Caccia alle streghe:
iniziò a Todi
con Matteuccia

TODI – La storia della prima strega condannata al rogo è di Todi. È la cronaca del processo a Matteuccia Di Francesco, giudicata e arsa viva dal tribunale laico della città nel 1428.

I verbali dell’inquisizione sono ancora custoditi nella biblioteca comunale. Raccontano una vicenda che, a distanza di quasi sei secoli, tinge con il fascino oscuro di una cronaca nera medievale la visita ad una delle città più solari dell’Umbria. Todi non ha mai dimenticato questa emblematica figura femminile e più volte ha ricordato la strega con rievocazioni storiche del pubblico processo, affidando anche ad attrici famose come Ornella Muti gli scomodi panni dell’incantatrice.

Era il 20 Marzo quando Matteuccia fu messa al rogo, legata mani e piedi su di una pira alla quale il Capitano della città appiccò il fuoco. Nelle pagine degli atti del processo, redatte dal notaio incaricato, vengono elencati e descritti tutti i capi d’accusa pendenti sulla testa della donna, la prima ad essere definita una strega in un documento ufficiale. Si legge di come Matteuccia ricevesse visite da persone provenienti da ogni luogo dell’Umbria, per chiedere aiuto in merito a pene d’amore o a problemi di salute. E sembra che la strega avesse per ognuno la soluzione giusta. Prescrivendo strani unguenti a base di erbe, singolari ricette gastronomiche e formule magiche da recitare, pare ponesse rimedio ad ogni sorta di travaglio, sentimentale o fisico.

Nei verbali del processo a Matteuccia, conservati a Todi, sono descritte tutte le pratiche magiche
di cui si serviva la strega 

Ricette per pene d’amore I rimedi di Matteuccia avevano successo e i clienti tornavano per ulteriori indicazioni e prescrizioni. Le ricette descritte nella prima parte del processo appaiono del tutto innocue. E molto curiose: ad una donna che veniva quotidianamente percossa e tradita dal marito, Matteuccia consigliò di conservare l’acqua che usava per lavarsi i piedi, per poi darla da bere al fedifrago insieme ad una pietanza a base di rondini condite con lo zucchero. Ad un giovane innamorato che non otteneva il consenso di sposarsi, ordinò di stare in piedi in un crocevia con una candela accesa, e di piegarla recitando una formula magica mentre l’amata andava in sposa al contendente. Così, il marito non avrebbe mai potuto congiungersi alla moglie e il corpo di lei sarebbe rimasto inviolato. I rimedi di Matteuccia vennero presi molto sul serio e considerati indizi di connivenza col maligno, anche se le sue azioni non sembrano così gravi. Nella seconda parte del processo però, vengono descritti riti di natura più macabra.

Goya, particolare de Il Sabba delle streghe
(ca. 1819-1823)

Vox populi vox Dei Matteuccia avrebbe convinto un uomo alle dipendenze di Braccio da Montone, Signore di Perugia, a procurargli le carni di un annegato per estrarne un olio che alleviasse i dolori di un malato. Sarebbe anche stata in grado di trasformarsi in un gatto e di librarsi in aria in groppa ad un capro per raggiungere il famoso Noce di Benevento, indicato in questo documento per la prima volta come il luogo prediletto dalle streghe per i loro convegni con il diavolo.
Poi le accuse si fanno ancora più gravi: Matteuccia venne accusata dell’orrendo crimine di cibarsi del sangue dei bambini. Per tutti questi misfatti e per altri ancora, giunti all’attenzione della corte giudicante come voci di popolo e ritenute più che sufficienti per imbandire un processo per stregoneria, a Matteuccia venne concessa l’opportunità di difendersi e di scegliersi un legale che la assistesse. Ma nessuno volle aiutarla. Scaduto il termine utile per la presentazione della difesa, la strega venne giudicata una “pubblica incantatrice”. E condannata a morte per i suoi crimini.

Una formula magica per volare Legata e montata a cavallo di un asino, Matteuccia venne condotta fino al luogo dell’esecuzione e là arsa viva. D’altronde, pare giustificarsi il notaio alla fine del verbale, aveva spontaneamente confessato di essere colpevole di tutti i crimini attribuiteli. Se questo fosse vero, su una cosa di sicuro la strega non aveva mentito: era capace di volare. Almeno con la forza della disperazione. In effetti, negli atti del processo viene riportata in forma integrale anche la complessa formula magica che serviva per volare.

Fino alla metà del secolo scorso,
in Umbria venivano ancora praticati
riti magici simili a quelli
di Matteuccia

Umbria, terra di riti e incantesimi È curioso osservare quanto alcuni dei riti e incantesimi praticati dalle streghe del XV secolo siano sopravvissuti per molto tempo in Umbria. Un interessante studio condotto da Valter Toppetti all’Istituto di Etnologia e Antropologia culturale della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Perugia, riporta una serie di interviste effettuate sul tema fra gli abitanti di Fratticiola Selvatica, un paese a 20 chilometri a Nord-Est di Perugia.
Gli intervistati vengono sollecitati a descrivere streghe e personaggi magici con i quali hanno avuto contatti e a narrare episodi che li riguardano o di cui sono a conoscenza. I racconti si riferiscono principalmente a streghe operanti nella zona durante il primo cinquantennio del XX secolo. E le analogie con le ricette e gli incantesimi di Matteuccia sono notevoli.

Santina e Forca, stregoni del XX secolo La strega Santina, una anziana megera che abitava in una casa fatiscente al centro di Fratticiola, preparava filtri magici e operava incantesimi con le erbe come la strega di Todi. Partecipava ai sabba infernali al Noce di Benevento e praticava fatture, o le toglieva, servendosi degli stessi ingredienti magici di Matteuccia. A Fratticiola è apparso anche uno stregone, di nome Forca, acerrimo antagonista della strega Santina e profondo conoscitore di riti magici ed incantesimi propiziatori. Come faceva Matteuccia molti secoli prima, Forca manipolava pupazzi di cera per indurre sventure sui nemici, o al contrario per liberare da fatture i numerosi clienti. E, come Matteuccia, identificava in manufatti di piume d’uccello gli oggetti magici che i suoi concorrenti realizzavano per incatenare in fattura le persone e che lui immancabilmente riusciva a liberare con potenti contro-incantesimi. Oltre alle ghirlande di piume, c’erano anche riti effettuati in corrispondenza di incroci, in cui si utilizzavano candele e si facevano bruciare capelli e parti di vestiario appartenenti al malcapitato oggetto dei sortilegi.

Daniela Querci

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29 gennaio 2015 Daniela Querci

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