeva 40 giorni dopo Pasqua).

Ricondotta a metà ‘800, la festa è chiamata anche “Sagra della Madonna” in riferimento a un’antica processione che partiva dal castello di San Gregorio per unirsi con quella di Rocca Sant’Angelo dopo circa a 4 km. Il venerdì sera si svolgono gare di briscola; il sabato sera fuochi d’artificio, festa da ballo, apertura dei banchi gastronomici fino alla fine della festa. La domenica mattina, messa e distribuzione dei maritozzi, processione con la statua della Madonna portata da giovani donne per le vie del paese. Il pomeriggio giochi popolari tradizionali (albero della cuccagna, rottura delle “pigne”, corsa nei sacchi etc.), la sera lotteria e festa da ballo.

Gastronomia correlata: spaghetti alla“matriciana” (sugo di pomodoro, pancetta e peperoncino), fagioli con le cotiche, torta al testo con salsicce o prosciutto, maritozzi.

 

FERENTILLO, Sant’Eurosia, ultima domenica di giugno.

Di antiche origini, la festa è in onore della patrona e si svolge in contrada Precetto. Vigilia con giochi popolari, spettacoli in vernacolo e musicali. La domenica mattina messa solenne, il pomeriggio processione per il paese accompagnata dalla banda musicale; al termine, consumazione collettiva di panini e dolci. Dopo cena, spettacolo pirotecnico.

 

FRATTICIOLA SELVATICA, Festa di San Pietro, dal penultimo sabato all’ultima domenica di giugno.

Dal 1972 denominata “Sagra dello Spaghetto dei Carbonai”, la festa è di antica origine e prende spunto da un mestiere, il carbonaio, attivo in loco fino agli anni Cinquanta; nel 1980 è stata introdotta la mostra mercato “Rassegna del mulo e del cavallo da soma”. Si svolge all’interno del centro storico e nel campo sportivo. La sera dell’ultimo venerdì ha luogo la “Fiaccolata di San Pietro”, effettuata da giovani provenienti da Santa Maria degli Angeli (Assisi) o da altri luoghi “francescani”. Nell’ambito della festa viene realizzata una “Cotta del Carbone” (carbonaia) in un orto al centro del paese. Manifestazioni collaterali non fisse: fuochi d’artificio, spettacoli teatrali, gare di pittura estemporanea, giochi popolari tradizionali, esibizione di gruppi folkloristici, “Cantamaggio”, gare sportive, serate danzanti. Per tutta la durata è aperta la “Taverna ristoro del Carbonaio”.

Gastronomia correlata: bruschetta, salsicce e braciole alla brace, fagioli con le cotiche, “spaghetto del carbonaio”( alla carbonara).

Bibliografia essenziale: manoscritto inedito sul vernacolo locale, cur. Scuola Elementare di Fratticiola; O. Marrani, Fratticiola. Gubbio, s.d.

 

MONTELEONE DI ORVIETO, La Notte delli Luminari, 29 giugno.

Di antiche origini, viene ricondotta al Trecento. Si tratta della rappresentazione storica in costumi medievali dell’offerta di un cero agli apostoli Pietro e Paolo, protettori del paese.

La sera del 29, alle 21,30, un corteo religioso parte dal Torrione per incontrarsi alla Porta Nord con le autorità civili, che consegnano il cero votivo. Intanto, dalla Chiesa parrocchiale, muovono gli incappucciati delle confraternite dei Bianchi (in rappresentanza di arti e mestieri) e dei Neri (in rappresentanza del contado); lungo il percorso si uniscono all’altro corteo e insieme raggiungono la Collegiata, dove il vescovo benedice il cero offerto.

Bibliografia essenziale: P. Momaroni, Castrum Montis Leonis comitatus civitatis Urbis Veteris, in “Bollettino dell’Istituto storico artistico orvietano”, XIX/XXI, 1963/1964.

 

COSPAIA, Festa grande a Cospaia, ultima domenica di giugno.

Festa di antica origine, fino al 1718 si svolgeva nel paese nei pressi di San Giustino, il 10 agosto (festività del patrono S. Lorenzo), poi, fino al 1980, la domenica successiva al Corpus Domini; attualmente, l’ultima domenica di giugno per evitare la concorrenza di altre feste e sagre. Gare di poesia e pittura estemporanea, gara di pesca sportiva intitolata alla piccola ma gloriosa repubblica di Cospaia (il territorio si autogovernò in forma di repubblica dal 1440 al 1826), giochi popolari vari (gioco dell’anatra, gara della pastasciutta, albero della cuccagna, “ago nel pagliaio”) e danze. Il “Consiglio di reggenza” e i “festarini” offrono prodotti della gastronomia locale.

