Bevagna,
da Atene a Zuara

Quello di imporre ai propri figli nomi insoliti, mica è solo vezzo di aristocratici o follia da star. È la mania di una città intera: Bevagna. Che sia fiocco rosa o blu, l’anagrafe di Bevagna ha registrato i nomi più bizzarri presi in prestito dai poemi epici o più in generale dalla storia più ridondante della nostra civiltà. A raccontare questa stravaganza dei bevanati, non ancora definitivamente spiegata, ci pensò nel 1956 quel maledetto toscano di Curzio Malaparte, in uno dei suoi sconsiderati paradossi. Quando il bevanate Agostino Mattoli, medico di Giolitti, e uno dei padri dell’omeopatia italiana (antenato di Mario Mattoli, prolifico regista di Totò), gli fece conoscere Bevagna, lo scrittore pratese rimase di stucco nel sentire “da porta a porta, da finestra a finestra, da cantonata a cantonata e dal forno alla fontana, dal lavatoio alla cucina, dalla stalla al frantoio, Temistocle chiamare Cassandra, ed Elettra Agamennone, ed Ecuba Astianatte e Tiresia Antigone.” Già allora, negli anni Venti, a Bevagna non si arrendevano alla banalità dei soliti Giuseppe e Maria, Giovanni e Federica. Questa tendenza, ancora oggi in voga, costituisce probabilmente l’eredità della Repubblica Romana giacobina del 1798, casualità negli anni in cui fu presidente del senato il bevanate Alessandro Aleardi. La romanitas, tornata in auge con il fascismo e con la guerra, spinse il podestà Ferruccio Mattoli a presentare la richiesta di poter mutare il nome della città in Mevania, in ricordo delle glorie di un passato lontano ormai duemila anni. Questa ventata di retorica laicista e repubblicana, che all’epoca imperversava in tutto lo Stato richiamando alla classicità, trovò a Bevagna terreno fertile per il peso culturale delle famiglie più colte ed anticlericali, che di riflesso condizionarono le scelte delle classi meno agiate del territorio comunale. Da qui la propensione dei bevanati a battezzare o denunciare all’anagrafe nomi esclusi dal calendario liturgico. Ma prima ancora Bevagna, in origine centro umbro e poi municipio, era già fortemente radicata nella sua romanità, basti pensare che lo stesso falsario e medico Alfonso Ceccarelli, decapitato nel 1583 a Castel Sant’Angelo, impose ai figli i nomi di Socrate, Pannonio e Filogenia. Bevagna mai scontata, costruttrice geniale delle sue piccole grandi cose immortali, come il suo eccellente patrimonio onomastico in grado di superare la dilagante modernità. Nella ricerca dei gloriosi nomi ci facciamo aiutare da Luigi Frappi, il pittore di questa fortunata porzione di terra, dei cui sublimi paesaggi presto rimarrà traccia solo nelle sue tele. Dopo aver spulciato nel suo albero genealogico, ricco di Cunegonde e Archimedi (i nonni)  lasciamo il suo atelier di via del Cirone. Ci rincorre l’eco dei Tamiride, Demostene, Ariodante, Ermogene, Sparta, Atene, Teodolinda, Clorinda, Zenobia e Zuara, fascia i campanili, percorre il corso, raggiunge i vicoli più nascosti. Due bambini in piazza Silvestri si rincorrono, giocano, si spruzzano l’acqua vicino alla fontana. La mamma, da lontano, li richiama: “Jonathan smettila, non tirare le trecce a Samantha!”. La vulgaritas del ventunesimo secolo ha toccato anche Bevagna. Altro che Epaminonda.   

Francesca Felicetti

(20 maggio 2014)

18 maggio 2014 Francesca Felicetti

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