Il giardino degli alberi perduti

Il giardino degli alberi perduti è nascosto in un terreno impervio sopra il paesino di San Lorenzo di Lerchi, nell’Alta Valle del Tevere. Intorno a quella che una volta era la parrocchia del paese, in una terrazza naturale che guarda verso il monte di Santa Maria in Tiberina, 440 piante e 150 varietà di frutti che sembravano estinti sono stati salvati.

Hanno i nomi buffi, fantastici e misteriosi di un tempo lontano, di un mondo contadino inghiottito dalla modernità: fico permaloso, mela culo d’asino, pera ghiacciola, ciliegia limona, uva delle vecchie, susina scosciamonaca…

Il frutteto è incastonato in sette ettari di terra, in mezzo a un vigneto, a un vivaio e all’angolo di un bosco.

Vecchi mandorli e noci secolari alloggiano insieme al sorbo domestico, ai nespoli, ai giuggioli, agli azzeruoli, ai meli cotogni e ai cornioli.

Gli alberi in fila rimandano a giorni dimenticati, quando i frigoriferi ancora non c’erano e la frutta maturava in qualunque stagione, proprio perché doveva servire a sfamare le famiglie dei contadini in tutti i periodi dell’anno.

Come una volta, piante diverse della stessa specie convivono a pochi metri di distanza. Qualcuna affronta meglio il gelo. Qualcun’altra è capace di resistere comunque alla siccità. Altre ancora sopravvivono meglio alle malattie. Così la varietà delle cultivar regala una sorprendente diversità di sapori.

La custode dell’arca di questa esperienza unica di biodiversità alimentare si chiama Isabella Dalla Ragione. Agronoma e ricercatrice, gira nel grande podere con le forbici in mano. Accarezza gli alberi. Parla con loro, quasi fossero delle persone. D’improvviso va con la memoria a una immagine lontana. Si rivede bambina, nel terreno intorno all’antica pieve: “Ho trascorso l’infanzia nel cavo di un castagno. Volevo che quel luogo fosse la mia casa, per sempre”.

In qualche modo, quel desiderio si è avverato. In nome del padre, Livio Dalla Ragione, scomparso nel 2007, con il quale Isabella ha condiviso una straordinaria avventura, iniziata un giorno lontano di più di trenta anni fa. Insieme, negli anni, hanno dato radici al loro sogno.
 

Livio Dalla Ragione e sua figlia Isabella, fondatori di Archeologia Arborea

ARCHEOLOGIA ARBOREA Così è nata Archeologia Arborea: un laboratorio della biodiversità e del paesaggio rurale, costruito sulle parole degli ultimi testimoni della civiltà contadina dove si possono trovare i resti viventi degli antichi pomai.

Grazie a un lavoro di scavo, dietro sapori, colori e profumi rievocati in racconti che apparivano fantastici. Inseguendo frammenti di memoria di una cultura orale intessuta sul rispetto per la natura e il ciclo delle stagioni, dove c’era un tempo per tutto.

Come tutte le imprese, la tenacia è stata accompagnata dalla passione e dall’amore per la terra e la natura.

Livio Dalla Ragione, un passato da partigiano tra l’Umbria e la Romagna, a ridosso dei monti della Linea Gotica, è stato pittore e scultore, amico di Corrado Cagli e di altri esponenti dell’arte informale.

All’inizio degli anni Sessanta la voglia di tornare nei luoghi della giovinezza e il suo lavoro di antropologo, da Roma lo riportarono in Umbria. Fu allora che comprò il podere di San Lorenzo, con l’annessa parrocchia, che era stata distrutta da un terremoto a metà degli anni Trenta e poi abbandonata dopo la seconda guerra mondiale.