Gastronomia correlata: vino e vinsanto, zuccarini, ciaccia al panaio farcita con salumi locali.

Bibliografia essenziale: A. Ascani, Cospaia. Storia inedita della singolare repubblica. Città di Castello, 1973; F. Natali, Lo Stato Libero di Cospaia nell’alta Valle del Tevere (1440-1826). Umbertide, 1892.

 

Tra Ascensione e Corpus Domini

 

MONTE SUBASIO, Festa dell’Ascensione, domenica successiva all’Ascensione.

La festa è palesemente di origini remote, precristiane e preromane, anche perché in località Torre Messere – legata alla leggenda della fondazione di Assisi da parte del troiano Asio – sono stati ritrovati molti oggetti votivi e resti di un tempio di epoca umbra. Fino al 1970 si è chiamata “Festa delle mazze fiorite”, per via dei lunghi bastoni ornati di fiori spontanei che gli assisani portano in pellegrinaggio al Subasio nella festività dell’Ascensione, “mazze” che fino al 1957 venivano premiate in base alla loro bellezza. La gente comincia a recarsi sul Monte all’alba, portandosi dietro il pranzo. Messa al mattino in località Mortaro; nel pomeriggio, giochi popolari agli Stazzi, canti, suoni di fisarmoniche e lancio di aquiloni.

Gastronomia correlata: fave e pecorino fresco.

Bibliografia essenziale: A. Fortini, Festa delle Mazze Fiorite sul Monte Subasio. Assisi, 1957.

 

CERRETO DI SPOLETO, Festa dell’Ascensione

Di origini remote. Nei tre giorni che precedono la festa, dopo la messa del mattino si fanno processioni per le rogazioni, in pratica preghiere e ‘scongiuri’ a favore del raccolto in direzione dei quattro punti cardinali, recitate dal sacerdote una volta raggiunto un punto prestabilito. Nel pomeriggio della vigilia le donne preparano la fogliata, una sfoglia realizzata con acqua e farina, farcita di verdura cotta che cuociono con la brace del focaraccio (falò); il fuoco viene poi saltato in gara dai giovani. Al tramonto, a Cerreto e nelle campagne, cominciano a brillare i fuochi propiziatori.

Gastronomia correlata: fogliata.

Bibliografia essenziale: G. Chiavetti, Cerreto di Spoleto. Spoleto, 1926; C. Medori, A. Melelli, Sedi umane scomparse e abbandonate nel territorio di Cerreto di Spoleto, in “Quaderni dell’Istituto Policattedra di Geografia Università di Perugia”, 2, 1980.

 

MONTE SANTA MARIA TIBERINA, Festa dell’Ascensione

La festa è documentata dal 1573. Il giorno precedente alcune donne si recano in chiesa per vestire la statua della Madonna di un manto prezioso. Il giorno festivo prevede una messa solenne a metà mattina seguita da una processione con l’immagine della Madonna lungo la strada di circonvallazione. Al ritorno, il sindaco posa nelle mani della Madonna le chiavi d’argento simbolo del paese. Nel pomeriggio, esibizione della banda musicale, gare sportive e lancio di una mongolfiera.

Gastronomia correlata: porchetta.

Bibliografia essenziale: A. Ascani, Monte Santa Maria e i suoi Marchesi. Città di Castello, 1978; P. Cerami, B. Scharf, Monte Santa Maria, Lippiano e dintorni. S.a.

 

COLLESOGLIO, Festa della Trinità

Di origini remote. Al triduo, nella località nei pressi di Cerreto di Spoleto, fanno seguito una messa e una processione, alla quale si uniscono man mano altre tre provenienti da Postignano, Buggiano e Meggiano; una volta formato un unico corteo, si recano alla chiesa della Madonna di Costantinopoli con i gonfaloni sacri portati da uomini, seguiti da altri con asini carichi di ceste con il pranzo, che verrà consumato nei prati intorno alla chiesa. Dopo il picnic, esibizione della banda musicale, corsa nei sacchi e tiro alla fune.

Gastronomia correlata: antipasti, tagliolini in brodo, pasta al forno, coniglio arrosto, zuppa inglese.

