Gli arazzi della regina

Foto ©Comune di Spoleto

SPOLETO – Panni sontuosi del Seicento, di una bellezza folgorante, per ora negata ai visitatori.
 
Sono i cinque arazzi di Palazzo Collicola, celati in un caveau comunale, in attesa di improrogabili restauri.
 
 
 
 
 
 
Tapestry
My life has been a tapestry of rich and royal hue
An everlasting vision of the everchanging view
A wondrous woven magic in bits of blue and gold
A tapestry to feel and see, impossible to hold
Carol King (1971)
 
Arazzo 
La mia vita è stata un arazzo dalle tonalità ricche e splendenti 
Una visione infinita di prospettive cangianti
Una magia meravigliosamente tessuta in parti di blu e oro
Un arazzo da sentire e da vedere, impossibile da tenere in mano
 

Foto ©Comune di Spoleto

Monumentale e fragile bellezza “Segretati” per motivi di sicurezza, perché il loro valore storico è incalcolabile. Rappresentano le atmosfere surreali di un’Arcadia rarefatta, onirica, subconscia. Sessanta metri quadri di monumentale bellezza tessuta in seta e lana. Sono queste le dimensioni complessive dei cinque arazzi, attribuiti alla manifattura brussellina, ove la policromia delle trame prevale sul racconto di un paesaggio sospeso tra realtà e magia: una natura boscosa, erbacea, floreale. Ma come anestetizzata, sotto un incantesimo. Marginali e simboliche le presenze animali: un gufo, un martin pescatore, un coniglio, una scimmietta, un germano reale. Rari specchi d’acqua e architetture lontane: quasi un’eco del Paradise Lost, il giardino dell’Eden perduto di John Milton (1667).
 

Foto ©Comune di Spoleto

Su tutte e cinque le narrazioni vegetali, domina incontrastato il colore e il gioco chiaroscurale. Dal verde cinabro al giallo chartreuse, all’oro vecchio. E il verde malva che vira all’azzurro ceruleo, al lavanda al fiordaliso, al cadetto. Più scure le cimase con toni di blu elettrico e cobalto. Tecniche cromatiche raffinatissime, nate nella fiamminga terra d’Arràs, da cui derivò il nome di questo manufatto d’arredamento. I “panni di Arazzo”, tessuti a mano con telai a basso o ad alto liccio per abbellire grandi estensioni murarie, gli interni di palazzi e castelli medievali, dalle Fiandre conquistarono l’Europa, raggiungendo livelli artistici eccezionali nel “secolo d’oro”, come fu chiamato il Cinquecento.
 
Insuperato il ciclo dei dieci arazzi della Cappella Sistina, realizzati tra il 1515 ed il 1519 a Bruxelles nella bottega di Pieter Van Aelst su disegni di Raffaello Sanzio.
 
Ma è una bellezza fragile, quella degli arazzi: muffe, acari, tarme, cattive tecniche di fissaggio murale, secolari sporcizie o inadeguate puliture li possono ferire in modo irrimediabile.
 
Le immagini fotografiche degli arazzi “Collicola”, fornite dal Comune di Spoleto in via del tutto eccezionale, documentano che in questo caso i danni sono di varia natura, ma sanabili, e soprattutto testimoniano che l’effetto cromatico cangiante è intatto. Colori che, per dirla con Wassily Kandinskj, hanno ancora “il potere di influenzare l’anima”.
 
Un tesoro, quindi, che attende la liberalità illuminata di uno sponsor, di un moderno mecenate, che investendo in cultura li restituisca alla fruibilità di cittadini, visitatori e turisti. Di fatto sono stati inseriti nel progetto “Art bonus”, la lista di beni culturali di grande valore storico e di grande fruibilità turistica che potranno essere restaurati tramite sinergie con sponsorship private. Mezzo milione la cifra stimata per riportare tutti e cinque gli arazzi all’antico splendore, alla loro originaria “grande bellezza”.
 

Palazzo Collicola oggi è un centro di arte contemporanea che ospita collezioni permanenti e mostre temporanee (www.palazzocollicola.eu)

Arazzi di storia Gli arazzi erano tra gli arredi di Palazzo Collicola che, alla vigilia del secondo conflitto mondiale (nel 1939) il Comune di Spoleto acquistò all’asta dagli ultimi eredi. Una residenza monumentale edificata tra il 1717 ed il 1730 dall’architetto romano Sebastiano Cipriani, oggi Museo di Arti visive , posta accanto alla chiesa di San Domenico (seconda metà del XIII Secolo).
 
