Giugno nell’antica Umbria

UMBRIA – Il mese prende il nome da Iuno “la giovane”, Giunone, ma è anche il mese di Vesta e di Giove Fidio. Giunone è la Grande dea madre che protegge la fecondità delle donne, il matrimonio e il parto. Raffigurata col melograno, la cornacchia o il cuculo, è anche dea lunare (la luna giovane, nuova) collegata agli inizi e alle nascite:per questo le è dedicato il primo giorno di ogni mese, le calende.
 
Vesta è la grande Mater che chiude e conserva, patrona della castità, della prosperità familiare, dell’armonia e della pace pubblica, madre della patria, titolare del focolare domestico e del fuoco sacro e inestinguibile di Roma, rinnovato dalle sue sacerdotesse (le vestali) ogni primo marzo.
 
Il 7 giugno le vestali biancovestite aprono il Penus Vestae, la stanza più interna del tempio della dea, usata come dispensa e ripostiglio delle immagini dei Penati e dell’effigie del fallo infuocato di Marte. Semo Sancus Dius Fidius è di origine umbro-sabina (in umbro Fiso Sancio), un Giove inteso come dio dei patti, della lealtà e della comunità: “sancisce”, rende sacra la fedeltà ai patti.
 
Ovidio chiama il dio Semo Pater in relazione ai Semones, forse divinità dei semi e della fertilità, dove però semen va inteso come stirpe e Semon- è allora il “dio dell’insieme etnico”, “che tiene unita la comunità”, per cui i semones sono da interpretare come “unità familiari”, dall’indeuropeo sem- “insieme” del latino simul, dell’umbro semenia “assemblea” e soprattutto del baltico Seimi dewos, “il dio della famiglia”.
 
Gli dei di giugno
 
Bellona

Arcaica Duellona, sorella di Marte. Di fronte al suo tempio, fuori del pomerio (il recinto sacro della prima città), si ergeva una colonna di grande importanza, detta “bellica” perché vi si scagliava la lancia nella dichiarazione di guerra; forse si trattava del primitivo cippo di confine urbano, cfr. l’umbra spinia (‘colonna’ o ‘menhir’). La divinità corrisponde alla sabina Neriene, ma cfr. il doppio aspetto di Marte, guerriero ed energia fecondatrice, produttore di ricchezza, per cui il vero significato di Bellona va ricercato in un ambito simile: “l’acqua che rende fertile la terra” da I.e. (indeuropeo) *gųel- ‘acqua’, ‘corrente’, cfr. ted. Quelle ‘acqua’, oppure *Ben(e)lona ‘la Buona’, ‘la Beatificante’ da *deu- ‘buono’ > *dueno del lat. bonus e bellus, arcaico benulus, in Plauto belle ‘bene’. Festeggiata il 3 giugno.
 
Carna

Ninfa amata da Giano, quindi connessa con il chiudere e l’aprire: per Ovidio ‘Carna’ derivava da ‘cardine’, ma la radice può essere l’i.e. *kas- ‘grigio luminoso’, presente nel lat. canus (da *kas-no-) ‘biancheggiante’, ‘bigio’, ‘argenteo’, e significativamente nell’o.u. (peligno) casnar ‘canuto’, sabino cascus ‘attempato’, ‘antico’. Carna sarebbe allora una divinità del capodanno agricolo, dell’inizio dei periodi di raccolta nella seconda parte dell’anno (era festeggiata il primo giugno); per questo suo aspetto anziano, cfr. la Befana e “la Vecchia” umbra di mezza quaresima. Carna era dunque una vecchia benefica che proteggeva anche dalle streghe tramite un apposito rito da eseguire con rami di corbezzolo e biancospino (piante a lei sacre): con il corbezzolo si toccava tre volte la porta di casa e si segnava la soglia spruzzandovi acqua “incantata”; si offrivano quindi le viscere di una porcella alle streghe in cambio della salvezza di un bambino; infine si metteva un ramo di biancospino alla finestra. Il popolo chiamava la sua festa Kalendae fabariae ‘le calende delle fave’, perché  si mangiava la fabata o puls fabacia, ‘macco di fave’ con farro e lardo contro i dolori di pancia; infatti la dea proteggeva le parti interne del corpo, cuore, fegato e viscere, elargendo benessere e vitalità. Ciò fa pensare alla stessa etimologia di lat. cor, gr. kardia, itt. karts: *kard-na ‘quella del cuore’, da i.e. *kŗd- ‘cuore’.
 
