Le antiche divinità del mese di marzo

Marte Grande divinità italica, prima ancora che romana, titolare del mese di marzo (il mese di Marte). Come padre e guida degli Italici, nonno di Fauno, ma anche padre di Romolo, era preesistente alla fondazione di Roma. Adorato dagli Italici sotto forma di lancia (quiris) o picchio verde, dai Romani fu assimilato a Quirino (poi identificato con Romolo). In origine era una divinità della natura, dei venti, del tuono e della pioggia generatrice di fertilità, della primavera. Per questo le matrone gli sacrificavano un gallo il primo marzo quale potenza fecondatrice maschile. Nell’occasione, servivano la cena ai propri schiavi come nelle Saturnalia, quindi si trattava di un rito di rottura tra vecchio e nuovo anno. Come divinità totemica era rappresentato da un lupo (suo nipote Fauno era il “lupo” marito della leggendaria “lupa”); da un picchio verde (l’umbro Piqu- Mart-), l’uccello oracolare che nutrì Romolo e Remo insieme alla Lupa; cavallo (antica “macchina” bellica e simbolo di fertilità maschile); toro (guida nel ver sacrum, la “primavera sacra” all’origine dell’espansione dei popoli oscoumbri in tutta la Penisola).
 
Era titolare delle Hastae Martiae, le “lance di Marte” custodite nella reggia (regia), che venivano scosse in caso di grave pericolo. Nel suo tempio di Porta Capena erano conservate le Lapides Manales, “le pietre buone” o “dei Mani”, protagoniste del rito dell’aquilicium o “invocazione della pioggia”: nei periodi di siccità venivano prelevate dal tempio e fatte rotolare nei campi per ottenere la pioggia; questo rituale evidenzia il primordiale carattere pluvio e “fertilizzatore” di Marte. Nel Carmen saliare era invocato come “Padre degli Dei” e “Dio tra gli Dei”: Divom Parens e Divum Deus, appellativi eloquenti. Era detto anche Leucesio (lampeggiante), Ultor (vendicatore) e Gradivo (impetuoso nell’incedere). Nei bronzetti italici, è raffigurato come un giovane che sta per scagliare la lancia armato di scudo ed elmo crestato.
 
Un rito arcaico, dedicato al dio come ringraziamento per i raccolti, era l’Equus Octo-ber: “l’Ottobre cavallo” (non “Cavallo di ottobre”, infatti non è Equus Octo-bris), quando il 15 ottobre gli veniva sacrificato un cavallo nel Campo Marzio, precisamente il cavallo di destra della biga vincitrice delle corse: gli venivano tagliate la testa (portata di corsa alla regia dai vincitori e ivi appesa) e la coda; il sangue che ne sgorgava era raccolto dalla vestale maxima e conservato per le feste Parilia dell’anno successivo. L’ “Ottobre cavallo” ha un parallelo nell’antica India con l’aśvamedha, rito di fecondità durante il quale la moglie del re si accoppiava con lo stallone sacrificale. Si pensi al rito di insediamento regale dei Celti d’Irlanda, in cui era però il re a montare una cavalla bianca, la “dea cavalla” Epona: tutte rappresentazioni del seme fecondante maschile e della terra da fecondare. Altra cerimonia arcaica era l’Armilustrium del 19 ottobre, a conclusione della stagione bellica, che si svolgeva nella località dell’Aventino in cui Romolo aveva fatto seppellire il “collega” Tito Tazio: venivano purificate le armi che avevano combattuto e che perciò si erano macchiate di sangue. Era infine festeggiato il 27 febbraio (Equirria), il 12 maggio e il 1 giugno. Il culto martiale era officiato dai sacerdoti Salii (“i danzatori”), distinti in due gruppi di 12: i palatini (propri di Marte) e i collini o agonenses (condivisi con Quirino).
 
