Le antiche feste

San Pancrazio

Antiche e affascinanti feste di maggio, qua e là in giro per l’Umbria, tra storia, tradizione e leggenda.

Ecco un vademecum per saperne di più.

CASTEL GIORGIO (TR)

Festa di San Pancrazio, 11 – 12 – 13 maggio.

Di origini remote, è documentata dall’inizio dell‘800. La sera dell’11 maggio un corteo folkloristico con carri trainati da buoi attraversa il paese, portando gli attrezzi per il palo della cuccagna e i doni da sistemarvi in cima: l’arzata del maggio (alzata dell’albero di maggio) consiste nell’innalzamento in mezzo alla piazza principale di un palo di legno di circa 20 metri tramite corde, forche e travi di legno. Il giorno successivo, dopo la processione, ha luogo la rancata del maggio (arrampicata sul palo della cuccagna). Al termine, intrattenimento bandistico e folkloristico. La sera, tombolata, spettacolo pirotecnico e ballo in piazza. Il 13 maggio ha luogo la “Fiera di San Pancrazio”.

Gastronomia correlata: ciambellata di maggio (ciambelle di farina, uova e zucchero, ciambelle all’anice e frittelle).

Bibliografia essenziale: E. Prudenzi, Castel Giorgio e i suoi 500 anni. Grotte di Castro, 1977.

CALVI DELL’UMBRIA (TR)

Festa di San Pancrazio, 11-14 maggio.

San Pancrazio viene festeggiato anche a Calvi. La festa, di origini remote, viene ricondotta al 1400, quando il giorno della festa del patrono (12 maggio) i Calvesi si trovavano riuniti nel suo eremo; approfittando di ciò, i Poggiani (abitanti del Poggio di Otricoli) sottrassero loro lo stendardo della città, che però una calvese riuscì a recuperare; papa Callisto III, nel 1456, pose fine alle dispute confinarie tra i due paesi stabilendo che il monte e l’eremo erano proprietà di Calvi. Lungo il sentiero che porta al monte Rosaro o “di San Pancrazio”, in una roccia sarebbe impressa l’orma del cavallo del Santo, cavalcando il quale con tre salti sarebbe arrivato in cima battendo il rivale S. Vittore. In cima al monte sono tuttora visibili dei grandi massi, ciò che rimane di un antichissimo insediamento umbro.

L’11 maggio è il “Giorno dell’Investitura”: le autorità passano simbolicamente il potere ai “Reggenti” della festa; alle 21 corteo storico medievale (circa 120 figuranti), cerimonia di vestizione dei gonfalonieri e consegna degli stendardi da parte del Comune.

Il 12 maggio, messa nella chiesa parrocchiale alle 9; alle 10, in piazza, “Messa del Signorino” e ascesa al Monte col primo stendardo e il primo Signorino; una volta all’eremo, rievocazione della disputa confinaria col Poggio e verifica degli stessi confini, avendo come testimoni i rappresentanti dei comuni limitrofi; segue una cerimonia religiosa nel santuario. Il pomeriggio, nella piazza del paese si svolge il “Carosello dei Signorini” (ragazzi di 8-10 anni in costume d’epoca romana), consistente in tre giri compiuti dai ragazzi lungo il perimetro della piazza.

Il 13 messa solenne, processione in costume e “Giostra delle quattro contrade”, gara tra 4 cavalieri (uno per contrada) che devono infilare di corsa con una lancia un bersaglio di 8 cm. Di diametro, in tre tornate ciascuno. Segue il corteo storico durante il quale viene portata in processione una reliquia di S. Pancrazio custodita in un reliquiario d’argento a forma di braccio (perciò è detto “Giorno del Braccio”); la sera gli stendardi vengono portati al monastero del paese e consegnati in custodia alle monache.

Il 14 è il “Giorno dei Conti”: cerimonia in suffragio dei caduti nella battaglia contro i Poggiani, corteo e riconsegna degli stendardi alle autorità civili; taglio e distribuzione devozionale dei nastri di seta che assicuravano gli stendardi alle aste.

Ogni contrada organizza una propria “tavolata” e viene aperta una taverna; mostre d’arte e artigianato, raduni bandistici, spettacoli pirotecnici fanno da contorno alla festa.

Bibliografia essenziale: V. Dini, Festeggiamenti di S. Pancrazio a Calvi dell’Umbria, in “Gli antichi sports e giuochi popolari nel folklore delle manifestazioni italiane”. Arezzo, 1966; Festa di S. Pancrazio a Calvi dell’Umbria, in “Quaderni umbri”, 5, 1979.

OTRICOLI (TR) 

San Vittore il 13-14 maggio e la domenica successiva.

