Il paese sul bordo del vulcano

SAN VENANZO – Tre vulcani nel raggio di qualche centinaio di metri, la famosa venanzite, l’antica breccia ossifera. E un museo particolare che alloggia i resti dell’elefante preistorico e della tigre dai denti a sciabola. San Venanzo merita una visita accurata. Il piccolo borgo, di antichissime origini, è edificato proprio sul margine del cratere di un vulcano.
 
La collinetta verdeggiante sulla quale sorge il paese, osservata attentamente rivela degli indizi inequivocabili riguardo la sua vera natura.
 
Il profilo mostra fianchi diritti e simmetrici. E la sommità piatta altro non è se non l’antico cratere, oggi riempito da sedimenti. Le fondamenta delle costruzioni poggiano direttamente sulla roccia vulcanica, nera e porosa e le stesse case sono costruite in tufo, pietra derivante dalla solidificazione dei materiali di eruzione, ed estratta da cave che sorgono nelle vicinanze.
 
Il museo vulcanologico Il piccolo, ma curatissimo, museo vulcanologico di San Venanzo, è delizioso. Ospitato all’interno di un edificio di pregio nel centro storico del paese, nato con l’intento di fornire strumenti per approfondire la conoscenza del patrimonio geologico del territorio e la sua intima connessione con la storia degli abitanti.
 
Nell’area di San Venanzo ogni attività rende esplicito lo stretto rapporto che esiste fra uomo e vulcano. Un legame antico ed indissolubile che si manifesta da molti secoli. Gli abitanti hanno da sempre sfruttato le risorse legate alla natura vulcanica del loro territorio. La particolare fertilità del terreno ha favorito l’agricoltura: la friabilità ha permesso di ricavare nelle abitazioni del centro storico fresche cantine scavate direttamente nel tufo e di sfruttare naturalmente le condizioni particolarmente adatte di questa pietra per la conservazione del vino e degli alimenti.
La roccia vulcanica è stata utilizzata sin dal Medioevo per la costruzione di solide e durature macine da mulino, di cui si possono ancora osservare i resti nella antica cava in cui si snoda il percorso naturalistico del museo vulcanologico di San Venanzo.
 
Il cranio dell’elefante preistorico All’interno del museo c’è anche una sala dedicata ai fossili rinvenuti nella zona, fra i quali spicca il cranio di un elefante preistorico vissuto all’incirca 2 milioni di anni fa, molto prima delle eruzioni vulcaniche. A quei tempi l’Umbria aveva un clima caldo e umido, ed era percorsa da Nord a Sud da un grande specchio d’acqua molto ramificato, il lago Tiberino, sulle cui rive – in corrispondenza dell’attuale paese di San Venanzo – trovò la morte un esemplare di Elephas Meridionalis, antenato europeo dell’attuale elefante.
 
La storia della scoperta dei suoi resti pietrificati è un aneddoto curioso che ancora oggi si racconta in paese: lo “strano sasso” sarebbe infatti rimasto per molti anni allo scoperto sul terreno, a pochi passi dal centro storico del paese, senza essere riconosciuto, finché, essendo diventato un ostacolo per lo svolgimento delle attività, si decise di spostarlo. I colori e le forme inconsuete di alcune sue parti, rivelate durante  i lavori suscitarono a quel punto interesse per un esame più dettagliato che portò alla scoperta.
 

Anche il Monte Peglia, pochi chilometri a Sud-Ovest di San Venanzo, rappresenta un importante giacimento di fossili, molti dei quali sono ora esposti nel museo di San Venanzo. La più grande sorgente di questi fossili è costituita dalla cosiddetta breccia ossifera del Peglia, un accumulo di sedimenti terrosi che colmano una antica caverna frequentata da varie specie di animali – e anche dai nostri progenitori – più o meno al tempo delle eruzioni vulcaniche. Scoperto casualmente in un caldo mattino di agosto del 1955, il giacimento si è rivelato ricchissimo. Fra i fossili più interessanti si annoverano i resti della tigre dai denti a sciabola, un grande felino dotato di denti canini di dimensioni eccezionali, con bordi taglienti e seghettati (nella foto). Fu il predatore più feroce che abbia mai abitato l’Umbria ma non sopravvisse all’ultima glaciazione. Fra i reperti umani spiccano una notevole quantità di strumenti litici, pietre lavorate dall’uomo per difendersi, cacciare e compiere le proprie attività quotidiane.
 
Tre vulcani in 500 metri I vulcani sono le espressioni più potenti della forza della natura, chiamati in causa come i maggiori imputati per estinzioni di massa, mutazioni climatiche globali e scomparsa di intere civilizzazioni. Evocano immagini terrificanti, ed alimentano da sempre leggende ancestrali, rappresentando i mitici ingressi dell’Averno e le porte di comunicazione con l’Ade. Ma quanto sappiamo realmente di loro? L’idea che viene generalmente associata ai vulcani è quella di imponenti rilievi incombenti sul territorio circostante, con nude pareti scoscese e crateri che eruttano fiumi di lava incandescente e nubi di polveri ardenti. Ma esistono anche altri tipi di vulcani.
In Umbria edifici vulcanici come il Vesuvio o l’Etna non sono mai esistiti. Immaginiamo piuttosto coni ampi e bassi oppure, in alcuni casi, semplici fessure planari prive di rilievo.
 
Nell’area di San Venanzo, circa 265.000 anni fa, si configurarono tre strutture di questo tipo (nella immagine infografica). Sono distanti circa 500 metri l’una dall’altra: il maar di San Venanzo, l’anello di tufi di Pian di Celle ed il cono eccentrico di Celli. Il maar è una depressione, una grossa buca determinata da un’eruzione di tipo esplosivo ed estremamente violento. Al termine dell’attività, il terreno attorno al cratere era ricoperto dai prodotti vulcanici, ed aveva acquisito la forma di una collinetta conica. Il cratere si è poi riempito di acqua piovana, trasformandosi in un laghetto profondo una quindicina di metri che, in seguito, ha rotto i suoi argini naturali e si è svuotato. I sedimenti che ora lo colmano conservano ancora resti fossili di animali e vegetali lacustri.
 
Subito dopo il termine dell’eruzione di San Venanzo è iniziata l’attività vulcanica a Pian di Celle, attraverso un cratere che si trovava alcune decine di metri al di sopra del terreno circostante, e che è stato caratterizzato da una fase esplosiva, con produzione di un anello di tufi attorno al cratere e da una fase effusiva, in cui sono stati emessi circa un milione di metri cubi di lava fluida ad una temperatura stimata sui 1300 °C. Questa lava ha inondato il territorio intorno ai piccoli rilievi vulcanici. Poi, raffreddandosi, ha formato una roccia dalle particolarissime caratteristiche, conosciuta in tutto il mondo con il nome di venanzite. Il cono di Celli invece è definito “eccentrico” perchè non si trova in linea con gli altri due, ma è spostato di qualche centinaio di metri verso Est. Si tratta di un piccolo cratere che ha prodotto essenzialmente un’attività vulcanica esplosiva di ceneri e lapilli.
 

 Daniela Querci

 

Informazioni: http://parcomuseovulcanologico.com/

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16 febbraio 2018 Daniela Querci

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