Originari del castello di Montesanto (Sellano), i Collicola iniziarono la loro ascesa presso la corte papale dalla prima metà del Seicento, quando Taddeo, divenne “archiatra” e cioè protomedico di papa Urbano VIII ( Maffeo Vincenzo Barberini, già vescovo di Spoleto). Fu per onorare le sue doti professionali che papa Barberini ricostituì la cattedra di medicina pratica all’Università di Roma con Breve apostolico del 1637, conferendo a Taddeo Collicola il privilegio di tenere lezioni non secondo l’ordine stabilito per le varie discipline, ma “a suo beneplacito”, e cioè a suo piacere.
 
L’imponente dimora nobile e l’antistante “piazza gentilizia” sono la testimonianza delle crescenti fortune della famiglia nel Settecento, quando Carlo ebbe la porpora cardinalizia e fu nominato da Benedetto XIII Prefetto dell’erario e della marina (1728). Importanti incarichi furono ricoperti anche da Giovan Battista Collicola, che fu Foriere Maggiore di Pio VI, e dal figlio Francesco, che durante l’occupazione francese ebbe l’incarico di Ispettore generale degli scavi del Foro Romano e del Colosseo (1810 – 1811).
 

Una delle splendide sale di Palazzo Collicola

Nel Palazzo i Collicola accolsero importanti ospiti: nel 1734 Carlo di Borbone, poi divenuto Carlo III di Spagna, il papa Pio VI (nel 1782) e Carlo Emanuele IV re di Sardegna nel 1801.
 
La potente famiglia dei Marchesi Collicola aveva a sua volta acquistato gli arazzi denominati “a verdura” dall’eredità di uno dei personaggi più famosi e più “chiacchierati” del Seicento europeo: la regina Cristina di Svezia, nata a Stoccolma nel 1626 e morta a Roma nel 1689. Insieme a dipinti, statue, mobili, tappeti e vari oggetti d’arte, gli arazzi di Bruxelles erano tra ciò che restava della “dote regale” che la ex sovrana, dopo l’abdicazione a favore del cugino Carlo Gustavo (1654), aveva portato dalla patria attraverso i Paesi Bassi, dimorando prima ad Anversa, poi a Bruxelles, dove, nel 1655, avvenne la sua prima conversione segreta.
 
Alla vendita di questi beni Cristina ricorse più volte per muoversi attraverso l’Europa alla volta dell’Italia e di Roma, con un immenso seguito di 255 persone e 247 cavalli. Il 3 novembre del 1655, ad Innsbruck, l’ex regina fece la solenne professione pubblica di fede al cattolicesimo. Poi diresse verso L’Italia. Nel viaggio che la condusse dal valico del Brennero fino a Roma, la regina convertita ebbe un’accoglienza grandiosa. Un incredibile tripudio di folle e festeggiamenti, soprattutto nelle città dello Stato della Chiesa, da Ferrara, a Bologna, Imola, Faenza, Forlì, Cesena, Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia, Ancona.
 
A Loreto, presso la Santa Casa, tappa obbligata del cammino di fede, l’ex sovrana luterana lasciò come dono alla Madonna i simboli del suo potere regale: lo scettro e la corona.
 

Ritratto di Cristina di Svezia (Sébastien Bourdon, Stoccolma, Nationalmuseum) Cristina di Svezia, o Cristina Alessandra Maria dopo la conversione al Cattolicesimo, (Stoccolma, 1626 – Roma, 1689), fu regina di Svezia dal 1632 fino al 1654

Il viaggio proseguì verso l’Umbria: raggiunse Foligno, Spoleto, passò il valico della Somma , poi Strettura , Terni, Otricoli. Fu nel Lazio, passò a Viterbo, Pontefelice, Gallese, Caprarola , Bracciano fino a giungere a Roma.
 
E gli arazzi? Seguirono la regina a Roma e abbellirono le stanze di Palazzo Riario alla Lungara (oggi Palazzo Corsini) ove la neocattolica regina, dopo essere stata ospite di vari palazzi romani (Barberini, Farnese, Rospigliosi, Farnesina), ebbe dal 1659, e per trenta anni, la sua definitiva “regale” dimora romana.
 
Il valore degli arazzi di Spoleto, quindi, non è solo nella straordinarietà dei colori: è anche, e soprattutto, nella loro qualità di testimoni e memoria della storia segreta d’Europa: la vita “spericolata” della regina del Nord che, ribattezzata dal papa con il nome di Alessandra, dal 1656 tenne corte a Roma come una sovrana effettiva, circondata da artisti, letterati, scienziati e musici, come lo spoletino Loreto Vittori, poeta, compositore, librettista e famosissimo cantore (evirato) della Cappella Sistina.
 

Vincenzo Cementi

 
Leggi anche: I musei di Spoleto

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5 maggio 2016 Vincenzo Cementi

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