Ercole

Divinità di origine greca connessa a Hera, italicizzata molto anticamente, probabilmente già al tempo delle frequentazioni commerciali dei Micenei sulle coste italiche. Proteggeva i traffici, i mercati e favoriva gli incontri di gruppi umani. Come Magnus Custos veniva assimilato a Sanco, “custode” dei patti. L’Ercole italico era comunque diverso dal semidio greco, era infatti un dio agropastorale legato al culto delle sorgenti. Il 12 agosto era festeggiato come Invitto con un sacrificio all’ara maxima di un vitello mai aggiogato (dal suo tempio erano escluse le donne, i cani e le mosche); il giorno dopo come Vincitore. Era festeggiato anche il 4 giugno.
 
Fortuna

Divinità istituita dal terzo re sabino di Roma, Anco Marzio, alle calende di aprile veniva venerata come Fortuna Virile insieme a Venere (forse risale ad allora il “pesce d’aprile”); aveva ben tre templi sul Quirinale e le era sacro il lago di Cutilia, nella Sabina.

Era venerata anche come Vincitrice o Vittoria, come Fortuna Publica Populi Romani QuiritiumMuliebris (‘delle donne’), ed Equestre (‘dei cavalli’ e ‘dei cavalieri’). Col nome di Fors (= sors, ‘sorte’, ‘caso’) aveva altri due templi in Trastevere e veniva festeggiata nel solstizio d’estate, il 24 giugno, il giorno più lungo che divide astronomicamente l’anno in due parti. Festeggiata anche il 5 aprile, 25 maggio, 11 giugno, 6 luglio e 13 novembre. A Palestrina la Fortuna Primigenia (‘Primordiale’ e ‘Prima Creatrice’) dava responsi oracolari. Patrona dei fortunati e degli sfortunati, era festeggiata anche il 4 dicembre nei Ludi plebei. Il nome si ricostruisce come *Bher-t-una, con la stessa radice di Feronia, da un tema *bhr-ti- ‘il portare’, ‘il sostenere’, ‘sostegno’, ma anche  ‘apportare’ (produrre abbondanza), quindi  ‘che porta (bene)’.
 
Giunone

Protettrice della fecondità delle donne, del matrimonio e del parto, era raffigurata col melograno, la cornacchia e il cuculo; era anche dea lunare (la luna ‘giovane’, nuova) collegata agli inizi e alle nascite, infatti le erano sacri il primo giorno di ogni mese (calende) e le giovenche bianche. Era anche patrona delle oche premonitrici, quelle che il 3 agosto venivano ricordate con onori pubblici per avere salvato il Campidoglio: ornate di oro e porpora, venivano portate in solenne processione. Assimilata alla greca Hera, fu considerata sorella e sposa di Giove. La dea aveva molte ‘specializzazioni’: Sospita ‘salvatrice’ o ‘liberatrice’, invocata a Lanuvio come “Madre Regina”; Moneta ‘ammonitrice’, ‘che avverte’ (da i.e. *men- / *mon- ‘mente’ e ‘misura’, cfr. greco Mnemosine ‘la Memoria’); Sororia ‘sorella’, ‘amica’; Quiris o Curis o Curris (‘delle curie’, dea sabina  armata di lancia (curis), destinataria di libagioni in tempo di guerra); Cinxia ‘cinta’ dal cingulum (cintura) delle spose, simile a Juga, protettrice del vincolo matrimoniale (‘coniuge’ è da con-jug- ‘sotto lo stesso giogo’) e Pronuba (la matrona che assiste la sposa: il suo altare non poteva essere toccato dalle adultere). Come Felicitas era simile a Fortuna ma solo in senso positivo: rappresentata con un caduceo (bastone con due serpenti attorti) e cornucopia (il “corno dell’abbondanza”) era la divinità fausta, ‘che porta fortuna’ e felicità, successo e ricchezza. Come Lucina ‘fa vedere la luce,’ ‘levatrice’ al pari di Diana protettrice dei parti. Come Caprotina (‘capra’ o ‘caprina’, raffigurata con le corna, corazza di pelle di capra, lancia e scudo) presiedeva alla festa delle donne (matrone e serve) il 7 luglio (Nonae Caprotinae), insieme a Fortuna muliebris: le ancelle indossavano i vestiti delle padrone e sacrificavano insieme sotto un fico selvatico, a ricordo della schiava Tutula ‘la Protettrice’ che salvò i Romani (salita su un caprifico, avrebbe dato loro il segnale che i nemici si erano addormentati ubriachi e che quindi erano alla mercè); le serve giravano per la città in questua, facendo scherzi e percuotendo i passanti ma senza brutalità. Come Covella era invocata dal rex sacrorum nelle calende, quando veniva comunicato al popolo il calendario del mese; il nome è prob. connesso a velle ‘volere’, quindi ‘colei che dà l’assenso’ o ‘che stabilisce l’ordine del mese’, oppure *Co-iv-ella da coire, ‘colei che presiede all’adunata’ calendariale. Era festeggiata anche il 1 febbraio, 1 marzo (feste Matronalia), 1 giugno (è le che dà il nome al mese Junius) e 5 luglio (Poplifugia). A Hera / Giunone era dedicato un importante santuario federale italico (latino – falisco – umbro – sabino) a Falerii (l’odierna Civita Castellana), e un altro lucano (Hera Argiva) alle foci del Sele nei pressi di Pestum. Il nome della dea, ‘la Giovane’, deriva dalla base i.e. *įuųen / įun- ‘giovane’, ‘adolescente’, cfr. lat. iuuenis e iunior, umbro iovies ‘i giovani’, umbro iuenga e lat. iunix ‘giovenca’, greco Io (la dea “Europa”), antico slavo junu. È peraltro molto interessante confrontare anche la base i.e. *įouni- dell’antico indiano yoni ‘ventre materno’. Dagli Italici anche Giunone passò agli Etruschi col nome di Uni, patrona di Perugia.
 