Non c’era l’acqua e nemmeno la luce. Mancava anche una strada. Eppure lì, in quello che una volta era l’orto dei frati, già nel Cinquecento il marchese Bufalini acquistava frutta pregiata per la sua mensa. E la terra offriva vigneti di moscatello: un’uva dolcissima con la quale, come scrisse nella prima metà del Seicento il famoso agronomo Vincenzo Tanara, “si fa in questo paese bevanda dolce, odorifera e gustosa”.

Pochi vitigni insomma ma di pregio. Insieme a qualche susino e vecchissimi mandorli. Livio cominciò a innestare le antiche piante per riprodurle e conservarle. Inseguendo gli odori e i sapori dell’infanzia, iniziò una sua personale e romantica ricerca di quei frutti della memoria.

Visitò gli orti chiusi dei conventi di clausura e gli archivi dimenticati, spulciò negli antichi manuali di Colummella, Varrone e Plinio, varcò i cancelli delle ville padronali. Consultò anche i registri toponomastici e i testi abbandonati delle cattedre ambulanti di Agricoltura, che fino agli anni Settanta erano ancora curiosamente in voga nelle campagne dell’Umbria.

Soprattutto continuò a parlare con i vecchi contadini, per strappare una storia, un profumo, un ricordo. Con Isabella, pronta a catalogare, classificare e ordinare il materiale raccolto. Per riallacciare il filo della memoria interrotto tra le generazioni. E conservare, insieme al patrimonio genetico vegetale, anche le radici della cultura contadina.

Padre e figlia, in cammino, tra le valli dell’Appennino. Come due detective. Cacciatori di piante e di racconti perduti. Armati di macchina fotografica, di forbici potatoie e di bottiglie piene d’acqua, essenziali per conservare, fino all’estate successiva, le marze rare e preziose da innestare nel podere di San Lorenzo.
 

Il Museo delle Tradizioni popolari di Garavelle.
Descrizione e indicazioni in: Musei di Città di Castello

MEMORIE CONTADINE Trovare e salvare. Con la stessa, passionale cocciutaggine, negli stessi anni, Livio lavorò a fondo per il Museo delle Tradizioni popolari di Garavelle.

Un altro luogo della memoria dove pensò di conservare gli oggetti d’uso quotidiano del mondo contadino: ferri e legni, mobili, ceste e stoviglie. E i tanti, affascinanti strumenti delle botteghe artigiane: gli attrezzi dei fabbri, dei bottai, dei falegnami e dei ciabattini. Insieme ai torchi, le pietre dei mulini e i telai, ancora funzionanti, di Tela Umbra, l’azienda tessile voluta nei primi del Novecento da Alice Hallgarten che a Città di Castello diede vita anche a una scuola gratuita per i figli dei contadini e permise a Maria Montessori di scrivere il famoso libro dove furono raccolte le rivoluzionarie teorie sull’educazione dei bambini.

Un museo vivo, dove il fuoco doveva rimanere sempre acceso. E dove l’uva veniva lasciata ad essiccare in cucina, perché insieme al profumo aleggiasse nelle stanze anche l’aura inconfondibile di un mondo da preservare.

La medesima atmosfera si respira ancora oggi davanti al grande camino di San Lorenzo di Lerchi, dove, come allora, le fiamme guizzano tra i grandi ciocchi di legna.

La casa è abbarbicata a una chiesa che risale al XII secolo: il profumo dei mazzi di lavanda essiccata, sparsi tutto intorno, si mescola con l’aroma delle mele, ospitate nelle grandi ceste che arredano il tavolo sistemato davanti all’altare.

Tra le foto, i documenti d’epoca, gli affreschi misteriosi, i vecchi schioppi, le tante conserve di frutta e gli strumenti antichi del lavoro dei campi, tutto ancora parla del burbero Livio, che è sepolto in mezzo alle sue amate piante. Le sue ceneri riposano sotto una quercia secolare. Sua figlia Isabella ha trasportato fino alla fine del frutteto un grande masso dove ha inciso il suo nome, con la semplice aggiunta della data di nascita e di quella della morte. Poco lontano, una targhetta di ferro segnala un’altra tomba: quella dell’oco Romeo, il pennuto vissuto per 24 anni sulla collina, quasi in simbiosi con il suo padrone e morto solo tre giorni dopo di lui.
 

