La cascata delle Marmore, silenzio e tempesta

TERNI – Racconta la leggenda che una ninfa di nome Nera si era innamorata di un bel pastore chiamato Velino ma Giunone, gelosa, aveva trasformato la ninfa in un fiume. Allora Velino, per non perdere la sua amata, si era gettato a capofitto dalla rupe di Marmore, trasformandosi a sua volta in un fiume e restando avvinghiato per l’eternità alla sua amata in un liquido e tempestoso amplesso.
 
La vera storia della Cascata delle Marmore – che con i suoi 165 metri di altezza vanta il primato della più alta d’Europa e da oltre duemila anni affascina i visitatori con il suo spettacolo di immensa potenza – è meno romantica ma altrettanto affascinante: il fiume Velino percorreva gran parte della Sabina e a valle si trovava intralciato dalla presenza di massicci calcarei creati dalla sua stessa acqua, ricca di minerali, e dall’assenza di un adeguato letto dove scorrere. Per questo, con il passare dei secoli, si era formata una palude stagnante nociva per la salubrità dei luoghi.
 
Per risolvere il problema, nel 271 a.C. il console romano Mario Curio Dentato ordina la costruzione di un canale per defluire le acque stagnanti in direzione del salto naturale di Marmore, facendo precipitare così l’acqua direttamente nel fiume Nera. Il risultato è lo spettacolo descritto già – tra il 29 e il 19 a.C. – da Virgilio, che nell’Eneide paragona il salto di Marmore all’ingresso del regno dei morti.
 
A 7 chilometri e mezzo da Terni, nell’Umbria meridionale, la Cascata delle Marmore si trova nel bel mezzo della Valnerina, sotto il lago di Piediluco e a pochi passi dagli studi cinematografici di Papigno, dove Roberto Benigni ha ricostruito il campo di concentramento di La vita è bella e interamente girato il suo Pinocchio.
 
L’aspetto della Cascata, in realtà, è cambiato molto nei secoli: per oltre mille anni, infatti, si sono verificati problemi di allagamento della Valnerina e dei suoi paesi tanto da indurre lo Stato Pontificio a commissionare lo scavo di una serie di deviazioni che – tra il 1545 e il 1787 – hanno aumentato i salti, che oggi sono tre.
 
A dispetto del richiamo turistico che rappresenta sin dall’antichità, comunque, il salto delle Marmore è sempre stato sfruttato in primo luogo per ragioni economiche: in origine per irrigazione agricola, alla fine dell’Ottocento ha fornito energia per le acciaierie, mentre dal 1929 alimenta la centrale idroelettrica di Galleto – la più grande d’Europa – ragione per cui per la maggior parte del tempo la Cascata si trova “spenta” e viene aperta per i turisti solo in determinati orari, che variano a seconda della stagione. Per non rischiare di trovarla chiusa, prima di mettersi in viaggio è quindi bene consultare il sito internet www.marmorefalls.it.
 
Fino a quindici anni fa il maestoso spettacolo di schiuma e fragore si poteva ammirare solo dal basso, arrivando sullo spiazzo della Valnerina di fronte al quale sorge la monumentale opera idrica; oppure poteva essere osservata dall’alto, dal piccolo borgo di Marmore.
 
Oggi è possibile invece risalire tutto il percorso del fiume attraverso cinque diversi sentieri che partendo dal belvedere inferiore arrivano fino a Marmore. I percorsi variano per difficoltà e durata di percorrenza (che spazia dai 20 ai 40 minuti); si tratta in ogni caso di passeggiate di grande suggestione, che permettono di inoltrarsi nella fitta vegetazione color smeraldo scalando via terra quelle tempestose rapide così “orribilmente belle”.
 
Tra gli spettacoli più suggestivi offerti dall’escursione c’è senza dubbio il “Balcone degli innamorati” raggiungibile dal sentiero numero 1, da cui parte un lungo e umido tunnel scavato nella roccia al termine del quale ci si trova di fronte ad una vera e propria tenda d’acqua, attraversata la quale si arriva ad un balcone affacciato sullo strapiombo e si viene investiti da un potente getto d’acqua, ritrovandosi proprio dentro la Cascata.
 
