Il cibo e l’arte
connubio di passione

Un interessante ciclo di conferenze dal titolo “Il cibo e l’arte” si è svolto nello storico Palazzo degli Oddi Marini Clarelli di Perugia. Un viaggio nel gusto, nel senso più ampio del termine, a cura di Laura Teza, docente di Storia dell’arte moderna all’Università degli Studi di Perugia, patrocinato dalla delegazione FAI di Perugia e tenuto dai maggiori esperti di arte, archeologia gastronomica ed etnoantropologia della regione. Incontri aperti a tutti, per altrettanti excursus sui molteplici temi che hanno condotto all’accostamento di arte e cibo nel corso della storia. L’ultimo ha riguardato il cibo come linguaggio nelle arti visive del Novecento. Da Cezanne ai contemporanei.

Cibo e Arte da sempre amore a prima vista, connubio di passione. La “Canestra di frutta” del Caravaggio, siamo alla fine del 1500, rappresentava e celava, secondo i canoni dello still life, messaggi diversi e di duplice interpretazione Quelli rivolti a un pubblico colto e laico che apprezzava la rappresentazione della bellezza fermata in una sua perennità e lo sfarzo di ambienti aristocratici e quelle di una fascia di pubblico profondamente religioso che vedeva in quella frutta simboli mistico- sacri, che conosceva benissimo, e sui quali meditare. Questa duplice possibilità offerta dalla pittura illusionistica della Stilleben spiega il motivo per cui molti dei primi committenti fossero proprio cardinali e vescovi, come nel caso del Cardinale Francesco Maria Bourbon Del Monte che commissionò la canestra all’artista.

Ma il cibo nell’arte soprattutto del Sei-Settecento italiano, diventa anche un potente marcatore di realtà sociali diverse: sazietà e frugalità volevano rappresentare, insieme alle realtà sociali che le accompagnavano e si contrapponevano, l’alimentazione dei nobili e del clero da una parte che si potevano permettere approvvigionamenti quotidiani e costosi e la realtà alimentare dei contadini e degli umili ceti sociali dall’altra, cui toccava il cibo conservato in casa e spesso non potevano ”mettere insieme il pranzo con la cena”. Così le tele rappresenteranno verdure e frutta fresche o candite da prezioso “zuccaro”, e pesci, crostacei, pollame e cacciagione, nella loro colorata e succulenta realtà in sontuosi banchetti o cibo più povero in interni di dimesse cucine o in tavole d’osteria, dove pane e cipolla e scodelle di zuppe sono rappresentate in mezzo ad avventori in allegre pose e ammiccamenti, assunti grazie ad abbondanti boccali di vino accompagnato sovente da caci o formaggi freschi come nelle famose ricotte assaporate con vorace goduria da “I mangiatori di ricotta” di Vincenzo Campi (Cremona 1536-1591).

Ancora Manet, alla fine dell’800, è affascinato dalle “nature morte”, ma che abbiano un’anima propria e quel “Mazzo di asparagi”, appoggiato lì sul tavolo, perché non dipingerlo? E così, di getto. Tanto quello che conta è la luce, il variare dei verdi, il giallo dorato delle cordicelle, il tocco di violetto delle punte, o il marrone dello sfondo. E sarà un nuovo, sorprendente, mazzo d’asparagi. E ancora Cezanne e la sua “Natura morta con mele e arance”, dove l’effetto dinamico creato da una costruzione spaziale complessa, quasi di rotolamento e da una altrettanto soggettiva percezione degli oggetti, sottolineano il “nuovo pensiero plastico” di Cezanne che rinnoverà profondamente la pittura. Ambedue i protagonisti affascinati dalla luce che cerca di catturare quella dimensione che solo la fotografia, nuovo astro nascente, stava regalando alle immagini.

Quando il cibo irrompe nell’arte del Novecento, la fa sua. Rappresenta le inquietudini proprie del secolo e dell’uomo che lo attraversa. Diventa lui stesso protagonista nelle rappresentazioni degli artisti, si deforma, si interpreta, fino ad affermarsi e vivere di vita propria. Diventa pop o scomposto in forme volumetriche, assume dimensioni gigantesche o mostruose, deviazioni della sua interpretazione reale, manifestazione bulimica o anoressica di un modo di vivere e soffrire la realtà individuale, ma anche collettiva: denuncia sociale che mette in luce gli scompensi dovuti al suo eccessivo uso e abuso fino a manifestare gli squilibri mondiali tra chi ha troppo cibo e chi non ne ha affatto.

