
Se la poesia è un viaggio dell’anima e nell’anima, nei componimenti dei pastori della transumanza tale dimensione di spostamento assume anche una valenza fisica, concreta, che nasce e si fa strada nella quotidianità dei gesti.
Siamo nei monti Sibillini, dove è ancora viva e importante la tradizione della pastorizia e dell’allevamento, e quel modo di gestire il gregge che si chiama transumanza, uno spostamento periodico di uomini e animali verso le montagne, a maggio, e verso la pianura, nel mese di settembre.
Durante la fase invernale della transumanza gli anziani pastori usavano insegnare ai più giovani i segreti del mestiere, ma anche a scrivere e a leggere, introducendoli alle meraviglie del mito, delle narrazioni, della poesia popolare, come il poema in ottava rima.
Questa forma poetica nello specifico si diffonde tra i pastori grazie alla lettura di classici importanti, immortali, tra cui la Divina Commedia, l’Orlando Furioso e la Gerusalemme Liberata, ma anche di poemi ispirati alle leggende locali, come La Leggenda del Guerin Meschino, tradotto dai pastori in un canto di trentaquattro strofe, a partire dal romanzo di Andrea da Barberino, risalente al 1410 circa e narrante le vicende di un valoroso cavaliere alla ricerca delle proprie origini.
Tra gli altri scritti che contribuirono alla formazione letteraria dei pastori, vanno ricordate Il Medoro Coronato, opera postuma del 1828 di Gaetano Palombi di Chiavano di Cascia, concepita dallo stesso autore come continuazione dell’Orlando Furioso, la Moscheide di Giovanbattista Lalli, poeta nursino vissuto tra il Cinquecento e il Seicento e la Battaglia del Pian Perduto, narrante lo scontro per motivi di confine avvenuto del luglio del 1522 tra vissani e norcini.
Tra le opere poetiche più conosciute composte in ottava rima proprio dagli stessi poeti pastori, troviamo invece La Pastoral Siringa di Angelo Felice Maccheroni di Piedelpoggio di Leonessa, la quale si colloca nell’Ottocento e descrive i momenti di vita e lavoro quotidiano durante la transumanza, tra l’Umbria e le regioni confinanti.
E tra Umbria, Lazio e Marche si formarono, tra letture, citazioni e imitazioni, molti altri poeti pastori, talvolta esercitandosi in sfide poetiche a colpi di ottave, all’interno di osterie o in occasione delle feste patronali, toccando i temi più disparati, quasi sempre in tono giocoso e burlesco e solo a volte in maniera più oltraggiosa e provocatoria, ad eccezione delle tematiche religiose, in cui si ritornava alla semplicità e alla pacatezza d’espressione.
Tra i più noti poeti-pastori va citato Adolfo Consolini di Maltignano di Cascia (1890-1981), del quale ci giungono alcune ottave su Norcia: «Norcia è una terra fertile e satolla/ Norcia dell’Umbria è la città più bella».
Demetrio Ottaviani è invece conosciuto per la Storia di Castelluccio. Il paese fondato vicino a Sibilla, poema in ottava rima incentrato sul borgo montano e sulle leggende che lo rendono ancora più unico e affascinante: «Un paesino leva sù la testa/ Quasi a corona di quell’aspra altura./ E sentinella ancor pare ne resta:/ Si noma Castelluccio. È una pittura!/ E i paesan ne vanno tanto fieri/ Come dei lor destrieri i cavalieri». Ottaviani, sempre in riferimento agli abitanti, ne canta, in sede di commiato, la schiettezza, la fierezza, la bontà d’animo: «A Castelluccio inver trovi bellezza/ Di gioventù d’ogni altra più distinta/ A Castelluccio trovi la fierezza/ Che fa la gente franca e non mai finta/ A Castelluccio trovi gentilezza/ Dall’intimo del cuore certo attinta».
Tra gli ultimi poeti-pastori va ricordato anche Lamberto Gentili, spoletino classe 1939, il quale, a sua volta, dedicò vari versi a un altro poeta da lui personalmente conosciuto, Sestilio Paglialunga detto Sesto, mettendo così in evidenza la caratteristica forse più importante di questo genere di poesia, ovvero il racconto, la comunicazione, il trionfo della parola sulla solitudine dello stile di vita transumante: «[…]Ma conosceva un fiume d’altre storie/ Che ripetea ad ogni pié sospinto/ Come se fosse un nastro registrato».
Anche Riziero Flammini, pastore e cantastorie nativo di Mucciafora è, come si racconta nel libro di Agnese Benedetti a lui dedicato, un rappresentante di questo modo, in estinzione, di fare e cantare la poesia, intrecciando l’amore, i ricordi, la cura per il lavoro e l’attenzione alle piccole cose che in pochi, pochissimi, ancora, sono capaci di raccontare.
Barbara Bacci