Solitamente i Salii, guidati dal praesul (“primo saltatore”), davano vita a cortei – pellegrinaggi a tappe nella città eseguendo danze di guerra in tre tempi (tripodatio o tripudium, da cui l’italiano “tripudio”) e cantando, oltre al carmen saliare, inni sacri come gli axamenta (litanie di dei, eroi, personaggi leggendari etc.) e i versus in onore di Marte, Giano, Giove, Giunone e Minerva. Indossavano la tunica picta (rossa e ricamata), la corazza di bronzo, la trabea (mantello militare ornato da una striscia scarlatta e allacciato con una fibbia). In capo portavano, una tiara conica (apex), al fianco la spada. Nella mano sinistra l’ancile di Numa Pompilio e nella destra un bastone o lituo, oppure una lancia che percuoteva gli scudi bronzei con ritmo fragoroso. Durante le tappe mangiavano e bevevano a volontà, tanto che saliaris (cena) equivaleva a “pranzo da re” o “abbuffata”. Le soste (mansiones) erano tre (come le tre soste dei Ceri di Gubbio) e politicamente significative: Foro, Campidoglio e Comizio.
 
Marte, oltre che Mars (in latino e umbro), era chiamato anche Marmar, Mamars, Mart, Marspiter ( = Mars pater, forma parallela a Iuppiter “Giove padre”), Mavors. E con il nome di Maris passò agli Etruschi. Nell’antica India i Marut erano divinità guerriere, spiriti del vento che provocavano tempeste e inseminavano la vegetazione, aiutanti di Indra, il grande dio dell’atmosfera e della pioggia parallelo a Marte. Si pensi anche alla parola mart, che in armeno vuol dire battaglia, combattimento.
 
Pico Divinità oracolare di origine aborigena (sabina o albana), figlio di di Saturno o di Marte e Feronia, fondatore di Albalonga e sposo di Canens (“la cantante”, cfr. Carmenta e le Camene) figlia di Giano, amante di Pomona, padre di Fauno, nonno di Latino, era raffigurato come un picchio verde appollaiato su una colonna (il picchio che nutrì Romolo e Remo insieme alla lupa), o come un bellissimo giovane conteso dalle ninfe. Aveva il potere di trasformarsi in qualsiasi animale, ma fu mutato in picchio da Circe. Si pensi all’umbro Marte Picchio o Picovio (“del picchio”, “piceno”).
 
Mamurio Veturio Le Equirria (corse di cavalli) del 14 marzo erano dette anche Mamuralia in onore del mitico fabbro Mamurio Veturio, costruttore degli “ancili” (scudi di bronzo a bordo incavato, dall’indeuropeo *anki- “curvatura”) per ordine di Numa e volere di Marte; egli realizzò 11 copie perfette del primo ancile, lo scudo di bronzo piovuto dal cielo, onde impedirne il furto; la ninfa Egeria aveva infatti avvertito l’amico re Numa che finché l’ancile fosse rimasto a Roma, questa avrebbe regnato sul mondo. Mentre Mamurio – Mamars è in relazione con Marte – è invocato nel Carmen Saliare e gli ancili sono gli scudi propri dei sacerdoti di Marte (i Salii), Veturio è considerato il capostipite della sabina gens Veturia ed è anche una delle personificazioni dell’anno vecchio, un Marte “befano” raffigurato come un vecchio vestito di pelli. Da confrontare il latino uetus “vecchio” con l’indeuropeo *ųetos, che vuol dire “anno, “età”.
 