Prefigurazione del Cubismo che di lì a poco nascerà. Dove l’oggetto reale, e quindi anche il cibo riprodotto, crea un proprio codice di comunicazione che avrà il suo apice con Braque e il nostro Picasso: la realtà è rappresentata da una frammentazione volumetrica che porta con sé innumerevoli punti di vista, che origineranno l’innovazione interessante del collage, un “assemblaggio” di frammenti all’interno di una stessa opera d’arte, quella sorta di “vortice visivo” che configurerà poi l’esperienza futurista, dove persino la “pastasciutta” è da eliminare in nome della creazione di “bocconi simultanei e cangianti” che possano esprime una velocità digestiva così come quella dell’azione. Boccioni, Balla, Carrà, Prampolini e soprattutto Marinetti, Fillia e Depero risolleveranno il sipario sul palcoscenico del Gusto. Un filone concettuale, che diventerà “Arte concettuale”: surrealismo enigmatico e provocatorio con De Chirico, ne è riprova la “Metafisica interiore con biscotti” del 1916, e “persistenza della memoria” con Dalì e i suoi famosi “Orologi molli”, opera originatasi dall’assaggio della deliziosa consistenza del formaggio Cambembert.

Andy Warhol, maestro riconosciuto della Pop Art caratteristica della seconda metà del XX secolo, lavorerà sul concetto di “serialità” trasformando l’opera d’arte da oggetto unico in un prodotto in serie, come nei celebri “Barattoli di zuppa Campbell’s”, con i quali confermerà, di fatto, che il linguaggio della pubblicità era ormai diventato arte e che i gusti del pubblico si erano a esso uniformati e standardizzati. Così Claes Oldembourg con il suo “Floor hamburger“, un maxi hamburger che giace appoggiato sul pavimento di una grande sala espositiva, sembra voler aggredire e saturare lo stomaco dell’osservatore. Mentre con “Cucchiaino con ciliegia gigante”, opera degli anni’80, vuole denunciare le valenze bulimiche della società moderna e i messaggi ossessivi pubblicitari. Il cibo, in quanto oggetto di consumo, si carica di un’accezione di orrido, viene svalutato del suo ruolo primario e ridotto a un abnorme prodotto commerciale.

Anche James Rosenquist, uno dei padri storici della Pop Art, ha una lunga esperienza nel campo della pubblicità e dell’illustrazione commerciale. Vivace, policroma, piena di forme, colori e spunti tematici, la sua pittura non ha un punto focale attorno al quale svilupparsi, è una immagine totalizzante sulla quale l’occhio si muove in tutte le direzioni, quasi viaggio tra i segni alla ricerca, talvolta difficoltosa, di significati. Dettagli esasperati nella prospettiva e costruiti secondo scale dimensionali diverse tra loro, alcuni sproporzionatamente grandi, altri rimpiccioliti a produrre quasi un senso di spaesamento. Temi ricorrenti, presenti anche in questa opera “L’attrito scompare” del 2006: le auto, simbolo di libertà; parti del corpo, soprattutto le mani come simbolo dell’offerta; il cibo, simbolo della vita.

Le provocazioni di Piero Manzoni, poliedrico genio nostrano, scomparso giovanissimo, tanto successo hanno riscosso a distanza di anni nelle figure altrettanto importanti di Enrico Castellani e Agostino Bonalumi. Manzoni rimarrà nella storia per le sue dissacranti opere: dopo il “Fiato d’artista” sigillato in palloncini colorati, sono del 1961 le celeberrime scatolette di “Merda d’artista” che salteranno agli onori della cronaca, insieme agli “Achrome”, superfici bianche che non significano altro se non se stesse, ricreate attraverso i materiali più strani tra cui le rosette di pane. Siamo nel periodo in cui la pittura cercava nuove strade e Manzoni propone con i suoi panini sbiancati, una valenza estetica che annulla il realismo: una superficie imbiancata è già, nel suo non colore, arte. Del resto Sol Lewitt, pur rimanendo molto vicino alle realizzazioni minimal, vicine a loro volta al concettuale, così scrive su Art Forum nel 1967: “Nell’arte concettuale l’idea concetto è l’aspetto più importante del lavoro. Quando un artista utilizza una forma concettuale di arte, vuol dire che tutte le programmazioni e decisioni sono stabilite in anticipo e l’esecuzione è una faccenda meccanica. L’idea diventa una macchina che crea l’arte”.

