Aprile, la rinascita

Aprile è il mese “che apre” le porte della bella stagione. I fuochi di purificazione e le processioni della Settimana Santa affondano nella notte dei tempi. Si tratta di fuochi catartici e movimenti che sollecitano il risveglio della natura, con esplicito simbolismo di nascita-rinascita cosmica, ben evidente nell’uovo benedetto della colazione pasquale, nella croce simbolo solare e “albero della vita” (morte, resurrezione e redenzione), nell’offerta di ciambelle infilate in bastoni lisci (simbologia sessuale). È anche tempo di divinazioni, come mostrano le inchinatedella Valle Umbra (Cannara, Bastia), dove l’andamento più o meno buono della stagione agricola dipende dal sincronismo dei reciproci inchini fra le statue della Madonna e del Cristo Risorto. Traducendo dal simbolismo magico: sincronismo vitale tra acqua e sole.
 
L’aspetto penitenziale di molte processioni del Venerdì Santo, codificato in devozioni disciplinari nel Medioevo, non nasce dal nulla: ne troviamo anticipi nelle pratiche flagellanti e autoinvalidanti (evirazione) durante le processioni in onore di Attis e Cibele; Plutarco racconta inoltre che durante le mietiture gli uomini sterili venivano frustati ritualmente al grido di “Stai lontana, carestia!”, per scacciare le forze maligne che potevano compromettere i raccolti.
 
La circolarità rituale di tutte le processioni è la rappresentazione simbolica del percorso solare.
 
Cecilia e le rocce La festa di Santa Cecilia di Montelovesco è da riferire a un precedente culto femminile delle rocce e delle acque e perciò legato alla fertilità. Da tempo immemorabile giungono pellegrini alla grotta della santa, aperta su un orrido che sovrasta il torrente Mussino, da cui precipita una cascatella derivante da una sorgente perenne; alla confluenza di quest’acqua miracolosa col Mussino si trovano le “tazze di Santa Cecilia”, tre pietre con le impronte del cavo delle mani della santa.
 
I fuochi di San Giorgio La sera del 23 aprile a Torgiano vengono accesi fuochi propiziatori contro la carestia e contro le malattie delle piante, in particolare delle viti. Il rito, di origini arcaiche, è stato ripreso nel 1968 grazie all’iniziativa di una ricostituita “Compagnia dei Tavernieri e Vignaioli”, i cui membri devono togliere un tizzone ardente dal ceppo di Natale, da utilizzare per l’accensione delle cataste di fascine erette coi sarmenti delle potature.
 
Cantamaggio “Cantare il maggio” vuol dire andare per le campagne in gruppi di cantori e suonatori con fisarmoniche, organetti, tamburelli o cembali, etc., per augurare di casa in casa una buona stagione, ricchezza, armonia, amore e fertilità; è un canto “di questua” cui corrisponde una forma di scongiuro nel momento in cui ai “maggiaioli” vengono offerti doni alimentari da parte dei ben augurati. Il ritmo dei canti di maggio è quello del saltarello.
 
Nell’antichità Protagonisti di questo mese erano Flora e Cerere. Flora è “la fiorita”, dea italica che protegge le nuove gemme e le fioriture primaverili. Durante le sue feste le meretrici si esibivano in libagioni, spogliarelli rituali e giochi sfrenati che esaltavano la sessualità femminile naturale, istintiva, contrapposta a quella familiare delle matrone. Cerere è una grande dea madre, l’energia feconda, garante della fertilità e delle messi. Proteggeva anche l’amore, la pace, la giustizia e la plebe, dalla quale era venerata insieme a Libero e Libera (la triade cereria o plebea). Come Dea Dia era invocata nelle Ambarvalia, processioni di purificazione intorno ai campi per propiziare i raccolti. Madre di Proserpina, la terra vergine che accoglie il seme, Cerere era raffigurata con una corona di spighe: a lei infatti venivano offerte le praemetiae (letteralmente le prime mietute o primitiae, le primizie, cioè le prime spighe mietute.
 
Il nome Ceres, Cerere, prima di diventare femminile, era un antico neutro (come Venus, Venere), quindi rappresenta un passaggio grammaticale preceduto da una divinità maschile corrispondente all’umbro Cerfo, principio della crescita (“il Creatore”, “l’Accrescitore”) e al latinoCerus Manus, “il Buon Creatore” invocato dai Salii.
 
Le stesse Cerialia, feste di Ceres, corrispondono alle umbre Cersias, “feste di Cerfo”. Alcuni sostengono che questo nome sia alla base della festa dei Ceri di Gubbio, nome che poi sarebbe stato contaminato dall’offerta di candele di cera.
 

Giancarlo Gaggiotti

Tag:
3 aprile 2017 Giancarlo Gaggiotti

Articoli Recenti