 

GUALDO TADINO, Festa del fiore di montagna, festività dell’Ascensione e della Ss. Trinità.

Di origine più che remota. Nelle due ricorrenze il monte Serrasanta (m. 1348), sulla cui vetta sorge il Santuario della Ss. Trinità, è meta di pellegrinaggio di una moltitudine che reca in dono migliaia di mazzi di fiori. La “Compagnia della Ss. Trinità”, proprietaria dell’antica chiesa, distribuisce uova sode e pani benedetti.

Bibliografia essenziale: L. Amoni: Vita del Beato Angelo. Assisi, 1878; M. Anderlini, S. Giombini, Gualdo Tadino dal VI secolo a.C. al 2001. Gualdo Tadino, 2001; V. Anderlini: Gualdo Tadino. Gualdo Tadino, 1965; C. Cancellotti, Dialetto e folclore tadinate. Gualdo Tadino, 1987; Gualdo Tadino. Sintesi di una città. Gualdo Tadino,1979; S. Ponti, Folclore e tradizioni, in Gualdo Tadino. Perugia, 1979.

 

ORVIETO, Festa della Palombella, giorno della Pentecoste.

Festa molto antica, viene ricondotta agli inizi del Quattrocento e riferita alle disposizioni testamentarie della nobildonna orvietana Giovanna Monaldeschi della Cervara, che stabilì un apposito lascito per la festa, consistente nella ricostruzione della discesa dello Spirito Santo sugli apostoli e sulla Madonna in Piazza del Duomo.

A mezzogiorno il vescovo ordina al Capomastro di dare il segnale per l’accensione dei mortaretti, ed ecco che una bianca colomba (vera e viva) legata a una raggiera di ferro, sospinta dai mortaretti scende lungo un cavo d’acciaio teso fra il tetto della chiesa di S. Francesco e il Duomo, dov’è raffigurato il cenacolo della Madonna e degli apostoli. Se la colomba raggiunge tali figure, sulle loro teste si accende una fiammella seguita dallo scoppio dei mortaretti; la colomba viene allora liberata e consegnata al vescovo, che ne farà dono a una coppia di sposi.

Bibliografia essenziale: F. Bandini, Orvieto. Tradizioni e costumi: il volo della Palombella, in Umbria. Firenze, 1964; R. Donati, Orvieto. Arte Storia Folklore. Narni – Terni, 1984; L. Pecchi, Con il Corpus Domini e la Palombella a Orvieto rivivono secoli di storia, in “Giornale di Agricoltura”, 30, 1987; A. Satolli, Giostre e Giuochi nella Orvieto medievale e rinascimentale, in La società in costume. Foligno, 1986; Id., Orvieto. Nuova guida illustrata. Città di Castello, 1999; D. Waley, Orvieto medievale. Storia politica di una Città-Stato italiana. Roma, 1985.

 

CESEGGI, Madonna del Monte, martedì di Pentecoste.

Di origini remote. La mattina della festa giungono nel paese nei pressi di Sellano, due processioni, una proveniente da Sellano e una da Postignano; insieme agli abitanti del luogo, i processionari si recano alla Chiesa della Madonna del Monte dove assistono alla messa. Dopo un pranzo sui prati, iniziano i giochi popolari (tiro alle pignatte, tiro alla fune, albero della cuccagna).

Gastronomia correlata: salumi, fettuccine con sugo ai fegatini di pollo, arrosto di pollo e agnello, crostata di ricotta, zuppa inglese.

 

PIAGGIA, Festa della Santissima Icone, lunedì di Pentecoste.

Di origini remote, si basa su una classica leggenda di fondazione: un gruppo di pastori giocava a carte intorno al fuoco quando uno di loro,indispettito dall’andamento del gioco, bestemmiando scaraventò nelle fiamme la tavoletta sulla quale poggiavano le carte, quand’ecco che questa rimbalzò dal fuoco e ritornò di fronte a loro; raccoltala, si accorsero che da un lato vi era raffigurata una Madonna. L’episodio è ricordato da una piccola edicola a un chilometro dal paese, che si trova vicino Sellano. Santa messa e processione, al termine della quale si svolge il “bacio della reliquia”. Pomeriggio con giochi popolari e ballo in piazza la sera.

Gastronomia correlata: salumi, tagliolini o peperini fatti in casa con brodo di pollo o di gallina, agnello arrosto e crema.

 

PIGGE, Festa di Sant’Arcangelo, giorno di Pentecoste.