Arrivati al belvedere superiore si può ammirare un maestoso arcobaleno che sposa la vetta della montagna alla valle.
Per accedere al belvedere e ai sentieri si paga un biglietto, ma oltre alle semplici escursioni, la Cascata offre anche un ampio ventaglio di attività, che vanno dai percorsi naturalistici e le visite in grotta agli sport fluviali e lacustri. Il parco è infatti anche un tesoro di biodiversità, tanto da essere stato riconosciuto a livello europeo come Zona di protezione speciale. Specie rare si trovano sia tra la flora (dove proliferano tanto forme primitive di vegetali come alghe azzurre e verdi, muschi, epatiche e licheni, quanto organismi evoluti come i macromiceti), sia tra la fauna (con uccelli rari o addirittura unici come Il merlo acquaiolo e la ballerina gialla, il Martin pescatore, la rondine montana, il passero solitario e la ballerina bianca, l’usignolo, la gallinella d’acqua e il germano reale).
 
La Valnerina è poi il paradiso degli amanti del rafting: per i più esperti è previsto il percorso “estremo” all’interno del parco della Cascata, mentre sul tratto del fiume Nera presso il Comune di Arrone è possibile effettuare quello “soft” adatto anche per i bambini.
 
Schiuma, vapore, potenza, verticalità, lo scorrere dirompente delle acque, il frastuono delle stesse che precipitano hanno fatto rientrare da sempre le Cascate delle Marmore tra quegli aspetti della natura che nel Settecento richiamavano al concetto di sublime. Quei “suoni simili ai gemiti, ai lamenti e ai sospiri degli spiriti infernali” non hanno mai smesso di suggestionare turisti di ogni epoca e provenienza, ma anche tanti grandi artisti.
 
Citano la Cascata nei loro scritti Plino e Cicerone, mentre Dante Alighieri le dedica tre versetti del canto XX del Paradiso: “Udir mi parve un mormorar di fiume / Che scende chiaro giù di pietra in pietra / Mostrando l’ubertà del suo cacume”. Più discussa è l’identificazione della Cascata in un disegno di Leonardo da Vinci, mentre la prima raffigurazione ufficiale è quella realizzata dallo Spagna nel 1527 nella chiesa di San Giovanni Battista a Eggi, frazione di Spoleto.
 
Immagina un fiume largo sessanta piedi con un gran volume d’acqua – scrive Percy Bysshe Shelley nel 1818 – che sbocca da un grande lago tra le più alte montagne e precipita giù da trecento piedi in un abisso invisibile di vapore bianco come la neve e che sempre ribolle fra una cerchia di rocce nere e che, precipitando giù, forma cinque o sei altre cascate. Ma le parole (e tanto meno la pittura) non potrebbero renderne la bellezza. Si vede scorrer giù l’acqua, che scende in pieghe spesse e giallastre, fioccando come neve solida che scivoli giù per una montagna. L’occhio la segue e si smarrisce in basso; non nelle rocce nere che la circondano, ma proprio nella sua schiuma e nei suoi spruzzi, nel vapore simile a una nube, che ribolle dal disotto e che non è né pioggia né nebbia né spruzzo né spuma, ma è acqua di un aspetto completamente differente a qualunque cosa che abbia mai visto. L’immaginazione stessa vi si perde. Un rombo viene su dall’abisso ed è meraviglioso ad udirsi perché, sebbene risuoni eternamente, non è mai lo stesso ma è modulato dal variare del moto e diventa più forte o più basso a intermittenza”.
 
