(Italiano) Le antiche divinità del mese di marzo

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Minerva Dea della sapienza, della mente, del buon consiglio, dei mestieri, delle scienze e dell’arte, in seguito diventò patrona della città insieme a Giove a Giunone, la triade “capitolina” che sostituì quella più antica di Giove, Marte e Quirino. Simboleggiata dalla civetta e dall’ulivo, era anche dea della guerra e festeggiata dai Salii, sacerdoti di Marte, nonché vergine al pari di Diana. Le sue feste cadevano sempre il giorno 19 (in marzo, aprile e giugno), salvo i Quinquatrus minores dal 13 al 15 giugno. Anche questa divinità passò agli Etruschi attraverso l’italico Menerva. Il nome deriva dall’ indeuropeo *men- “pensare”, “ ragionare”, in latino mens, latino e osco memini, “ pensare”. In avestico manah è “pensiero”. In sanscrito man è “pensare”, manas “animo”, “mente”, mantu “pensiero” manyu “spirito”, forza psichica. E Manasa è il nome di una dea. In greco menō vuol dire pensare. In inglese mind, “mente”.

Da confrontare anche l’indeuropeo *mē- “misurare”. Da cui l’umbro mens per indicare la luna, “che misura” il tempo. In greco men, in inglese moon, in tedesco Mond, in lituano menu, in antico slavo meseci. Mese in latino è mensis. In tedesco Monat e in inglese month.

Anna Perenna Rappresenta l’eterno ritorno del ciclo annuale, una Luna che regola il tempo, divinità del nuovo anno che dona e conserva la vita. La sua era chiamata festum geniale, “la festa allegra” delle idi di marzo (il 15 del mese), perché la scampagnata al Tevere nel suo bosco sacro (lucus lungo la Flaminia) si concludeva con mangiate, bevute, canti, balli ed esaltazione della sessualità (ammucchiate, storielle pepate, canti osceni…); in tale occasione ci si scambiava l’augurio “Anna perannaque commode!”, equivalente al nostro ‘Buon anno!’. Veniva raffigurata come una vecchietta, una specie di Befana intenta a impastare focacce, protettrice di plebei e contadini.

Non a caso in sabino anna significa “mamma”, dall’indeuropeo *an(n)a “ava”, “nonna”, “prima genitrice”. Da confrontare con l’ittito Hannahannas “Madre degli Dei” e con l’avestico anāhitā, che vuol dire “fecondità”. In latino, anna è “nutrice”, anus “anziana”. In sanscrito Annapurna è la dea della sazietà. In illirico Ana è “la (vecchia) Signora”. In armeno han vuol dire nonna. Annaeus e Annius, “di Anna”, in latino sono nomi propri. L’etimologia si è facilmente incrociata col latino annus e perennis, “che dura tutto l’anno’.

Proserpina / Libera Regina degli Inferi, era la dea dei morti e della fertilità della terra, la Terra stessa fecondata dal seme, figlia di Cerere (Demetra) e Giove (Zeus), accomunata alla greca Persefone/Kore. Rapita da Dite o Dispater (Plutone) sulle rive del lago di Pergusa (Enna), ritorna in vita in primavera, cioè quando il seme si trasforma in pianta. Era raffigurata con una corona di spighe, una fiaccola e un canestro di grano e frutti. A lei e al buon dio Dispater erano dedicati i Ludi tarentini o taurii, poi detti saeculares (ricorrevano ogni 100 anni), che consistevano in tre giorni di baldoria. Adorata dagli antichi Veneti col nome di Loudera, era identificata con Libera, paredra di Libero, con il quale era festeggiata il 17 marzo, mentre il 19 aprile lo era insieme a Cerere. Il nome è da confrontare con il latino pro-serpere “uscire strisciando” o “riemergere” e “crescere”. Viene dall’indeuropeo *srə- che vuol dire scorrere. In latino serpo è “serpeggiare”, serpens “che striscia” (in italiano serpe e serpente). In sanscrito è sarpā.

Libero Anche Liber Pater, dio della fecondità, della gioia e del vino (perciò identificato poi con la divinità greca di origine tracia Dioniso, Iacco o Bacco). Ma anche dio della totalità politica e sociale. Era raffigurato come un giovane di bell’aspetto e simboleggiato dall’edera sempreverde. Nelle sue feste di primavera (Liberalia o Baccanalia in onore della trinità antipatrizia composta da lui, Libera e Cerere, 17 marzo) alcune anziane, incoronate di edera, fungevano da sacerdotesse e sacrificavano focacce (libae) per i viandanti; i maschi maggiorenni indossavano per la prima volta la toga virile o “libera” a 16 anni, deponendo quella infantile e la bulla appesa al collo (un medaglione apotropaico o brevuccio). Nelle Meditrinalia era il destinatario della sàcrima, offerta di mosto per ottenere la buona conservazione dei vigneti. I baccanali furono proibiti già nel 186 a.C., e nel tempo passarono a indicare feste mascherate e orgiastiche. Libero corrisponde alla grande divinità umbra Uofion (in triade con Giove e Marte grabovi), che latinamente suonerebbe *Lubion e che passò agli Etruschi col nome di Fufluns inteso come Bacco. Libero e Uofiono derivano dalla stessa radice indeuropea *leudh- “crescere nella comunità”, “appartenere al proprio gruppo”. Da cui *leudho “comunità”. Da confrontare con il latino liber “figlio” (“quello della comunità”, nato libero nella propria comunità). In osco è lufer e in greco e-leùtheros. In sanscrito ròdhati, gotico liudan, venetico louder, falisco loferta “libertà”. La parola gente in antico alto tedesco è liut e in tedesco Leute. In antico sassone leod vuol dire “popolo”, che in antico slavo si traduce ljudu. Questa radice indeuropea, con ogni probabilità, deve essersi per tempo incrociata con una molto simile, *leubh- / *lubh- “amare”, “piacere”, e la base che ne deriva: *leubho / *leubhįo “amato”, “desiderato”, “caro”. Da confrontare con il latino libet / lubet (> ad libitum “a piacere”) e con la parola libido. In antico sassone è lof, lufian e in osco loufir. In sanscrito lùbhyati vuol dire “avere grande voglia”. In antico alto tedesco liuben, lubon, vuol dire “amare”. In gotico liufs. In inglese è love, in antico islandese lof. Nell’antico slavo amare si dice ljubiti e ljubu vuol dire amore.

Giancarlo Gaggiotti

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2 marzo 2019 Giancarlo Gaggiotti

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