Questa festa del patrono di Otricoli è di origini remote.

La sera del 13 maggio, sacra rappresentazione del martirio del Santo nell’area archeologica di Ocriculum e rievocazione storica del miracoloso sbarco del suo corpo da Roma a Otricoli via Tevere: una chiatta illuminata, trainata e scortata da dieci barche “da caccia”, trasporta sul Tevere la statua del Santo mentre intorno alle barche galleggiano circa 5000 lumini. Giunta a un’ansa del fiume, la statua viene portata a terra e scortata da sedici ragazzi in costume romano; segue una processione molto suggestiva, che dopo circa tre chilometri raggiunge la cattedrale. Il percorso della processione e le mura del paese sono illuminate a torcia.

Il 14 maggio, giorno della festività patronale, si svolge un’altra processione con la statua di S. Vittore portata da dieci ragazzi e ugualmente scortata dai sedici giovani romani, tra i quali uno a cavallo impersona il Santo. La domenica successiva si svolgono manifestazioni sportive e giochi popolari.

Bibliografia essenziale: F. De Meo, M. P. Palomba, Note storico-geografiche su Otricoli e il suo territorio, in “Quaderni dell’Istituto di Geografia Università di Perugia”, 6, 1984; C. Pietrangeli, Ocriculum. Roma, 1948; Id., Un lembo dell’Umbria alle porte di Roma. Roma, 1978.

PRECI (PG)

Piedivalle, Festa di Sant’Eutizio, domenica successiva al 23 maggio.

Di origini remotissime, la festa viene fatta risalire all’arrivo del santo frate Eutizio in paese, alla guida di un paio di buoi che trasportavano un cespuglio di rose selvatiche, cespuglio che da allora avrebbe resistito a ogni intemperia e calamità. Un’evidente, antichissimo rito iniziatico, si svolge all’interno dell’abbazia: sotto la tomba del santo, c’è un passaggio che i bambini devono attraversare per poter crescere sani e robusti; alla fine, il parroco pone loro in testa una corona di rame.

Il 23 maggio, dopo una messa concelebrata, una processione vede gli uomini delle guàite (rioni) in camice bianco e mantellina rossa circumambulare l’abbazia di S. Eutizio con la statua del santo; seguono altri uomini che impugnano un bastone coronato da un grosso pomo (“bastone del comando”), con la funzione di mantenere ordine nel corteo. Rinfresco finale.

Bibliografia essenziale: M. De Orchi, L’antica abbazia di S. Eutizio in Piedivalle, in “Arte cristiana”, LI, 1963; L. Fausti, Devozioni popolari al Sepolcro di S. Eutizio presso Norcia, in “Archivio per la storia ecclesiastica dell’Umbria”, III, 1916; P. Pirri, L’Abbazia di S. Eutizio, in “Anselmana”, XLV, 1960.

CASCIA (PG)

Festa di Santa Rita, 21 – 22 – 23 maggio.

Si fa risalire al 1457, anno della morte della Santa nativa di Roccaporena. La domenica precedente il 22 maggio, di sera, si svolge in costume la “Processione dello Stendardo” dalla parrocchiale di S. Maria alla basilica di S. Rita, presenti anche le autorità civili. Alla fine, funzione solenne con accensione della “fiaccola” presso una città gemellata, dalla quale parte il tedoforo che arriverà a Cascia il 21 a sera, vigilia della festa. Il pomeriggio del 21 maggio, nella basilica, funzione solenne del “Transito” della Santa e offerte di rose da parte degli uomini del paese; la sera, il sindaco della città gemellata accende il tripode tramite la fiaccola portata dal suo tedoforo. Spettacolare luminaria finale con migliaia di fiaccole.

La mattina del 22 da Roccaporena, paese natale della Santa, parte la processione in prossimità di Porta del Pago, integrata da un corteo storico in costume rinascimentale che rievoca in quadri viventi gli episodi della vita della santa. Presenti la banda musicale, le autorità civili e religiose, la sfilata prosegue per le vie cittadine fino alla Basilica, dove un cardinale impartisce la benedizione ai pellegrini che recano mazzi di rose; segue una solenne concelebrazione. La sera, spettacolo di musica leggera nella piazza principale, cui fanno seguito i fuochi d’artificio.

Il giorno successivo, “Fiera di Santa Rita” a conclusione delle “Celebrazioni Ritiane”. Nel 1988 il Comune di Cascia ha istituito il premio internazionale “Santa Rita da Cascia” per personaggi particolarmente meritevoli.