Mater Matuta

Dea dell’aurora (‘Madre mattutina’), paragonabile alla dea greca Eos ‘Aurora’ e alla vedica (indiana) Usas, protettrice delle puerpere e dei bambini. Come ‘Madre matura’ era compagna di Giano Padre Matutinus e madre di Portuno. Divinità primordiale come la Fortuna Primigenia, era festeggiata tra i due semestri annuali, all’inizio della nuova fase dell’anno, nelle feste Matralia del 9 giugno. Il suo tempio, non a caso vicino a quello di Fortuna, era interdetto alle schiave: il giorno di festa se ne faceva entrare una che poi veniva ritualmente cacciata via tra urti e percosse; inoltre la statua della Grande Madre poteva essere ornata unicamente da matrone che avevano avuto un solo marito. Era raffigurata in trono con un bambino in grembo (probabilmente il Sole), come Iside, come le ‘madonne’ italiche e la Madonna cristiana. Dalla radice i.e. *ma- ‘buono’, ‘utile’, da cui lat. maturus ‘buono da mangiare’, Maia ‘Bona Dea’, Manes ‘i Buoni’, Cerus Manus ‘il Buon Creatore’, incrociata con la base  *ma-tèr ‘madre’.
 
Semo Sancus Dius Fidius

Divinità schiettamente umbro-sabina, era il Giove inteso come dio dei patti, della lealtà e della comunità, ed era festeggiato il 5 giugno: Sanco (umbro Sancio) garantiva la fedeltà (Fidius è identico all’umbro Fiso, Fisovio) ai patti sanciti da un giuramento (Sancus o Sanctus). Aveva un tempio sul Quirinale dove si conservavano, appunto, patti e giuramenti; il luogo sacro, attribuito a Tito Tazio, aveva un’apertura nel tetto che permetteva di comunicare col Cielo (Dius). Nei pressi sorgeva la Porta Sanqualis (‘di Sanco’), che ha lo stesso nome di un uccello rapace sacro al dio. Si poteva giurare (o spergiurare) esclamando “Me-Dius Fidius”!, ‘Per Giove Fidio!’, ‘Per dio!’. Gli spergiuri erano colpiti dai suoi fulmini, che dovevano essere espiati ritualmente: i sacerdoti  facevano un recinto (bidental ‘a due denti’, riferito alla folgore) intorno al punto in cui era caduto il fulmine, vi praticavano una buca e la richiudevano con una pietra (fossa di seppellimento del fulmine). Per sant’Agostino, Sanco sarebbe stato il primo re dei Sabini, divinizzato dopo la sua scomparsa (come Romolo, quindi anche lui un dio fondatore) e padre di Sabos, a sua volta considerato capostipite dei Sabini. Chi doveva mettersi in viaggio offriva un sacrificio su un lato della strada a Sanco (o ad Ercole). ‘Dio’ sta per ‘Giove’, tant’è che per Varrone Dius è il nome più antico di Giove. A Semonia, paredra di Semo, in occasione di un’esecuzione capitale sacrificavano una pecora di due anni e la testa del condannato. Ovidio chiama il dio anche Semo Pater, in relazione ai Semones, forse divinità dei semi e della fertilità, dove semen va inteso come ‘stirpe’, (ma semen, -inis è neutro!); aldilà delle antiche etimologie, *Semon-, ‘Semone’ o ‘Semono’, può essere stato il ‘dio dell’insieme’, ‘che tiene unita la comunità’, ‘l’unificatore’ dei clan, delle famiglie (allora semones vale ‘unità familiari’), come Quirino lo era delle curie. L’etimologia proposta è l’i.e. *sem- ‘uno’, ‘unico’, cfr. umbro semenia ‘assemblea’, semu ‘insieme’, ‘un tutto unico’, antico indiano sāmānya ‘uguale’, ‘comune’, samā ‘unire’, sama ‘simile’, ‘ogni’, lat. semel ‘una (sola) volta’, simul ‘insieme’, ‘nello stesso tempo’, cfr. il dio baltico Seimi dewos, ‘dio della famiglia’, ma non è da trascurare l’interferenza di una base come *seimo- ‘legare’, quindi ‘vincolare’ a un patto. ‘Sanco’ è invece dalla radice i.e. *sak-, ampliabile in *sank- ‘sancire’, ‘rendere inviolabile’, ‘sacralizzare’, lat. sancire, sanctus (‘sancito’), sabino sancus ‘sancitore’, osco sahtum ‘santo’, ‘sancito’, umbro e lat. sacer > etr. sacni, sancve ‘consacrato’ e ‘santo’; cfr. anche la voce dialettale umbra sàntolo ‘padrino’, quindi ‘garante’.
 