“La Vucciria” di Renato Guttuso (1974), riporta alla ribalta un realismo sociale, ma pregno d’emozione colorata e profumata: il quadro, crudo e sanguigno come le carni esposte nel famoso mercato di Palermo, esprime una delle tante anime della città siciliana, ed è talmente forte il segno dell’artista e il senso del colore che sembra sprigionare la voce cantilenante dei vanniaturi del mercato che dà il nome al quartiere ed emanare i profumi dei prodotti tipici, frutta , verdura e spezie esposti sulle bancarelle, ingredienti basilari della cucina siciliana Sempre più avanti l’arte a esprimere se stessa e il cibo che ne diventa comprimario protagonista. Tra alimenti, atti o fatti graffianti, esaurienti o devastanti, irrilevanti e volutamente insufficienti, persino, sempre lei l’arte, tesa a “divorare se stessa” e ad essere perennemente “rifornita” nelle tavole di musei contemporanei, dove il cibo parla della sua non conservazione, non catalogazione, ma totale e continua fruizione da parte del pubblico.

Di Janine Antoni, giovane artista di scultura e fotografia, sono le opere che lei modifica con il suo corpo, con i capelli, con le mani, con la bocca: i suoi “Busti di sapone e cioccolato”, di forma classica, l’uno di cioccolato, l’altro di bianco sapone, sono da lei stessa plasmati con l’uso delle mani o del corpo: allisciati, strusciati, leccati, cioè “definiti con la propria fisicità” quasi a voler esplorare e imporre al mondo una sensualità femminile. Pascale Marthine Tayou, artista camerunense, veste le sue bambole di cioccolato: le “Poupèes Pascale”, del 2011, sono statue di cacao, che vogliono simulare nella forma idoli africani. Il brasiliano Vik Muniz raccatta tutto e crea i suoi lavori utilizzando scarti e collage di materiali inaspettati e sorprendenti: uova di caviale, zucchero, cioccolato, fumo, polvere, terra. Lo zucchero caramellato del “doce de leite” brasiliano regala il volto della” Gioconda” di Leonardo, mentre “Medusa” del Caravaggio gocciola sugo da spaghetti al pomodoro. “L’opera d’arte – sostiene Muniz – è come una sottile membrana che separa il mondo vero da quello che noi percepiamo”.

Vanessa Beecroft e Marzia Migliora sono le uniche artiste donne del progetto Codice Italia, al Padiglione Italia della Biennale di Venezia del 2015, che ha l’obiettivo dichiarato di «delineare al di là di tante oscillazioni, i contorni di quello che rimane il fondamento del nostro codice genetico stilistico». Vanessa è da sempre ossessionata dal corpo. Le sue performance riflettono sul senso della bellezza, del cibo (anoressia e bulimia), del decadimento, della maternità. Nell’opera “ VB 52”, che riporta le sue iniziali, utilizza 32 modelle, omologate con parrucche a significare il ciclo della vita, che rimangono sedute ad un tavolo per ben sette ore, in una performance avvenuta a Rivoli nel Museo d’Arte contemporanea, mentre il cibo è curato da una attenta scenografia con portate che hanno ogni volta un colore diverso. Invece “ La stanza” di Marzia si apre sul giallo del granturco. E’ una natura morta contemporanea e profondamente autobiografica. Attraverso le porte di un armadio, si entra in un luogo dove è possibile ammirare per terra pannocchie di granturco, un po’come accadeva nella cascina del padre. Una “ stanza della memoria” questa di Marzia Migliora, incursione culturale, personale e collettiva.

Damien Hirst con ”In nomine Patris” o “In the name of the Father”, vetro, alluminio, pecora, soluzione di formaldeide, mostra una pecora eviscerata e conservata in formaldeide e appesa in posa di crocifissione dentro una teca di vetro. L’artista, nei suoi lavori, utilizza corpi di animali imbalsamati per creare immagini capaci di scavare nelle coscienze, provocatorie rappresentazioni di cruda e quasi offensiva verità. Il tema della morte dell’agnello in croce è un vero shock irriverente in una società dei consumi che tutto divora in un vortice frenetico che tenta di cancellare il senso della fine. Con le sue istallazioni, inscena più il disgusto che il terrore della morte, nel tentativo di scuotere una società edonista tesa ad allontanare da sé ogni sgradevolezza, ogni accenno al dolore dell’esistenza e a rimuovere assolutamente l’idea della morte. È ciò che lo stesso Hirst definisce: L’impossibilità fisica della morte nella mente di un vivo (Hirst 1992).

Marilena Badolato

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12 giugno 2015 Marilena Badolato

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