Bibliografia essenziale: L. Chiesa, Cascia: in onore di S. Rita s’incendia il colle, in “Tuttoturismo”, 120, 1989; Guida di Roccaporena e Cascia. Roma, 1950; Pellegrinaggio e religiosità popolare. Atti del convegno di studio organizzato dal Santuario di santa Rita (Cascia, 1981). Padova, 1983; L. Vannutelli, Vita di S. Rita da Cascia agostiniana. Perugia, 1925.

ALLERONA (TR)

Festa di Sant’Isidoro agricoltore – Sfilata dei Pugnaloni (terza domenica di maggio).

Di origini remote, consisteva in un corteo di contadini che portavano in spalla rami di alberi decorati con nastri di stoffa multicolori con appesi pezzi di pane, formaggio e prodotti dei campi; ancora all’inizio del ‘900 portavano anche un palo di circa tre metri con in cima una gabbia ovoidale di legno contenente pezzi di formaggio appesi a cordicelle, fiaschette di vino e arnesi per il lavoro dei campi. Queste strutture sono ancora chiamate “pugnaloni” e dal secondo dopoguerra si sono trasformate in carri allegorici costruiti dai contadini.

Il sabato ha luogo la benedizione delle macchine agricole, con offerta di vino e biscotti ai guidatori;

alle 21 concerto della banda musicale e “innalzamento dei globi aerostatici”, segue una festa da ballo in piazza. Dal pomeriggio apertura di un banco gastronomico.

Alle 10 della domenica i Pugnaloni giungono nella piazza del Comune e vengono disposti in ordine dal più piccolo al più grande; alle 11, da una casa gentilizia, esce un corteo di figuranti in costumi locali ottocenteschi, e poco dopo viene celebrata una messa all’aperto sul sagrato di S. Michele Arcangelo; a mezzogiorno si apre la processione preceduta dal corteo storico (30 figuranti), seguono i Pugnaloni e i fedeli con l’immagine di S. Isidoro; alla fine, dalle 13 alle 18, i Pugnaloni restano esposti in piazza e successivamente premiati. Dopo i giochi popolari del pomeriggio (corsa dei sacchi, tiro della fune, corsa delle pignatte), la serata si conclude con un ballo in piazza.

Gastronomia correlata: salsicce, bistecche e fegatelli di maiale alla brace, bistecche di agnello, fagioli.

Bibliografia essenziale: G. Baronti, A. Seghetta: Le macchine del santo: allegoria e tradizione nei pugnaloni di Allerona. Terni, 2001; L. Farnesi: Il culto di S. Isidoro ad Allerona nei secoli XVII e XVIII, in “Il Campanile”, 3, 1978.

GUBBIO (PG)

Palio della balestra, ultima domenica di maggio.

Il palio si svolge regolarmente almeno dal 1461 e consiste nel colpire con una veretta (freccia) il tasso (bersaglio) posto alla distanza di 35 metri; è disputato tradizionalmente fra i balestrieri di Gubbio e quelli di Sansepolcro (Arezzo), ma periodicamente, la seconda domenica di luglio, ha luogo il “Campionato Italiano di Tiro con la Balestra antica all’italiana” al quale partecipano anche i balestrieri di Massa Marittima, Lucca e San Marino. A Gubbio il Palio si svolge in Piazza Grande, preceduto dall’esibizione del Gruppo Sbandieratori e dalla lettura del bando; al vincitore spetta il “palio”, un grande drappo dipinto ogni anno da un artista diverso. Al termine, le vie cittadine illuminate a torcia sono percorse dal Corteo storico preceduto da tamburi e chiarine. E’ di istituzione recente il “Palio dei Quartieri” che si disputa la vigilia di Ferragosto tra i balestrieri di S. Andrea, S. Giuliano, S. Martino e S. Pietro.

Bibliografia essenziale: Apertura dei Mondiali di atletica. Corteo storico, Balestrieri e Sbandieratori in mondovisione, in “L’Eugubino”, 5/6, 1987; F. Bettoni, Giostre a Gubbio tra Quattro e Seicento, in La società in costume. Foligno, 1986; L. Chiesa, Il “derby” della balestra, in “Tuttoturismo”, 188, 1994; V. Dini, Antico uso della balestra in Gubbio, San Sepolcro, Massa Marittima e nella repubblica di San Marino. Arezzo, 1963; G. L. Gambini, Il gruppo Sbandieratori ha vent’anni, in “L’Eugubino”, 4/5/6, 1988; L. Marchetti, Capitoli della Società dei Balestrieri della città di Gubbio. Gubbio, 1925; P. L. Menichetti, Il Palio della Balestra a Gubbio. Storia e documenti. Città di Castello, 1974.