Di origini remotissime, la festa della località vicino Trevi, viene fatta risalire al 1656: secondo la leggenda di fondazione, nel 1654 una pastorella che aveva smarrito un sacco di provviste, per timore dei rimproveri della madre andò a rifugiarsi nella chiesa di S. Arcangelo; qui pregò la Madonna, che le apparve e la consolò. Da allora accorsero alla chiesa tante persone, specialmente in occasione della Pentecoste. Molti furono i miracoli e le offerte dei fedeli; nel 1656 il miracolo riguardò la cessazione della peste. Dopo la messa, processione con l’immagine della Madonna fino all’edicola costruita sopra una fonte, ai limiti di un boschetto in cui è tradizione ritrovarsi per mangiare insieme, cantare, ballare e giocare.

Bibliografia essenziale: A. Bonaca, Religione e beneficenza in Trevi (Umbria) Notizie storiche. Trevi, 1935.

 

MORRA, Festa del Santissimo Sacramento a San Crescentino, domenica successiva al Corpus Domini.

Di origini remote, la festa della frazione di Città di Castello, viene ricondotta al 1350, anno di costituzione della “Confraternita del Ss. Sacramento”, ed è legata a S. Crescentino o Crescenziano che, avendo sconfitto un mostro (simbolo del paganesimo) che spadroneggiava nelle campagne tifernati, fu decapitato sotto Diocleziano; la confraternita costruì una chiesa in suo onore nel XV secolo. Il sabato sera ha luogo una solenne processione con fiaccolata da Faraldello a San Crescentino, dietro a una croce di legno e al grande stendardo del santo martire portato da quattro persone, baldacchino col Ss. Sacramento affiancato da lanterne, stendardo della Madonna; il corteo è guidato da 5-6 “fratelli” incappucciati dotati del “bastone del comando” e accompagnato dalla banda musicale. La domenica mattina, dopo la messa, la confraternita offre il torcolo e il caffè. Nel pomeriggio si svolge la parte folcloristica organizzata dalla pro loco: corsa nei sacchi, “pentolaccia”, albero della cuccagna e balli tradizionali.

Gastronomia correlata: torcolo.

 

MIGLIANO, Fiaccolata, vigilia dell’Ascensione o del Corpus Domini, nel piccolo centro nei pressi di Marsciano.

Di origini remotissime, se ne ha notizia dal XVI secolo ed è stata riorganizzata nel 1980.

I fiaccolatori realizzano la “fiaccola” ricavandola da un legno resinoso, spaccato in cima per un tratto a forma di croce; l’artefice allarga questi tagli mano a mano, ottenendone listelli slabbrati verso l’esterno, così da creare una sorta di cesto da riempire con schegge di legni diversi, alcuni adatti a bruciare subito, altri a mantenersi più a lungo; sulla parte terminale della fiaccola viene sistemato un “tappo” di legno verde che garantisce la sicurezza dei fiaccolanti (i portatori delle fiaccole). La “Fiaccolata” è una gara di bravura disputata tra “il Colle” (castello di Migliano alto) e “la Valle” (zona nuova), che si contendono il gonfalone cittadino. Ogni gruppo, in costume d’epoca, sceglie cinque fiaccole e le monta su telai fissi; la sfida consiste nel trasportare le fiaccole accese per circa un chilometro dal paese al castello di Migliano. Una volta al castello, vengono lasciate lì per tutta la notte e vincerà la fiaccola che si spegnerà per ultima; per evitare eventuali imbrogli, restano a guardia delle proprie fiaccole alcune sentinelle.

Il giorno successivo si svolge il “Palio”, consistente in quattro gare: staffetta maschile per i grandi, staffetta mista per i piccoli fino a 10 anni, corsa con le brocche piene di acqua per le donne, tiro alla fune. Ogni prova vinta dà un certo punteggio, da sommare a quello ottenuto con le fiaccole; alla fiaccola vincitrice va il gonfalone “Città di Migliano”.

Gastronomia correlata: tagliatelle al sugo di carne di animali femmine (gallina, anatra o vitella), bistecche di maiale, “palombaccia alla ghiotta”, salame del re, arvoltolo.

 

ORVIETO, Festa del Corpus Domini, domenica successiva al Corpus Domini.

