
Assisi non è mai stata una città semplice con un’identità unica. Né al presente né in passato.
Fin da epoche remote, in cui l’uso del territorio differenziava gli abitanti che, pur divenendo cittadini, erano ancora rudi pastori e agricoltori, conservando i propri rapporti con la montagna. Poi la guantata dominazione dei romani ha cambiato il volto al giovane insediamento urbano e lo spirito agli umbri, romanizzandoli con un robusto innesto di malta e pietre, a formare contenitori di una cultura assolutamente diversa.
Una semplificazione è sopraggiunta con la caduta dell’impero, ma dei suoi effetti resta difficile la lettura: la lacunosa documentazione e gli sforzi degli studiosi non ci restituiscono abbastanza l’immagine di un centro spopolato e inerte fin oltre il 1000, tempo fino al quale si protrae l’impronta longobarda, ultima di una serie di dominazioni “barbariche” che, agendo su un territorio già disabitato e immiserito, ne hanno prosciugato la complessa identità.
Con il nuovo millennio si avrà una ripresa economica e sociale e gli appetiti politici pontifici rivolti alla città risorgono in seguito agli interessamenti svevi, creando contrasti di potere “fecondi” che si risolveranno in una scelta di autonomia concretizzatasi con il Comune, all’alba del 13° secolo. Ma si manterrà una vitalità esigua, giacché la volontà di dominio di singoli e di istituzioni, civili e religiose, ne limiteranno continuamente l’indipendenza.
In concomitanza con la nuova realtà l’astro di S. Francesco – a cui si assomma quello altrettanto sfavillante di S. Chiara – avrà un’influenza smisurata nei comportamenti spirituali e collettivi, ma anche nell’arte, nella musica, nell’economia, esibendosi in un segno verificabile ancor oggi nel versante edilizio architettonico ed estroflettendo un’immagine che, seppure con effetti discontinui, s’irradierà verso il mondo intero.
È onesto dire che il Santo e la città non hanno mai coinciso, se non per la rappresentazione che se ne è fatta e questo, ad onor del vero, non certo per volontà del Poverello, bensì per iniziativa dei suoi lungimiranti seguaci, in ciò subito ben sostenuti dalla Santa Sede.
Fasi controverse, con al centro la religione, si alterneranno con i secoli che concludono il medioevo, durante il quale la vivacità si attenua fin quasi a spegnersi nei decenni a venire.
I rari sussulti dei secoli XVI e XVII sono resi evidenti dai maestosi palazzi gentilizi che ornano la via Superba, emergenti su un’assopita socialità, sfibrata economicamente, quasi affatto priva di industrie e commerci, assorbita totalmente nella sfera spirituale e di governo della Chiesa. Un arretramento drammatico nei decenni successivi, che porta la città sulla soglia dell’abbandono, anche agli occhi dei visitatori del “grand tour”, a cui fa argine la presenza del Sacro Convento.
La ripresa è favorita dall’ardore filo medievale e neofrancescano, suscitato da intellettuali italiani e stranieri, il cui slancio produrrà una riproposizione dei valori custoditi all’interno delle mura e nei suoi dintorni, con esiti a volte discutibili filologicamente, ma senz’altro efficaci.
Sarà come un disvelamento, come se agli occhi del mondo fosse stata tolta la cataratta e Assisi fosse improvvisamente apparsa nella sua bellezza contrastata da macerie e dolori, ma intatta nel suo impianto unico.
Nel XX secolo il francescanesimo e i suoi effetti si affermano a tappe forzate.
La potente attualità del messaggio evidente o latente nei lasciti del Serafico padre, agisce su intelletti e coscienze, esercitando un magnetismo perfettamente integrato dal carattere della città, che nelle menti dei pellegrini visitatori esprime una totale identità col suo santo. Tanto che la percezione della drammaticità del sisma che la colpisce alla fine Novecento – il territorio ne era soggetto, la storia degli ultimi secoli ne ricorda decine, anche devastanti – tende ad amplificare il senso di tragedia.
Perché Assisi è un simbolo e come tale sottoposto ad un governo di ambiti di coscienza diversi, vincolato ad una sensibilità dilatata; esprime, in tante parti del pianeta, la pace, la religione, l’arte, l’ecologia, qualità “trasversali” tutte riferibili, secondo convinzioni ormai consolidate, a S. Francesco e quindi impregnanti tutta la città nelle sue pietre e nella sua luce, tanto che percorrendo le sue vie, o osservandola, anche da lontano, o semplicemente immaginandola, se ne possono scorgere le tracce.
Enrico Sciamanna