Un grande mandorlo che, come altri alberi da frutto, si può adottare

GLI ALBERI SI ADOTTANO “The world of interiors”, il magazine di arredamenti d’interni più importante del mondo, ha celebrato il fascino della casa e della tenuta con un titolo significativo: “Variety show”. Lo spettacolo della varietà. Frutti rari, da difendere e preservare.

Le piante, come prevede lo statuto di Archeologia Arborea, si possono adottare, con un contributo “una tantum”, di 150 euro. Il gesto non è solo simbolico: dà il diritto a raccogliere i frutti di persona. C’è però il vincolo di rispettare una antica tradizione dei contadini dell’Altotevere. Sull’albero vanno lasciati tre frutti: uno è per il sole, uno per la terra e uno per la pianta. E se non si fa una visita almeno una volta ogni 18 mesi, si perde la qualifica di genitori adottivi.

Molti personaggi, affascinati da questo straordinario museo a cielo aperto, hanno scelto di associare il loro nome ad alcune piante. Tra loro, gli attori Gerard Depardieu, che ha adottato la rara “pera mbriaca” , Anna Galiena e Valeria Ciangottini, indimenticata interprete della scena finale del film “8 e mezzo” di Federico Fellini. E poi scrittori, giornalisti, registi e artisti di mezzo mondo. Bill Pullman, l’attore americano protagonista del film “Indipendence Day” è venuto a Lerchi a lavorare per tre giorni nel frutteto, dopo aver conosciuto Isabella Dalla Ragione sul set del film documentario “The Fruit hunters”, diretto dal regista Yung Chang e presentato nel 2012 al Festival Internazionale del Cinema di Berlino. La pellicola racconta l’impegno di chi, nel mondo, lavora per la salvaguardia delle varietà locali di frutta.

Insieme alla Fao, a Bioversity International e all’Università di Perugia, Isabella Dalla Ragione e la sua famiglia stanno lavorando alla nascita di una Fondazione internazionale che preservi e valorizzi l’eccezionale collezione ospitata nel podere di San Lorenzo.
 

Dal XIX al XX secolo la biodiversità della frutta
è diminuita notevolmente: oggi, l’80% delle mele
in commercio proviene da tre sole varietà

IL PROFUMO DELLA VARIETA’ Nei trattati di frutticoltura dell’Ottocento si elencavano centinaia di varietà di melo. All’inizio del Novecento erano già meno di cinquanta. Oggi l’ottanta per cento della produzione si basa soltanto su tre varietà. Lo stesso accade per le pere e per gli altri frutti che troviamo esposti negli scaffali dei supermercati. Tutti smerigliati, rassicuranti e lucenti, come impongono le mode, la pubblicità e le leggi del consumo.

L’omologazione crescente del gusto fa pensare all’immagine poetica della scomparsa delle lucciole, evocata negli anni Settanta da Pier Pasolini per raccontare il traumatico passaggio della società italiana dal mondo agricolo a quello industriale. Milioni di piante da frutta che non permettevano un comodo uso dei macchinari furono estirpate nel giro di qualche decennio.

L’esperienza di Archeologia Arborea ci ricorda che quegli alberi, per intere comunità, rappresentarono il simbolo di una identità culturale, trasmessa di generazione in generazione. Segnavano i confini delle proprietà agricole, fornivano la legna per riscaldare le case contadine e erano un parte importante della dote che le donne portavano alle loro nuove famiglie quando andavano in sposa.

Con il robusto legno del pero si costruivano le madie dove conservare per giorni il pane. E gli altri mobili di un artigianato povero e funzionale.