Viene ricondotta all’11 agosto 1264, anno di istituzione della festività del Corpus Domini da parte di Urbano IV in seguito al famoso “miracolo di Bolsena”, avvenuto nel 1263: un prete boemo diretto a Roma, scettico sulla presenza di Cristo nell’eucaristia, si fermò a Bolsena dove celebrò una messa nella chiesa di S. Cristina, ma al momento della consacrazione l’ostia si mutò in carne grondante sangue che macchiò il corporale e l’altare.

La sera prima ha luogo una staffetta che rievoca la rivalità fra Orvieto e Bolsena per il possesso della reliquia (il corporale macchiato di sangue); è da ricordare in proposito che le due città si chiamarono rispettivamente Volsini Veteres e Volsini Novi. A partire dal 1952, alle 10 della domenica mattina, dal chiostro di S. Giovanni esce il Corteo storico di 400 figuranti in costume medievale, che raggiungono quello religioso all’interno della cattedrale. Lì si forma un’unica sfilata che attraversa la città: davanti il corteo storico, dietro gli stendardi raffiguranti il miracolo di Bolsena portati da tre persone, il corteo religioso, le congregazioni e il vescovo con la reliquia del Corporale mostrata al pubblico; chiudono la sfilata i gonfaloni dei comuni dell’Orvietano.

Bibliografia essenziale: A. Alimenti, M. L. Buseghin, Il corteo storico di Orvieto. Perugia, 1991; Canti popolari dei dintorni del lago di Bolsena, di Orvieto e delle campagne del Lazio. Bologna, 1968; F. Della Ciana, G. Albergati Gentili, Orvieto. La rupe e dintorni. Storia cultura e tradizioni popolari. Orvieto, 1990; A. Lazzarini, Il miracolo di Bolsena. Testimonianze e documenti dei secoli XIII e XIV. Roma, 1952; E. Mattesini, Per un vocabolario del dialetto del territorio orvietano, in “Contributi di dialettologia umbra”, 6, 1983; Orvieto, il corteo storico. Orvieto, 1985; F. Pieri, Orvieto e Bolsena in relazione al Corpus Domini. Cenni storici e critici. Orvieto, 1956; L. Raffaelli, Orvieto. Guida artistico-turistica. Orvieto, 1976; Rappresentanza scenica eseguita in Orvieto in occasione della festa del SS. Corporale nel 1627, cur. T. Piccolomini Adami, in “Archivio Storico per le Marche e per l’Umbria”, III, 1886; L. Sandri, L’origine della festa del Corpus Domini nella tradizione orvietana, in “BDSPU”, XLIX, 1952; L. Santini, Guida di Orvieto e dell’Orvietano. Perugia, 2000; S. Stopponi, Gli Etruschi a Orvieto. Orvieto, 1985.

 

SAN GIUSTINO, La Fiorita, giorno del Corpus Domini.

Festa religiosa che viene fatta risalire al 1658. Nota anche come “l’Infiorata”, si svolge nel centro storico di San Giustino: le vie del paese vengono cosparse di “quadri” sacri realizzati con petali di fiori ed erbe selvatiche.

Bibliografia essenziale: A. Ascani, S. Giustino. La Pieve, il Castello, il Comune. Città di Castello, 1965.

 

SIGILLO, Infiorata del Corpus Domini, giorno del Corpus Domini.

L’origine viene fatta risalire al “miracolo di Bolsena” del 1264. Le vie del paese, lungo il percorso della processione, vengono cosparse di disegni realizzati con fiori e santoreggia.

 

SPELLO, Infiorate del Corpus Domini, giorno del Corpus Domini.

E’ di antica memoria, ma nella forma attuale viene fatta risalire ai primi del Novecento, ed è organizzata autonomamente da circa 50 gruppi di “fioristi”. Questi lavorano a tutte le fasi, dal bozzetto dell’immagine da rappresentare alla scelta dei colori dei fiori, dalla raccolta degli stessi alla loro diversificazione per tonalità, preparazione del disegno su grandi cartoni, impalcatura di sicurezza contro eventuali intemperie, incollatura del supporto disegnato sull’asfalto, lavoro di composizione dei petali.

Bibliografia essenziale: AA. VV., Spello Le infiorate. Spello, s.d.; G. Bianconi, Spello. Guida e memorie. Assisi, 1883; Dai vieni ti racconto Spello. Spello, 1984; M. De Dominicis, Il rescritto di Costantino agli Umbri, in “BDSPU”, LVIII, 1961; G. Fazion, V. Peppoloni, Canti dell’Umbria: Spello e circondario. Foligno, 1979; J. e A. Hartcup, Spello. Life today in ancient Umbria. London – New York, 1986; V. Peppoloni, ‘Na vorda era cuscì (un paese racconta…). Spello, 1981; G. Sozi, Le infiorate di Spello. Spello, 1989; Id., Spello. Città di Castello, 1991; N. Uguccioni, La coltivazione dell’olivo a Spello, in “Contributi di dialettologia umbra”, 2, 1980.