Hans Christian Andersen, autore della Sirenetta e di tante altre celebri fiabe, ci arriva nel 1840: “Giungemmo a Terni dov’è la più grande e la più bella cascata d’Italia” scrive. “Passammo attraverso un giardino, un magnifico viale di aranci correva tra la parete di roccia e il fiume che scivolava via lontano, rapido come una freccia; ne sentivo il rumore e tra le rocce vedevo alzarsi una nube di spuma su cui scherzava l’arcobaleno. Salimmo tra i rosmarini e mirti selvatici, l’enorme massa d’acqua precipitava dalla cima del monte sulla roccia a strapiombo; il fragore della cascata mi cantava con penetranti toni d’organo il ricordo di quello che avevo perduto, il mio dolore: frantumarsi, morire, sparire, questa è la legge della natura”.
 
Ma non ispira solo gli artisti, la Cascata delle Marmore: anche scienziati ed escapologi l’hanno scelta per i loro esperimenti, da Galileo Galilei ai prestigiatori Haldin e Antonio Casanova, che si sono fatti gettare incatenati nel suo abisso in diretta televisiva.
 
La soprano ternana Gina Palmucci (amata da Toscanini, Gigli e Caruso) scelse in suo omaggio il nome d’arte Nera Marmora, e altri illustri ternani come Virgilio Alterocca (l’inventore della cartolina illustrata), il calzolaio e pittore naif Orneore Metelli, il fotografo Gian Piero Zanzotti e il medico e pittore futurista Felice Fatati l’hanno immortalata nelle loro opere, mentre Uto Ughi l’ha scelta nel 2011 come palco di un concerto con i Filarmonici di Roma trasmesso dalla Rai e l’artista bosniaco Igor Borozan l’ha usata come cornice per esporre una camicia di sette metri dedicata allo scienziato Nikola Tesla.
 
Anche il cinema non poteva mancare di rendere omaggio al suo maestoso spettacolo: dopo essere comparsa in Intervista di Federico Fellini nel 1987, la Cascata ha ospitato le riprese di La Sindrome di Stendhal di Dario Argento nel 1996, quelle del videoclip Tears di Gianna Nannini nel 2015 e uno spot realizzato dalla Regione Umbria con protagonista la tuffatrice Tania Cragnotto.
 
Giuseppe Gioachino Belli, da parte sua, con il suo sguardo sarcastico e disincantato tipicamente romano, nel 1834 parla della Cascata proprio per ironizzare sui tanti poeti e artisti che accorrono da ogni parte d’Europa per ammirarla. Lui – d’altra parte – avendo sposato una ternana la conosceva fin troppo bene, quella vecchia meraviglia.
 
Disce er padrone mio che ccè so Inglesi / Ch’oggni tantino attacheno la posta, e alle du’ a le tre vviengheno apposta / Da quei culibus-munni de paesi
Nun antro che ppè vede in certi mesi la cascate der Marmoro, discosta
Sei mija da Terni, indole sc’è anniscosta / ‘na grotta che cce vò lilumi accesi.
Guarda mò ss’io volesse tienè pronte / Ognissemopre le gubbie al carrozzino
Pè un po’ d’acquaccia che vviè / Ggiù dda un monte!
E sai che ce vorrai? Che l’Avellino / (che questo è er nome che jje dà er zor conte) / In cammio d’acqua, scaricassi vino!
 
Ma su tutte restano senza dubbio le parole di lord Byron, ricordate ancora sul piazzale del Belvedere:
 
Rimbombo di acque! Dalla scoscesa altura il Velino fende il baratro consunto dai flutti. Caduta di acque! Veloce come la luce, la lampeggiante massa spumeggia, scuotendo l’abisso. Inferno di acque! là dove queste urlano e sibilano e ribollono nell’eterna tortura; mentre il sudore della loro immane agonia, abbraccia le nere rocce che circondano l’abisso e sale in spuma verso il cielo, per ricaderne in un incessante scroscio, che, con la sua inesausta nube di mite pioggia, reca un eterno aprile al terreno attorno, rendendolo tutto uno smeraldo: – quanto profondo è l’abisso!
 

Arnaldo Casali

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23 aprile 2018 Arnaldo Casali ,

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