Neriene Chiamata anche Nerio Martis, Nerine o Neria, invocata come “Neriene di Marte” (qualità marziale o sposa?), era la divinità sabina che infondeva virilità e coraggio, parallela a Bellona, Minerva e Hora Quirini. La radice è l’indeuropeo *ner- “forza vitale maschile”, “virilità”, da cui il sabino nero “uomo forte”, “coraggioso”. Il nome Nerone era infatti di origine sabina. In umbro ner “guerriero”, “nobile”, e in osco niir (da leggere /nér/) “magistrato”. Si pensi a Nersae, la città degli Equi, i cui resti si trovano nel Cicolano, in provincia di Rieti. In latino neriosus “forte” (dal sabino); in greco anèr “uomo nobile”, “eroe”; in albanese njer. Molte le parole con questa radice in sanscrito: nar “uomo” (nobile)’, , nara “uomo”, “marito”, “maschio”, “persona”, “eroe”, “il primo uomo”, “spirito dell’universo”, Nārāhana “Figlio del primo uomo”, nàrya “umano”, “persona”, “potente”, narendra “re”, “principe”, “medico”, “maestro”, Indra (il dio “potente”).
 
In celtico nertos vuol dire “forza” (la dea Nerthus). In cimrico, l’antico gallese ner vuol dire eroe. E in dialetto umbro la nerchia indica il “grosso membro virile”.

Affascinante anche l’ipotesi che in origine la dea Neriene sia stata una delle tante ninfe delle acque: dall’ indeuropeo *snā- ‘scorrere’, “fluire” > *ner- “acqua”. In sabino Nar (il fiume Nera). In sanscrito nira. E in greco nerò, “acqua”.
 
Minerva Dea della sapienza, della mente, del buon consiglio, dei mestieri, delle scienze e dell’arte, in seguito diventò patrona della città insieme a Giove a Giunone, la triade “capitolina” che sostituì quella più antica di Giove, Marte e Quirino. Simboleggiata dalla civetta e dall’ulivo, era anche dea della guerra e festeggiata dai Salii, sacerdoti di Marte, nonché vergine al pari di Diana. Le sue feste cadevano sempre il giorno 19 (in marzo, aprile e giugno), salvo i Quinquatrus minores dal 13 al 15 giugno. Anche questa divinità passò agli Etruschi attraverso l’italico Menerva. Il nome deriva dall’ indeuropeo *men- “pensare”, “ ragionare”, in latino mens, latino e osco memini, “ pensare”. In avestico manah è “pensiero”. In sanscrito man è “pensare”, manas “animo”, “mente”, mantu “pensiero” manyu “spirito”, forza psichica. E Manasa è il nome di una dea. In greco menō vuol dire pensare. In inglese mind, “mente”.
 
Da confrontare anche l’indeuropeo *mē- “misurare”. Da cui l’umbro mens per indicare la luna, “che misura” il tempo. In greco men, in inglese moon, in tedesco Mond, in lituano menu, in antico slavo meseci. Mese in latino è mensis. In tedesco Monat e in inglese month.
 
Anna Perenna Rappresenta l’eterno ritorno del ciclo annuale, una Luna che regola il tempo, divinità del nuovo anno che dona e conserva la vita. La sua era chiamata festum geniale, “la festa allegra” delle idi di marzo (il 15 del mese), perché la scampagnata al Tevere nel suo bosco sacro (lucus lungo la Flaminia) si concludeva con mangiate, bevute, canti, balli ed esaltazione della sessualità (ammucchiate, storielle pepate, canti osceni…); in tale occasione ci si scambiava l’augurio “Anna perannaque commode!”, equivalente al nostro ‘Buon anno!’. Veniva raffigurata come una vecchietta, una specie di Befana intenta a impastare focacce, protettrice di plebei e contadini.
 
Non a caso in sabino anna significa “mamma”, dall’indeuropeo *an(n)a “ava”, “nonna”, “prima genitrice”. Da confrontare con l’ittito Hannahannas “Madre degli Dei” e con l’avestico anāhitā, che vuol dire “fecondità”. In latino, anna è “nutrice”, anus “anziana”. In sanscrito Annapurna è la dea della sazietà. In illirico Ana è “la (vecchia) Signora”. In armeno han vuol dire nonna. Annaeus e Annius, “di Anna”, in latino sono nomi propri. L’etimologia si è facilmente incrociata col latino annus e perennis, “che dura tutto l’anno’.
 
