Un tulle, un teatro e una danza

Rubrica La Lettera1

L’idea di scrivere questa “nuova” lettera è arrivata rovistando in un cassetto.
Mi è capitato infatti di ritrovare, così, proprio per caso, un prezioso oggetto avvolto in una leggera velina bianca: un fazzoletto di pizzo. Si tratta di un manufatto di quella che viene definita “ars panicalensis” ossia ricamo a mano su tulle, tipico di Panicale.
Questo velo impalpabile finemente ricamato mi ha ricordato appunto Panicale che frequentai, un po’ di tempo fa per motivi professionali e, proprio in quell’occasione, mi venne donato.
È stato automatico, quindi, trovarsi a scorrere le immagini legate a questo piccolo borgo medievale, distante solo 30 km da Perugia, adagiato su morbide colline che digradano verso il Trasimeno di cui, dall’alto, si possono ammirare magnifici panorami.
Prima, però, di mettere mano a questa lettera sono salita in macchina per tornare a rivedere, a distanza di tempo, questo splendido luogo e ricomporre le idee in proposito.
Sono arrivata nella piazza brulicante di turisti, quasi tutti stranieri dotati di macchine fotografiche, guide turistiche e…tanto entusiasmo!
“There are a lot of museums….” mormora una turista davanti alla aggraziata segnaletica museale.
Affascinata da questa animazione inizio il mio breve tour. Panicale è una delle più belle terrazze naturali dell’Umbria.
Il suo centro storico ha mantenuto intatto l’impianto di borgo murato medievale imperniato su tre piazze centrali, comprese tra porta Perugina e porta Fiorentina, a tre differenti livelli e raccordate da un’unica strada.
Qui il fitto tessuto edilizio si aggrega secondo coordinate spaziali due-trecentesche, con un impianto “avvolgente” al culmine del pendio.
Proprio così: fitto tessuto edilizio… incredibilmente sorprendente!
Nella piazza più in basso, piazza Umberto I, si trova il Palazzo Pretorio di origine trecentesca e la cisterna ottagonale in travertino realizzata nella seconda metà del Quattrocento e trasformata in fontana nel 1903.
Nella seconda, l’ imponente Collegiata di S. Michele Arcangelo, valido esempio del barocco umbro.
Nella terza, la più alta di Panicale, lo “svettante” Palazzo del Podestà, edificio del XIV secolo, con finestre a doppia ogiva ed un alto campanile che si scorge fin da sotto la valle.
Qui, dall’alto, la vista spazia sul lago Trasimeno e le terre di confine tra Umbria e Toscana.
Dopo essermi aggirata per un po’ di tempo nel fantastico borgo ho pensato che, se dovessi dare indicazioni ad un viaggiatore che volesse visitarlo, mi servirei, in estrema sintesi, di tre elementi irrinunciabili: un tulle ricamato, uno splendido teatro e una fantastica danza.
Ma procediamo con ordine.
Appena al di fuori della porta Fiorentina si trova la chiesa rinascimentale di S. Agostino. Al suo interno è ospitato il Museo del Tulle intitolato ad “Anita Belleschi Grifoni”. Il ricamo su tulle di Panicale deriva da antiche tradizioni locali. Questa tecnica, molto diffusa nell’800 dopo l’invenzione del telaio per tulle meccanico (1809), rappresentava un modo veloce per la produzione di pezzi simili al merletto ad ago. Intorno al 1920 fu rielaborata da Anita Belleschi Grifoni, che ne perfezionò la lavorazione fondando anche una scuola di ricamo su tulle, a cui diede nome “Ars Panicalensis”.

La scuola di ricamo offrì la possibilità a molte donne panicalesi di compiere un primo passo verso l’indipendenza economica. L’esecuzione di questo tipo di ricamo necessita di un’imbastitura su un doppio supporto costituito da carta oleata (disegnata) e carta da pacchi. Il ricamo si esegue ad ago con punti filza e differenti retini per produrre effetti di vuoti/pieni e chiaroscuri. Fiori, medaglioni a retina, uccelli del paradiso, volute barocche, sono i soggetti privilegiati dell’ “Ars Panicalensis” uno tra i ricami a mano su tullepiù ricercati. Niente macchine da ricamo quindi, ma solo lacreatività e abilità manuale.
Tornando all’interno del paese,nelle vicinanze di San Michele Arcangelo, si trova il teatro intitolato a Cesare Caporali, poeta nato a Panicale nel 1530 e deceduto a Castiglione del lago nel 1601. Si tratta di uno dei più piccoli teatri dell’Umbria.

Realizzato in legno e decorato interamente a stucchi è un vero piccolo gioiello architettonico del XVIII secolo, costruito nel 1786 e rifatto dall’architetto Giovanni Caproni nel 1858. Ha una struttura a ferro di cavallo e contiene 154 posti. Conserva il sipario di Mariano Piervittori (1869) che rappresenta l’ingresso a Perugia di Boldrino, il temibile capitano di ventura.
Sui parapetti dei palchi sono visibili una serie di monocromi incorniciati da volute e grifi, raffiguranti vedute del lago Trasimeno. Questo per richiamare la realtà esterna attraverso scorci paesaggistici tipici del luogo.
Uscendo da Porta perugina (in direzione Belvedere), all’interno dell’oratorio di San Sebastiano, è custodito un capolavoro. Si tratta dell’affresco dipinto nel 1505 da Pietro Vannucci, detto il Perugino, che raffigura il Martirio di san Sebastiano, il militare romano condannato alla crivellatura di frecce a causa della sua fede cristiana.

Contemplarlo è vera emozione. Il “Martirio” è strutturato in base a figure geometriche. La più visibile è la piramide formata dai quattro arcieri e da Dio.
In alto, sotto una sorta di timpano decorato da bassorilievi dipinti, si trova il Padre Eterno benedicente, entro un nimbo luminoso circondato da cherubini e serafini, il santo che gli rivolge lo sguardo.
Al centro di un prospettico pavimento a riquadri si trova un ampio basamento dove Sebastiano è legato a una colonna, mentre tutt’intorno, in bilanciate posizione simmetriche, quattro aguzzini lo stanno colpendo con le frecce.
E’ impaginato su due punti diversi di prospettiva e la grandiosa scenografia architettonica esalta la gestualità ritmica.
Più che a una scena di martirio, l’atmosfera fa pensare a una performance teatrale, ad una vera e propria danza degli arcieri intorno al corpo nudo e, per la verità, anche poco sofferente di San Sebastiano.
E’ la lievità del Rinascimento, che il Perugino interpreta al meglio,avendo qui raggiunto la piena maturità artistica. L’artista rende gli arcieri figure vive e danzanti che con la loro danza, completata dai due angeli che accorrono intorno al santo che riceve le frecce, conferisce movimento alla scena che altrimenti risulterebbe dominata da un senso di pacata tranquillità, alla ricerca di una forma idealmente perfetta.
Sullo sfondo della scena si possono osservare solenni archi oltre i quali si distende un dolcissimo paesaggio che “sfuma” a perdita d’occhio. Il panorama è quello splendido, verso il Trasimeno e la Valdichiana, che si può ammirare appena usciti fuori dalla chiesa.
Sto per lasciare questo fantastico borgo dopo aver più volte rimirato il Trasimeno.
Mi concedo ancora un ultimo, piacevolissimo giro in piazza Umberto I in questa calda, dolce serata estiva.
Questa volta la mia attenzione è catturata dal ristorante con minuscolo terrazzo, 6 piccoli tavoli, lume di candela, molto romantico. Sono sola questa sera e… non si può! Ma tornerò. Presto!

Laura Fratini

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