Summano

Dio dei fulmini notturni (come Fidio lo era dei diurni), era un aspetto di Giove ‘delle sommità’.  Tito Tazio innalzò un’ara per lui e Vulcano, con cui condivideva il culto e di cui forse era una funzione. Nelle feste Summanalia del 20 giugno gli  offrivano focacce discoidali, da intendersi simili agli attuali ciambellone, rocciata, ciaramìcola  etc. (dolci umbri, come le antichissime arçlata).
 
Vesta

Figlia di Saturno e Opi, sorella di Giove, parallela alla greca Hestia, Vesta era la Mater che chiude e conserva, la patrona del focolare domestico, della castità generatrice, della prosperità familiare, dell’armonia e della pace pubblica, madre della patria e titolare del fuoco sacro e inestinguibile di Roma; questo veniva rinnovato dalle sue sacerdotesse (le vestali) ogni primo marzo, e sarà spento solo nel 391 d.C. dall’imperatore Teodosio. Il fuoco veniva acceso scavando per strofinamento un pezzo di legno di buon augurio, e il fuoco ottenuto veniva trasportato in un braciere di bronzo. Le vestali erano protagoniste anche di altri altri riti e ricevevano i massimi onori pubblici. Si trattava di sei vergini scelte in età premestruale, da 6 a 10 anni, e dovevano restare vergini fino ai 30, dopodiché potevano sposarsi; in caso di perdita della verginità venivano sepolte vive nel Campus Sceleratus fuori di Porta Collina (si tramanda il nome di una di esse, Minuzia), mentre l’amante era ucciso a frustate. La loro scelta spettava al pontifex maximus attraverso il rito della cattura: il sommo sacerdote afferrava per una mano la candidata pronunciando la formula “Amata, te capio!” (‘Amata, ti prendo!’), sottraendola in questo modo alla potestà del pater familias e portandola via come una prigioniera. Il 7 giugno le vestali biancovestite aprivano il Penus Vestae, la  stanzetta più interna del tempio, usata come dispensa e ripostiglio delle immagini dei Penati Pubblici, oltre che dell’effigie del fallo di Marte; quel giorno era particolarmente festeggiato da mugnai e panettieri, che ornavano di pagnotte le macine e gli asini che le azionavano (l’asino era sacro alla dea). Nell’occasione, le sacerdotesse aprivano il penus, terminavano la preparazione della mola salsa (farro sacrificale abbrustolito, macinato e salato) e preparavano la muries (salamoia sacrificale) in questo modo: pestavano del sale grezzo in un mortaio, lo deponevano in un vaso di terracotta con coperchio di gesso e lo mettevano a seccare nel forno; il vaso era poi ritirato e segato, il sale raccolto e  mescolato con l’acqua contenuta in una giara. Le feste di Vesta (Vestalia) duravano una settimana, dal 9 al 15 giugno, e chiudevano i primi sei mesi dell’anno (tanti quanti il numero delle vestali); Vesta rappresentava dunque anche il centro dell’universo e del ciclo annuale inaugurato da Giano e concluso da Saturno, il tempio della dea costruito da Numa Pompilio (altro re sabino) era infatti rotondo, come la circolarità annuale (lat. annus ‘cerchio’), e rotondo era il focolare che ospitava il fuoco sacro. Il nome della divinità è dalla radice i.e. *ųes- ‘abitare’ > tema *ųes-ti- ‘casa’, ‘sala’, cfr. antico indiano vastu ‘abitazione’, ‘casa’, vàsati ‘abitare, vesman ‘camera da letto’, gotico wisan ‘esserci’, ‘abitare’. La radice i.e. poteva peraltro facilmente incrociarsi con quella di *ųes-t- ‘bruciare’.
 
Giancarlo Gaggiotti 

Tag:
2 giugno 2017 Giancarlo Gaggiotti

Articoli Recenti