Dante e l’Umbria

La relazione tra la Divina Commedia, Dante e l’Umbria  non si esaurisce nella citazione di luoghi umbri all’interno del capolavoro dantesco, ma passa anche attraverso le esperienze di vita del sommo poeta, toccando inoltre un momento importante del processo di diffusione del libro in Italia. L’editio princeps della Commedia fu infatti stampata a Foligno l’11 aprile 1472, ad opera del tipografo maguntino Johann Numeister (giunto in Italia dopo il sacco di Magonza) e del folignate Evangelista Angelini, con la collaborazione di Emiliano Orfini, zecchiere papale. Un primato, quello della cittadina umbra, dovuto al suo fervore commerciale dell’epoca, alla vicinanza di cartiere come quella di Pale, alla prossimità con Fabriano, da cui poter attingere manodopera. Si ritiene che l’esemplare usato nella stampa della Commedia folignate sia un manoscritto trecentesco conservato nella Biblioteca del Seminario di Belluno e riconducibile all’officina scrittoria di Francesco di ser Nardo da Barberino, mentre sono meno di quaranta i testi sopravvissuti di questa prima stampa, e soltanto undici di essi sono conservati all’interno di biblioteche del territorio nazionale, nessuno in Umbria (che però continua a ricordare annualmente il legame con il libro nelle Celebrazioni Dantesche in programma a Foligno ogni primavera).
 
Un altro punto di contatto tra la regione e il sommo poeta sembra essere, secondo alcune fonti, l’appartenenza di Dante al Terz’ordine francescano, dopo il noviziato presso i frati minori di Santa Croce, a Firenze, la quale sarebbe attestata da un codice anonimo del Quattrocento e ravvisabile, secondo Francesco Bartolo da Buti, in un passo dell’Inferno in cui Dante dice di avere “una corda intorno cinta”, la quale poi diviene “tutta sciolta” e che, secondo il critico, rappresenterebbe il simbolo di un’adesione all’Ordine non culminata poi nei voti. Come si legge in “Dante e San Francesco”, di Francesco Di Ciaccia, alcuni hanno individuato nell’affresco di Giotto all’interno della basilica di San Francesco ad Assisi una rappresentazione di Dante come simbolo del Terz’Ordine, raffigurato accanto a Francesco e a una clarissa. Certo è, in ogni caso, il riferimento al santo di Assisi nella Commedia, e nello specifico nel Canto XI del Paradiso: “Però chi d’esso loco fa parole/ Non dica Ascesi, che direbbe corto,/ Ma Orїente, se proprio dir vuole”, dove le parole di San Tommaso d’Aquino a Dante ricordano che la cittadina natale di Francesco andrebbe chiamata con l’appellativo di “Oriente”, in quanto vi è nato un sole (San Francesco, appunto). E Porta Sole viene anche chiamata la porta della città di Perugia che conduce con lo sguardo ad Assisi: “Onde Perugia sente freddo e caldo/ Da Porta Sole; e dirietro le piange/ Per greve giogo Nocera con Gualdo” (Par., C. XI, 46). Tra gli altri francescani nominati nell’undicesimo Canto del Paradiso troviamo Bernardo da Quintavalle, Egidio d’Assisi e Silvestro d’Assisi, mentre nel dodicesimo si fa riferimento a Illuminato d’Arce, compagno di Francesco nella missione in Egitto e suo confidente tra i più intimi, e Agostino d’Assisi, che fu inviato in Campania e morì nella stessa data di Francesco. Tra le figure femminili legate al territorio nella Commedia si accenna a Santa Chiara, nominata da Piccarda Donati nel terzo Canto del Paradiso; “Perfetta vita ed alto merto inciela/ Donna più su, disse, alla cui norma/ Nel vostro mondo giù si veste e vela”. 
 
Da Perugia e Assisi arriviamo a Gubbio, nelle cui vicinanze, come scritto nel già citato undicesimo Canto del Paradiso, nasce il fiume Chiascio, proprio dallo stesso monte (l’Ingino) che Ubaldo scelse per il suo eremitaggio prima di diventare vescovo di Gubbio :“Intra Tupino e l’acqua che discende/ Dal colle eletto dal beato Ubaldo/ Fertile costa d’alto monte pende”. La cittadina umbra è citata anche nel Canto XI del Purgatorio, e precisamente quando Dante chiede a uno spirito con gli occhi fissi su di lui se egli fosse Oderisi: “Oh, dissi io lui, non se’ tu Oderisi,/ L’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte/ Ch’alluminare è chiamata in Parisi?”. Oderisi fu infatti un miniatore di pregio proveniente dalla scuola di Cimabue e, come ricordato nel libro “L’Italia nella Divina Commedia” di Cesare Loria, strinse amicizia a Bologna col sommo poeta e poi, forse, fu con lui anche a Gubbio. Originario di Gubbio era anche il poeta volgare Bosone Raffaelli, di fazione ghibellina: secondo fonti non documentate, nel 1304, Dante e Bosone, esuli, si sarebbero incontrati ad Arezzo e poi di nuovo a Gubbio, nella casa del Raffaelli situata nel quartiere di Sant’Andrea, dove Dante, così come nel castello di Colmollaro (in riva alla Saonda, sempre di proprietà di Bosone) avrebbe scritto l’ultima parte della Divina Commedia. Nei “Capitoli di M. Bosone da Gubbio e di Jacopo Alighieri sulla Divina Commedia di Dante Alighieri” si accenna addirittura al fatto che Bosone possa aver avuto come maestro negli anni giovanili proprio l’Alighieri, come sostenuto dall’abate Mehus, il quale si basò sulle parole di Sebastiano da Gubbio al Raffaelli, contenute in un’opera inedita scritta dall’autore del Teleutelogio. Nei “Capitoli” si fa anche riferimento al già citato incontro tra i due esuli ad Arezzo, e alla successiva visita di Dante presso le proprietà di Bosone; a tal proposito viene menzionata un’iscrizione, collocata nella Torre de’Conti Falcucci come testimonianza del soggiorno del poeta a Gubbio: “Hic mansit Dantes Alegherius poeta, et carmina scripsit”. Ne “Le principali cose appartenenti alla Divina Commedia” si legge invece di come il Canonico Dionisi avesse sostenuto la tesi del viaggio e della permanenza a Gubbio di Dante, il quale, secondo lo stesso Dionisi, avrebbe insegnato la lingua greca al Raffaelli proprio nella cittadina umbra, come scritto nel sonetto a Mess. Bosone Raffaelli d’Agobbio, attribuito a Dante: “Ponti sera e mattin contento al desco,/ Poi che del car figliuol vedi presente/ El frutto che sperasti, e sì repente/ S’avvaccia nello stil Greco e Francesco”.
 
Barbara Bracci

4 aprile 2013 Barbara Bracci ,

Articoli Recenti