La frutta profumata, da portare con sé, in mezzo ai vestiti, per gli emigranti era anche l’ultimo, deperibile ricordo della casa che si lasciava, prima di affrontare l’ignoto.

In una società nella quale nulla veniva sprecato, alle piante da frutta veniva riservata la parte meno nobile dei campi, spesso ai margini delle proprietà. Gli appezzamenti migliori erano destinati agli ortaggi e ai cereali.

Nei terreni poveri, gli alberi, anche quando erano meno curati, attraverso la normale selezione naturale, riuscivano comunque a resistere alle malattie seppure nelle condizioni più difficili. Ogni luogo aveva il suo frutto, ogni pianta il proprio terreno. Perché, come si dice ancora da queste parti, “col tempo e con la paglia si matura la sorba e la canaglia”.

Così attorno ai casolari, lungo le valli dell’Appennino, la fioritura era lunghissima: nei primi giorni di marzo i mandorli, poi i susini, quindi i ciliegi, i meli e i peri. La “pera marzarola”, che fioriva a maggio, si raccoglieva a gennaio e come spiega il nome, veniva mangiata nel mese di marzo dell’anno successivo, quando il ciclo ripartiva, immutabile, come le stagioni.
 

I frutti ritratti nelle opere d’arte hanno fornito importanti indizi archeologici
ad Isabella Dalla Ragione e sono raccolti in un interessante volume

TENENDO INNANZI FRUTTA “Tenendo innanzi frutte naturali per ritrarle dal vivo”. Nel Cinquecento, i pittori attivi nell’Alta Valle del Tevere si attenevano all’autorevole consiglio di Giorgio Vasari. L’intuizione di Isabella Dalla Ragione è stata quella di capire che osservando gli affreschi dell’epoca si poteva ancora ridisegnare la storia di quei frutti, colti negli orti e nei giardini del tempo. Così ha identificato decine e decine di varietà orticole e ricostruito gli usi a cui erano destinate.

Il suo luogo privilegiato di osservazione sono state soprattutto le volte della Palazzina Vitelli a Città di Castello e di Palazzo Bufalini nella vicina San Giustino, entrambe dipinte dal pittore Cristofano Gherardi detto il Doceno, amico e collega del Vasari, che si rifugiò nella pontificia Valtiberina dopo essere stato accusato di aver cospirato contro i Medici, signori di Firenze.

Isabella ha raccontato la sua esperienza di agronoma e storica dell’arte in un libro affascinante e curioso, edito da Petruzzi: “Tenendo innanzi frutta”, al quale si è affiancata un’altra pubblicazione, “Frutti ritrovati” (Mondadori) sui pomari e i frutteti sistemati in modo strategico, fin dall’antichità, accanto alle grandi casi coloniche e ai giardini dei principi.

Ma il libro del cuore è quello che Isabella scrisse insieme al padre Livio, quasi per fotografare la loro incredibile esperienza di vita e di lavoro: “Archeologia arborea. Diario di due cercatori di piante” (Ali&No editrice).
 

La gustosa Pera di Monteleone di Orvieto, detta anche Pera Papera (foto di Giovanni Rinaldi)

PERE FANTASTICHE Nel podere di Lerchi le piante sembrano parlare al visitatore: sono quadri della natura in esposizione. E la passeggiata è un cammino lieve anche nella fantasia delle parole.

Tra i sorprendenti e longevi alberi di pere che raggiungono anche i trecento anni di vita e sono capaci di regalare frutti anche dopo due secoli, spuntano la Pera Bugiarda, la Pera Chiappona, la Pera del Curato e anche la Pera Banana. C’è pure la Pera Volpina, rotondeggiante e appiattita, dalla buccia spessa e ruvida al tatto, prelibata per le confetture e agognata dalle volpi che ne aspettano la maturazione. D’estate, la Pera Ghiacciola disseta meglio di un bicchiere d’acqua. La Pera Giugnina matura a metà dell’anno. La Pera Moscatella dura solo un giorno ma è buonissima. E la Pera Somentina, piccola, dolce e succosa, si consuma fresca ma può essere anche conservata sotto aceto.