 

TORGIANO, Festa del Corpus Domini, giorno del Corpus Domini.

Viene ricondotta al 1540, quando in occasione della “Guerra del Sale” l’esercito pontificio il giorno del Corpus Domini si accampò nei pressi del fiume Chiascio, a Ponterosciano. Qui avvenne un evento prodigioso: all’improvviso saltarono in aria tutti i pezzi di artiglieria delle truppe papaline, che così tolsero l’assedio al paese alleato di Perugia. La festa consiste in messe e processione religiosa per le strade infiorate, giochi popolari; sul Chiascio, antica gara di pesca e “Gara del Sandolino”, piccola imbarcazione a due posti con un solo remo.

 

I grandi santi 

 

PIEVE SAN NICOLÒ, Festa di San Giovanni Battista, fine settimana successivo al 24 giugno.

Di antica origine, riassume in sé anche la festa della Madonna del Buon Consiglio e di S. Vincenzo Ferreri. Remota è l’usanza – comune a tutta l’Umbria e non solo nella località vicino Assisi– di raccogliere fiori ed erbe profumate che nella notte di S. Giovanni vengono messe in un catino d’acqua ed esposte alla rugiada affinchè S. Giovanni le benedica; la mattina tutta la famiglia si lava il viso con quell’acqua, usata anche per lenire parti del corpo sofferenti. Il rito di purificazione / guarigione era esteso anche agli animali: a Gubbio, per esempio, portavano i buoi all’alba attraverso tre fossi, mentre i bambini si rotolavano nudi nella rugiada.

Il sabato pomeriggio gara di bocce, la sera festa da ballo, pesca di beneficenza e apertura di un banco gastronomico. La domenica mattina, messa nella chiesa di S. Giovanni e distribuzione di panini con porchetta e vino. Segue la processione in direzione di Paganzano con la statua del santo portata dai “priori” organizzatori della festa, mentre le ragazze portano la statua della Madonna del Buon Consiglio. Durante la processione vengono benedette le campagne. Nel pomeriggio giochi popolari tradizionali: albero della cuccagna, rottura delle “pigne”, corsa nei sacchi, corsa delle uova fresche (portate su un cucchiaio tenuto in bocca), gara delle tovaglie riservata alle donne (vince chi riesce a piegarne correttamente una nel più breve tempo), gioco delle monete nella paglia (per i bambini), tiro alla fune, gara del “segone” (vince chi riesce a segare per primo un tronco con una sega da boscaiolo). La domenica sera festa da ballo.

Gastronomia correlata: bruschetta, carne di maiale alla brace, porchetta, lumache in umido.

Bibliografia essenziale: V. Falcinelli, Per ville e castelli di Assisi, 2 voll. Perugia, 1980, 1982.

 

BOSCHETTO, Festa di San Giovanni l’evangelista, 24 giugno.

Di origini remote. La data è anomala, in quanto il 24 giugno, nella  frazione di Gualdo Tadino è la festività non di san Giovanni l’Evangelista, ma del Battista. Fino agli anni ’70 era organizzata da “Dodici Fratelli” presieduti dal parroco, una confraternita sorta nel XVII secolo per amministrare i lasciti di un facoltoso locale; la carica di “fratello” era ereditaria. Raccontano che nel 1548, sul colle a ridosso del paese (“il Monte”), apparve S. Giovanni l’evangelista, e allora vi costruirono un’edicola in suo onore. Fino agli anni Settanta del Novecento la festa si svolgeva così: il Martedì di Pasqua i fratelli prelevavano la statua (quella del Battista!) dall’edicola dell’Evangelista e la portavano processionalmente alla chiesa parrocchiale dove restava per l’ottavario pasquale; da lì veniva rimossa la domenica precedente il 24 giugno e riportata sul Monte in processione notturna, facendola passare sotto gli archi, costituiti da due-tre pali lunghi dai 3 ai 6 metri, ricavati da giovani alberi e congiunti ad arco sulla strada che va dal paese al monte e “infioccati” a gara: ogni famiglia infatti allestiva il proprio arco e tutti contribuivano all’infiorata, spargendo lungo il percorso processionale ogni sorta di erbe e fiori selvatici. Oggi la festa dura mediamente tre giorni e la statua di S. Giovanni viene portata sempre dai dodici fratelli vestiti di tunica bianca e mantellina rossa e gialla. Sono ancora in auge i giochi popolari tradizionali come il tiro alla fune, bocce, rottura delle “pigne” (brocche) riservata ai soli maschi; dal 1984 una corsa di motozappe dal Boschetto a Gaifana ha sostituito quella coi somari. Serata danzante e fuochi d’artificio finali.