GUBBIO (PG)

Montelovesco, Festa di Santa Cecilia, il lunedì successivo alla Pentecoste. Molti comunque la festeggiano anche il martedì successivo. Anticamente la festa aveva luogo l’11 aprile, giorno della presunta traslazione del corpo della Santa.

L’origine è più che remota e si riferisce palesemente a un culto femminle delle rocce e delle acque (fertilità), anche se viene fatta risalire al XIII secolo, quando il popolo avrebbe eletto santa una romita di nome Cecilia, vissuta “dopo sant’Ubaldo” e invocata come protettrice dei bambini. Secondo un cronista eugubino del ‘600, certo Angelini, Cecilia sarebbe stata la sorella di un monaco dell’abbazia olivetana di Camporeggiano, il Beato Sperandio, ma secondo l’analisi del parroco Romano Bambini, il monaco sarebbe vissuto sempre e soltanto nel monastero di S. Pietro in Gubbio. Si dice anche che la Santa, o Beata, fosse originaria di Montelovesco o di Camporeggiano, e che fuggisse di casa per rifugiarsi nell’attuale vocabolo “Santa Cecilia”, nella grotta che si trova difronte/sotto la chiesa a lei dedicata. Sembra che molte altre giovani seguissero il suo esempio, per cui il vescovo Villano fece costruire per loro una capanna sulla quale sarebbe poi sorta la chiesa di S. Angelo “di Cuti” (ma un documento del 1732 afferma che tale chiesa era dedicata a S. Ubaldo); le monache vi rimasero fino al 1257, quando furono trasferite nel convento cittadino del “Paradiso”,

dove Cecilia sarebbe morta. Soppresso anche il monastero del Paradiso, il corpo fu portato in quello di S. Benedetto (suore di S. Maria del Pellagio), accanto al teatro romano; ancora, nel 1382 il corpo sarebbe stato trasferito in un altro convento della città, a Santo Spirito, insieme a quello di una Beata Agatella (della quale non si sa nulla). Dopo di che, si sono perse le tracce del suo corpo, ed è un giallo che mons. Bambini risolve indicandone l’ubicazione nel duomo di Gubbio: egli stesso vi avrebbe rinvenuto due casse, una con l’indicazione “Beata Agatella”, mentre nell’altra (anonima) è conservato un scheletro con vestito bianco e corona in testa, e si tratterebbe di Cecilia. Da secoli la gente dell’alta Umbria raggiunge in pellegrinaggio la grotta della Santa, aperta su un orrido che sovrasta il torrente Mussino. La cavità, costituita da “sasso morto” e “sasso vivo” (tufo e calcare), è lunga 10 metri, profonda 4,50 nel punto massimo, altezza che degrada da due metri a uno. Il pavimento celerebbe le impronte della santa ed è costellato da centinaia di monete e lumini devozionali rossi. A circa tre metri sulla sua sinistra c’è uno strapiombo in cui precipita una cascatella, derivante da una sorgente perenne che scaturisce proprio accanto alla chiesa; precipitando forma altre cascatelle fino a scivolare nel Mussino, dove si può vedere un altro segno di culto: un’altra sorgente al cui raggio la santa si sarebbe bagnata, e la pietra sulla quale avrebbe lasciato tre impronte col palmo della mano, dette “Tazze di Santa Cecilia”; secondo la tradizione, la santa avrebbe usato questa pietra anche per attingere l’acqua miracolosa alla quale vengono attribuiti infiniti miracoli.

Due aspetti caratterizzano la chiesa di S. Cecilia come santuario terapeutico: uno riguarda il numero

impressionante di ex voto riferibili a bambini (abitini bianchi, fazzoletti rossi, oggetti d’infanzia, etc.); l’altro è una fossa al centro, ricoperta da due tavole (cm. 60 x 45 x 15), dove venivano posti con il rito dell’incubazione i bambini malati di infantiole (poliomelite) e comunque da preservare da ogni male; il rito affonda le radici nella più remota antichità ed era praticato anche in Grecia, Egitto e India. La festa è essenzialmente religiosa ma il clero vi svolge una parte marginale, anzi, per secoli ha cercato di ostacolarla. Dopo una messa, nel grande piazzale della chiesa il prete benedice i bambini, quindi segue una colazione all’aperto con abbondanti libagioni e giochi tradizionali (morra, bocce, carte).

Bibliografia essenziale: Q. Rughi, S. Cecilia di Montelovesco eremita. Umbertide, 1986.

(Testo estratto da: Giancarlo Gaggiotti, La memoria del tempo. Le feste popolari tradizionali dell’Umbria.  2008 Regione Umbria. Consiglio Regionale, Perugia 2008, 275 p.; rist. Editoriale Umbra, Foligno, 2009).

Giancarlo Gaggiotti