Ogni pianta ha una storia. Ogni storia rimanda ad altri racconti. Come quello della Pera Marzola, che fiorisce a giugno, si raccoglie a dicembre e si mangia a primavera. Inseguita per anni e finalmente trovata: un solo esemplare scovato da Isabella in un campo isolato di Prodo, tra le colline di Todi e quelle di Orvieto. Un tempo si mangiava cotta perché quello era il destino abituale del frutto. Da cui la parola peracottaio, per indicare il venditore ambulante che i consumatori aspettavano nelle fiere e nelle feste, come si fa oggi con il carrettino dei gelati.

La Pera Fiorentina è fra le più antiche del frutteto, documentata fin dal Cinquecento nei pranzi dei nobili, che già la accoppiavano, come da tradizione, con il formaggio, alla fine dei pasti. Adesso in tutta l’Umbria sopravvivono solo quattro esemplari della pianta. La pera viene raccolta in novembre, dopo i primi giorni di brina. Si può mangiare cruda solo dopo 3 o 4 settimane di maturazione. Nelle campagne si consumava arrostita in teglia, con poco vino rosso e senza zucchero.
 

L’albero di pero adottato dall’attore
Gerard Depardieu

Il vino da il nome anche alla Pera Briaca o Cocomerina, quella adottata da Gerard Depardieu: ha una polpa succosa, zuccherina e rossa, come se fosse ben imbevuta della bevanda più amata. E’ piccola, di forma ovoidale e si raccoglie nella seconda metà di agosto.

Nel frutteto di San Lorenzo si può ammirare anche un’altra perla alimentare dell’Umbria: la Pera di Monteleone di Orvieto, detta anche Pera Papera, per via del colore giallo e del peduncolo inserito sul frutto che ha la caratteristica forma del becco di un’oca. Le piante madri si trovano a Monteleone, a Castelgiorgio e anche nelle campagne di Amelia e di Orte. Veniva chiamata “bistecca del villano” per sottolineare il suo valore nutritivo nelle povere diete contadine. Con ogni probabilità è nata da un incrocio spontaneo. E’ ottima al forno. E si consuma cotta insieme alle castagne o nelle zuppe dolci.

Alla collezione manca la Pera Carovella, coltivata in tutti i giardini dei grandi signori nel Rinascimento e ora scomparsa, come altri capolavori della natura.
 

Il Fico Permaloso, una delle varietà più rare del frutteto di San Lorenzo di Lerchi

FICHI BUONI E PERMALOSI I fichi si possono staccare dalla pianta solo quando sono maturi. Sono intrasportabili. E non si possono mettere in frigo. Tanti ostacoli ne aumentano il desiderio. La “star” indiscussa del frutteto di San Lorenzo di Lerchi è il Fico Permaloso, chiamato così perché si arrossa lievemente ai lati o forse perché, a causa dalla buccia troppo fine, non può essere troppo manipolato. Si rovina facilmente se viene trasportato. Ma è dolce in modo straordinario e si sposa felicemente con il pecorino stagionato.

Il Fico di Amelia è speciale per le marmellate. Le piante madri del Fico Melanzana, il cui colore e la cui forma allungata ricordano l’ortaggio, sono state ritrovate tra Montone e Città di Castello. Il frutto del Fico Gigante dei Frati Zoccolanti arriva a pesare mezzo chilo e anche più. Non se ne conosce l’origine. La pianta madre è stata individuata nel convento di Gualdo Tadino dell’ordine minore francescano. Da qui il nome, associato anche a un’altra funzione: dall’albero si ricava un legno molto leggero con il quale una volta si fabbricavano gli zoccoli per i bambini.

