Cerque e merangole

foto merangola 1

“Le cerque non fanno le merangole” ovvero
“Anche le cerque fanno le merangole”.

(Detto popolare dell’Alta Valle del Tevere).

Fino a qualche decennio fa, a Natale i bambini non aspettavano i regali da Babbo Natale o da Gesù Bambino: i regali li “cacava” il ceppo e la mattina di Natale, davanti al camino si trovavano i preziosi doni che il grande ceppo di quercia, anzi di “cerqua”, ancora fumante, aveva “cacato”.

Il regalo più ambito erano le merangole, luminose e rare, come lo erano gli agrumi fino a pochi decenni fa nelle nostre zone fredde. Il merangolo, ovvero l’arancio amaro (Citrus aurantium), o anche Arancio Forte, Cedrangolo, Melarancio, raggiunse le coste del Mediterraneo proveniente dall’estremo Oriente, portato dagli Arabi intorno al X secolo e fu introdotto in Italia dalla Palestina nel secolo XI, forse ad opera dei Crociati come albero ornamentale.

Da tempo immemorabile questa specie viene coltivata, soprattutto nelle regioni vocate all’agrumicoltura per l’estrazione degli oli essenziali e degli altri principi aromatici presenti nelle foglie, nei frutti e nei fiori. Dai profumatissimi fiori si estrae un olio essenziale che viene commercializzato col nome di “essenza di zagara”, chiamata anche “neroli” perché, sul finire del 1600, la duchessa di Neroli, Anna Maria, moglie di Flavio Orsini, ne faceva largo uso per profumare i suoi guanti e i bagni. Anche dalle sue foglie si estrae un altro olio essenziale detto essenza di “petitgrain” che è un eccellente tonificante e ha un effetto addolcente sul nostro cuore: elimina la tristezza e la delusione. Dunque un estratto preziosissimo al mondo d’oggi!

Coltivata nelle zone più calde dell’Umbria, soprattutto nella provincia di Terni, la merangola è stato un prodotto importante per diversi secoli.

Mezenzio Carbonario nella sua “Descrittione della città di Terni” nell’anno 1617 racconta: “…, e in particolare abonda … di melangole, in tanta quantità, ch’alcuni Signori ne mandano a vendere fuora della Città e ne cavano da tre in quattro cento scudi l’anno,… [...]”

Sia l’arancio amaro proprio, le melangole “brusche”, sia il così detto “Mezzo sapore” (gusto intermedio tra il dolce e l’amaro), in verità erano coltivati anche perché usatissimi in cucina.

Fin dal Medioevo frequente era l’abbinamento sia del succo che delle bucce alle carni di maiale o agli insaccati. La buccia infatti funziona da eccellente tonico digestivo e ha effetti aperitivi, stimola per via riflessa la secrezione dei succhi gastrici e della bile, migliorando quindi la digestione degli alimenti. Nelle nostre zone pezzetti di buccia comparivano nella coppa, nella porchetta e nei “mazzafegati”. Il succo aiuta a togliere il grasso dalle carni arrosto, ma è eccellente anche per condire fagioli o cavolfiori lessati.

Nelle regioni del Centro Italia poi la raccolta dell’arancio amaro era un tempo in perfetta sincronia con la produzione dell’olio nuovo che avveniva assai più tardi di adesso. Con l’olio appena prodotto si faceva una gustosa bruschetta insieme al succo amarognolo di questo agrume originale. Tradizione salutare ormai persa, visto che l’olio viene prodotto molto più precocemente rispetto alla maturazione degli aranci amari che peraltro sono ormai in disuso come pianta alimentare.

Ma la cosa più sorprendente è stato il fatto di scoprire che le merangole erano acquistate e “sciupate” anche per il divertimento di Carnevale, anche nella nostra Umbria.

Così se ne parla in un documento presso l’Archivio Bufalini di San Giustino: “Adì detto (9 gennaio 1593) melangole comprate per fare le mascare a grossi 3 luna”. Ovviamente era il divertimento dei ricchi. Perché ai poveri e alla gente normale le merangole le “cacava” il ceppo di Natale e non si potevano certo lanciare per fare gli scherzi di Carnevale!

Isabella Dalla Ragione