Proserpina / Libera Regina degli Inferi, era la dea dei morti e della fertilità della terra, la Terra stessa fecondata dal seme, figlia di Cerere (Demetra) e Giove (Zeus), accomunata alla greca Persefone/Kore. Rapita da Dite o Dispater (Plutone) sulle rive del lago di Pergusa (Enna), ritorna in vita in primavera, cioè quando il seme si trasforma in pianta. Era raffigurata con una corona di spighe, una fiaccola e un canestro di grano e frutti. A lei e al buon dio Dispater erano dedicati i Ludi tarentini o taurii, poi detti saeculares (ricorrevano ogni 100 anni), che consistevano in tre giorni di baldoria. Adorata dagli antichi Veneti col nome di Loudera, era identificata con Libera, paredra di Libero, con il quale era festeggiata il 17 marzo, mentre il 19 aprile lo era insieme a Cerere. Il nome è da confrontare con il latino pro-serpere “uscire strisciando” o “riemergere” e “crescere”. Viene dall’indeuropeo *srə- che vuol dire scorrere. In latino serpo è “serpeggiare”, serpens “che striscia” (in italiano serpe e serpente). In sanscrito è sarpā.
 
Libero Anche Liber Pater, dio della fecondità, della gioia e del vino (perciò identificato poi con la divinità greca di origine tracia Dioniso, Iacco o Bacco). Ma anche dio della totalità politica e sociale. Era raffigurato come un giovane di bell’aspetto e simboleggiato dall’edera sempreverde. Nelle sue feste di primavera (Liberalia o Baccanalia in onore della trinità antipatrizia composta da lui, Libera e Cerere, 17 marzo) alcune anziane, incoronate di edera, fungevano da sacerdotesse e sacrificavano focacce (libae) per i viandanti; i maschi maggiorenni indossavano per la prima volta la toga virile o “libera” a 16 anni, deponendo quella infantile e la bulla appesa al collo (un medaglione apotropaico o brevuccio). Nelle Meditrinalia era il destinatario della sàcrima, offerta di mosto per ottenere la buona conservazione dei vigneti. I baccanali furono proibiti già nel 186 a.C., e nel tempo passarono a indicare feste mascherate e orgiastiche. Libero corrisponde alla grande divinità umbra Uofion (in triade con Giove e Marte grabovi), che latinamente suonerebbe *Lubion e che passò agli Etruschi col nome di Fufluns inteso come Bacco. Libero e Uofiono derivano dalla stessa radice indeuropea *leudh- “crescere nella comunità”, “appartenere al proprio gruppo”. Da cui *leudho “comunità”. Da confrontare con il latino liber “figlio” (“quello della comunità”, nato libero nella propria comunità). In osco è lufer e in greco e-leùtheros. In sanscrito ròdhati, gotico liudan, venetico louder, falisco loferta “libertà”. La parola gente in antico alto tedesco è liut e in tedesco Leute. In antico sassone leod vuol dire “popolo”, che in antico slavo si traduce ljudu. Questa radice indeuropea, con ogni probabilità, deve essersi per tempo incrociata con una molto simile, *leubh- / *lubh- “amare”, “piacere”, e la base che ne deriva: *leubho / *leubhįo “amato”, “desiderato”, “caro”. Da confrontare con il latino libet / lubet (> ad libitum “a piacere”) e con la parola libido. In antico sassone è lof, lufian e in osco loufir. In sanscrito lùbhyati vuol dire “avere grande voglia”. In antico alto tedesco liuben, lubon, vuol dire “amare”. In gotico liufs. In inglese è love, in antico islandese lof. Nell’antico slavo amare si dice ljubiti e ljubu vuol dire amore.
 

Giancarlo Gaggiotti

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2 marzo 2017 Giancarlo Gaggiotti

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