C’è anche il Fico Asinaccio, che nonostante le generalità non è niente male: può diventare un delizioso dessert di fine estate e l’ingrediente principe di indimenticabili crostate: i fichi, senza essere sbucciati si tagliano a metà e si sistemano sulla pasta frolla. Poi il tutto si guarnisce con la crema a freddo e si mette in forno. Il Fico Rondinino è volato via anche dal giardino degli alberi perduti: alcuni vecchi contadini ne parlano ancora ma ormai se ne sono perse le tracce.
 

La Ciliegia Limona, spesso ritratta da Bartolomeo Bembi, pittore alla corte dei Medici

CILIEGIE E ALTRE DELIZIE La Ciliegia Maggiaiola, è quella che matura per prima e si assaggia già nel mese delle rose. La Ciliegia bella d’Arezzo si presenta da sola. La Ciliegia Limona, a buccia gialla, ideale per essere conservata sotto alcol o da cuocere nel vino, inganna gli uccelli predatori con il suo colore. Sembra che non sia mai matura. Invece cresce con calma, vicino ad altri tipi di ciliegie che cambiano in fretta colore. Celebrata nei quadri secenteschi che Bartolomeo Bimbi dipingeva alla corte dei Medici, ormai è quasi scomparsa dagli orti e dai frutteti.

Il mandorlo, ricorda un proverbio, “è pianta sciocca, perché fiorisce quando fiocca”. Ma poi i frutti smentiscono il detto. A proposito del sorbo domestico, Vincenzo Tanara nel Seicento ricordava che diceva che “pochi frutti ci sono eguali nell’utile a questo, che porge pane, vino e companatico”. Veniva fatto maturare nella paglia per essere consumato a partire da novembre. Dalle sorbe fermentate si ricavava una bevanda simile al sidro. Infilzate con un lunghissimo filo a mo’ di rosario, venivano stese ad essiccare e potevano produrre una specie di farina, utile per un pane sostitutivo quando il grano scarseggiava.

La piccola pianta del nespolo regala invece una specie di trottola, sormontata da una coroncina, adatta a una delle riconosciute regine della medicina naturale. Lo sapevano bene i Romani che per le sue fortissime proprietà astringenti la usavano contro la diarrea e piantavano l’alberello lungo le vie consolari, come “pronto soccorso” per i legionari colpiti dalle frequenti infezioni intestinali.

Nel podere si nota subito la Susina Scosciamonica, dalla polpa saporita, accompagnata dalla Susina di Amelia. E la Susina San Pietro, originaria di Pietralunga, piccola e di colore violaceo. Già nel Seicento si diceva che “con queste si leva la sete, si rinfresca lo stomaco e le interiora”. Ma è prelibata nelle sciroppate e negli arrosti di maiale.

Anche la Pesca della Vigna è utilizzata nelle saporite portate di carne. Si può essiccare al forno o al sole. Per i contadini dell’Altotevere il suo profumo “ricrea il cuore”. Il nome arriva invece dalla sua capacità di convivere con le viti, senza che l’agricoltore le dedichi troppo lavoro.
 

Carolina Amalia di Brunswick, consorte
di Giorgio IV di Inghilterra e grande amante della Pesca di Papigno

La Pesca di Papigno è conosciuta anche in California ma da tempo è scomparsa da Terni e dintorni. Ne era ghiotta Carolina Amalia di Brunswick, moglie di re Giorgio IV d’Inghilterra, che la scoprì in un viaggio che fece alla Cascata delle Marmore per sfuggire allo scandalo di un adulterio e che da allora gradì particolarmente le pesche profumate che ogni anno le venivano inviate dal conte Carlo Graziani.

Chissà se la regina ebbe il tempo di assaggiare anche la famosa Merangola, coltivata nella calda conca ternana e salvata in Altotevere da Livio e Isabella Dalla Ragione. Il succo e le bucce delle arance amare, fin dal Medioevo in Umbria, erano abbinati agli insaccati e alle carni di maiale e usati, secondo il gusto e i territori, nella coppa, nella porchetta e anche nei “mazzafegati”.