Gastronomia correlata: salsicce, bistecche, prosciutto, bruschetta, maccheroni con le noci [Ricetta:

cuoci la pasta (tagliatelle senza uova o spaghetti), scola, amalgamavi miele e noci tritate (qualcuno

mette anche il cacao o l’alchermes) e dagli una forma conica o emisferica].

 

GRELLO, Notte del fuoco di San Giovanni, 23 – 24 giugno.

Di origini antichissime, la festa della frazione di Gualdo Tadino, legata al solstizio d’estate. La “Corsa del Fuoco” si svolge la sera della vigilia su due circuiti: uno alla base della collina dove sorge l’abitato, l’altro intorno alle mura castellane. Tre giovani “portatori del fuoco”, in rappresentanza dei rioni di Grello (S. Giovanni, S. Donato e S. Angelo), con in mano grandi torce accese (fatte di paglia e stracci e lunghe circa un metro) compiono di corsa tre giri intorno alle mura (un km. circa), cercando di incendiare nel più breve tempo possibile tre altre torce (una per rione); queste sono sistemate su delle tregge (carri agricoli senza ruote) che solo allora potranno essere trainate dai giovani dei vari rioni: una volta incendiate le torce, le tregge corrono frenetiche lungo i pendii del colle compiendo un lungo giro per poi risalire in cima, dove effettuano un ultimo giro intorno al vecchio castello. La corsa è appannaggio del rione che ha impiegato meno tempo. Spettacolo pirotecnico finale. Nella giornata del 24 si svolgono giochi popolari e un concorso fotografico; la sera viene aperta una taverna tra canti e balli.

Gastronomia correlata: “dolce di San Giovanni” (ciambella).

Bibliografia essenziale: Grello: orgoglio di una tradizione (1980), s.a.

 

VALCALDARA, Festa di San Giovanni, domenica più vicina al 24 giugno.

Di origini remote. Il paese vicino Norcia è addobbato con archi ricoperti di fronde di quercia, lumi e lampioncini colorati. La vigilia, processione con la statua del Battista dalla chiesa di S. Giovanni a quella di S. Maria. All’alba del 24 le donne si recano nei prati per raccogliere la malva che viene fatta essiccare e utilizzata per “sfiammare” e per curare certe malattie degli animali. Dopo la messa, nel pomeriggio, giochi popolari (gioco delle “pigne”, corse a piedi, lotteria). Al tramonto i fedeli in processione riportano la statua nella chiesa di S. Giovanni, implorato contro la siccità. Ballo finale in piazza.

 

RÀSINA, Festa di Sant’Antonio, venerdì, sabato e domenica più vicini al 13 giugno (festività di S. Antonio da Padova).

Di origini remote, la festa della località nei pressi di Gualdo Tadino, si svolge negli spazi tra la chiesa del ‘500 e il Centro Sociale, dura tre giorni (dal venerdì alla domenica), con una lotteria al giorno. Venerdì sera gara di briscola, sabato pomeriggio giochi per i bambini, la sera ballo all’aperto. Domenica mattina, messa e processione con la statua di S. Antonio, benedizione delle campagne (“rogazioni”) con un itinerario circolare. Il pomeriggio giochi popolari, la sera ballo finale.

Gastronomia correlata: porchetta, penne all’arrabbiata, crescia con le salsicce, cocomeri e gelati.

 

POLINO, Sfilata delle canestre, fine settimana successivo al 13 giugno (festività di S. Antonio da Padova).