Addirittura, una volta la raccolta avveniva in contemporanea con quella delle olive. E la prima bruschetta, quella fatta “con l’olio nuovo”, si assaggiava mescolata al gusto amarognolo dell’agrume. La tradizione si è persa, quasi come le merangole, che i nobili di San Giustino, alla faccia della povertà, alla fine del Cinquecento, acquistavano e “sciupavano” per le feste di Carnevale, come testimonia un documento scovato nell’archivio Bufalini dall’archeologa Isabella.
 

La Mela Rosona, con il suo invitante colore, è tipica dell’Alta Valle Umbra

IL TEMPO DELLE MELE I modi per essiccare le mele sono molteplici. Quel che è certo che ne vale sempre la pena. La collezione del frutteto è ricchissima: si va dalla Mela Roggia, dal color ruggine a quella Rotolona, grande e rotonda, con la buccia rossa, fino alla Mela Culo d’Asino, alla Mela Garofina e alla Mela Nasona, dalla polpa croccante, dipinta a più riprese da Carlo Crivelli alla fine del Quattrocento. La Mela Rosona è tipica del territorio tifernate.

Come la Mela del Castagno, trovata a Casalini, nelle colline sopra Morra, nel terreno di Angelo, un contadino novantenne. Il vecchio raccontò che suo nonno aveva trovato un piccolo melo, nato in modo spontaneo dentro un tronco cavo di castagno. Decise di innestarlo per farne un albero da frutto vero. Ma l’operazione non ebbe successo. Il vecchio contadino prese atto del fallimento. Urlò al melo, come fosse una persona: “Allora fa come ti pare!”. Il melo venne lasciato crescere dentro il tronco del castagno. E la sorpresa arrivò al tempo della raccolta, con la luna calante di ottobre, insieme a mele grandi e saporite, dalla buccia verde con striature venose, capaci di conservarsi fino ai giorni della Pasqua.

La Mela Solcata ha un aspetto rustico e più che per i frutti, belli ma poco saporiti, è utile per la buccia, che quando è bruciata profuma la casa e per il legno della pianta, un tempo utilizzato soprattutto per fabbricare le cornici.

La Mela Panaia è conosciuta così per la sua forma, simile alla cesta che serve per portare il pane. L’albero fiorisce alla fine di aprile e produce frutti ad anni alterni. La pianta madre è stata ritrovata nei comuni di Pieve Santo Stefano e di Pietralunga. E’ diffusa anche a Norcia e a Preci. A Gualdo Tadino, chissà perché, viene chiamata Mela Pagliaccia.
 

C’è anche una mela che suona se viene scossa, perché i suoi semi si staccano dall’ovario
quando è matura

C’è anche una pianta che si fa ascoltare: è quella della Mela Sòna. Quando il frutto matura, i semi si staccano dall’ovario. Scuotendo la mela, si può percepire un rumore singolare. Negli stessi giorni, la cera che copre la buccia si scioglie e sprigiona un intenso profumo di narciso. La pianta madre ha origini folignati. La consistenza della polpa e l’aroma ne fanno l’ingrediente principe della famosa Rocciata.
 
Piccoli miracoli di frutti dimenticati. Molti di loro sopravvivono ormai soltanto nel podere di San Lorenzo di Lerchi. Le piante che per secoli hanno dato da vivere a centinaia di famiglie contadine, per vivere hanno comunque bisogno della mano dell’uomo.

I sapori dipendono dai saperi. E’ il frutto dei tempi. Non dobbiamo dimenticarlo.
 

Federico Fioravanti

 

Info

www.archeologiaarborea.org

Tag:
31 dicembre 2016 Federico Fioravanti ,

Articoli Recenti