Di origini remote. Il sabato pomeriggio una processione con la statua di S. Antonio sale per circa 3 km. all’eremo di Polino, preceduta dalla banda musicale; all’eremo vengono distribuite ciambelle e e vino. La domenica mattina si ripete l’identica processione, seguita da una messa finale e dalla ridistribuzione di ciambelle e vino. Nella tarda mattinata, messa solenne nella chiesa parrocchiale ed esposizione delle reliquie del Santo; al termine ha luogo la sfilata delle canestre, ceste di vimini senza manico guarnite in forme coniche con fiori di carta e contenenti vino, dolci, pizze, ciambelle e altri cibi. Ogni famiglia prepara la propria canestra, che viene portata in sfilata da donne in costume locale, precedute dalla banda musicale, autorità e gonfalone cittadino. Nel pomeriggio, concerti bandistici ed esibizione di complessi musicali. Spettacolo pirotecnico finale.

Gastronomia correlata: ciambelle all’anice e vino.

Bibliografia essenziale: Polino Comune della Valnerina. Cultura, ambiente, turismo. Terni, 1990.

 

ROCCANOLFI, Festa di Sant’Antonio, domenica successiva al 13 giugno.

Di origini remote, la festa della frazione di Preci inizia in realtà il 3 giugno, quando la statua del santo da Padova viene tolta dall’urna e deposta al centro della chiesa di S. Andrea, dove rimane esposta fino al 24 giugno; tutto il paese è illuminato, ma soprattutto il campanile e la piazza. Il giorno della festa il Santo viene ornato di ori, collane ed ex-voto; al termine della messa, processione con la sua statua per le vie del paese, preceduta dalla banda musicale. Al termine, distribuzione delle “pagnottelle di Sant’Antonio”.

Gastronomia correlata: pagnottelle di Sant’Antonio (pani circolari).

 

ISOLA FOSSARA, Maggio di Sant’Antonio, 2 e 13 giugno.

La festa della frazione di Scheggia viene fatta risalire tra il Seicento e Settecento, ma le caratteristiche la rendono di remotissima origine.

Il 2 giugno, nel bosco sottostante la vetta del monte Catria, vengono tagliati due faggi, rispettivamente il maggio e la giunta, trascinati poi a valle per circa 4 km; nel far questo vengono usati canapi, “catenelle” e manuelle (‘manovelle’: appigli, maniglie).

Il 13 giugno, festa di S. Antonio da Padova, nella piazza del paese viene eretto il maggio (alto circa 20 metri), cioè il tronco del faggio più grande, cui viene unito l’altro tronco (la giunta) e un apice frondoso, ottenendo così il collegamento di tre elementi di legno, come nei Ceri di Gubbio (barella, buzzo e santo). Segue la processione con la statua del Santo (in senso antiorario) e l’esposizione di una sua reliquia, presente la banda musicale; infine la gioventù del luogo si cimenta nella scalata del maggio, trasformato così in palo della cuccagna. Al termine della festa viene messo all’asta il formaggio raccolto tramite questua, quindi vengono effettuate una corsa su asini cavalcati a pelo e una corsa a piedi fino al Poggio La Croce. Il maggio viene rimosso il 29 giugno, festa di S. Pietro. In via straordinaria, l’albero può essere innalzato davanti all’uscio di una casa in cui sia nato un maschio.

Gastronomia correlata: lumache.

Bibliografia essenziale: A. Alimenti, La disgregazione di una cerimonia tradizionale come manifestazione di crisi di una comunità rurale. La festa di S. Antonio a Isola di Montecatria (comune di Scheggia e Pascelupo). Tesi di laurea, Università degli Studi di Perugia, 1975; B. Cenni: Il Maggio di S. Antonio ad Isola Fossara e i Ceri di Gubbio. Città di Castello, 1987.

 

PIERANTONIO, Festa di Sant’Antonio, 13 giugno e domenica successiva.

La festa nella località nei pressi di Umbertide è dedicata a S. Antonio da Padova e viene fatta risalire alla fine del XVIII secolo, quando i “priori” distribuivano gratuitamente torta di Pasqua e vino, ma probabilmente è innestata su un’altra più antica. Oggi, mentre un comitato organizzatore prepara la parte ricreativa, il parroco organizza la processione che un tempo si faceva portando in mano i “gigli di sant’Antonio”.

Bibliografia essenziale: F. Ballerini, Appunti storici della terra di Pierantonio e dintorni. Umbertide, 1913.

 

Giancarlo Gaggiotti  

 

Estratto da: Giancarlo Gaggiotti, La memoria del tempo. Le feste popolari tradizionali dell’Umbria.  2008 Regione Umbria. Consiglio Regionale, Perugia 2008, 275 p.; rist. Editoriale Umbra, Foligno, 2009.