Acquasparta nel cuore

Federico Cesi era per me, soltanto e non è poco, l’amico di Galileo Galilei; era il giovane diciottenne fondatore della – per secoli ed ancora oggi – prestigiosissima Accademia dei Lincei, ufficialmente inaugurata il giorno di Natale 1603 ; e la Lince – sapevo – aveva dato nome alla Accademia per il suo essere animale dalla grande acutezza e lungi-miranza di sguardo, che ben si addice a rappresentare lo studio approfondito e scientifico della Natura.

Questo, e non altro, è stato, per me e per tanti anni , Federico Cesi. Sì, sapevo, incidentalmente, che era di famiglia umbra (Principe di Acquasparta il padre Federico e Orsini di Todi la madre Olimpia ), ma sapevo essere romano, nato a Roma e a Roma avere fondato la sua prestigiosa creatura.

Il desiderio e l’occasione di approfondire e meglio conoscere la vita e le opere del Cesi sono collegati , casualmente proprio nella via Cesi, alla apertura a Roma della prima sede nazionale de La Rete, movimento politico degli anni ’90 che mi ha visto tra i suoi fondatori.

Questo per me Federico Cesi.

E l’Umbria? Cosa era per me l’Umbria? L’Umbria per me era Perugia, era Assisi, era una parte di Italia ricca di storia, cultura, arte e tradizioni, dove talora i miei genitori portavano noi figli ragazzini a conoscere monumenti, personaggi e luoghi, oggetto di studio a scuola.

Assisi, in particolare, era riferimento per la pace francescana che si fa cultura e vita quotidiana, era meta talora di miei giovanili veri viaggi-pellegrinaggi di fede e, ancor più spesso, evocata nelle conversazioni domestiche a Palermo, in ragione di alcuni affreschi dedicati ad un Cavaliere legato alla storia familiare di mia madre, attribuiti a Giotto e collocati nella Basilica Superiore.

Questa per me era l’Umbria.

Sì, a scuola avevo anche studiato che in Umbria vi è oltre la provincia di Perugia, anche la provincia di Terni….ma Terni per me – lo confesso – era soltanto un paesaggio di transito verso Perugia, verso Assisi, verso quella che per me era l’Umbria.

Ho coltivato, per anni, due mezze conoscenze : la conoscenza dimezzata di Federico Cesi a me noto per riferimenti a Roma e la conoscenza dimezzata dell’Umbria a me nota per riferimenti a Perugia e Assisi.

Il mio bagaglio di conoscenza si è completato quando, nel 1990, vengo invitato ad Acquasparta a presentare il mio libro “Palermo”.

Arrivato ad Acquasparta, con grande ritardo, in un giorno di tempesta, vengo accolto dal giovane organizzatore dell’evento, acquaspartano doc che avrebbe poi con me condiviso esperienze de La Rete e de La Retitudine. Mi ritrovo, così, tra tanti intervenuti stipati dentro e fuori la Sala del Trono di Palazzo Cesi.

Palazzo Cesi? Sì, Federico Cesi – apprendo – è morto in questo Palazzo, ad appena 45 anni, nel 1630 il 1 di agosto (una data che non posso dimenticare e che mi “costringe” ancor più a prestare attenzione a questo aristocratico intellettuale umbro: essendo io nato il 1 di agosto!).

Sono rimasto colpito dalla straordinaria normalità e dalla modesta grandezza del Palazzo e dell’antico borgo circostante e mi è parso normale pensare di trascorrere, in quella grande e nascosta realtà, qualcosa di più di qualche ora di frettolosa presenza.

A me, che non sono certo abituato – anche per non irrilevanti ragioni economiche – ad acquistare immobili e palazzi, è apparso naturale individuare nell’antico centro di Acquasparta il luogo dove trascorrere ore di tranquillità, in un tempo della mia vita che ricordo essere stato niente affatto tranquillo.

Al mio “Palazzo“, non lontano da Palazzo Cesi, nel vecchio ghetto (il più povero e abbandonato dei quartieri cittadini) si accede soltanto a piedi o con piccoli carri ieri e oggi con piccole moto Ape di Mario e di altri borgatari: accesso e transito di automobili non sono consentiti non soltanto per rispetto di ordinanze del sindaco, ma piuttosto dalle dimensioni assai ristrette di vie, di vicoli e di qualche slargo presuntuosamente definito Piazza.

In quel “Palazzo“ (tre stanze in tutto o meglio una cantina e due stanze, una sull’altra, su tre piani, appunto) cielo/terra, a giustificare la presuntuosa e ironica definizione di “Palazzo”, ho trascorso e trascorro ore di normale straordinarietà e di grande modestia, arricchite da deliziose conversazioni al bar, all’edicola, in tabaccheria, al mercato settimanale in piazza, all’Ostello, dal barbiere Lallo, in piazza Cesi e per strada e ho trascorso, e trascorro ancora, ore arricchite da canzoni, voci e musiche rumene e arabe di quanti, come me, vivono in quel centro storico per anni abbandonato e svenduto dagli acquaspartani, poi ristrutturato e vissuto da me e da rumeni ed arabi ed oggi ammirato da tanti visitatori stupiti per il ricorrere tra gli abitanti nel borgo dei nomi Yon e Mehmet, Alina e Fatima, Leoluca e Petru…

Sempre più numerosi sono i visitatori che, se italiani, vengono dagli acquaspartani definiti tutti comunque “romani “ quasi ad esorcizzare la preoccupazione, tutta ternana, di una “invasione“ proveniente dalla megalopoli Roma.

Quella preoccupazione è stata, sino ad ora, mitigata e fugata, pur essendo il ternano un popolo straordinariamente accogliente. Ed io, con gli altri nuovi residenti del centro, posso confermare, con ammirazione e gratitudine, e sono conferma vivente, quanto dolce e forte è la sensibilità e cultura dell’accoglienza ternana per chi pure ha il difetto di…non essere nato nel Ternano.

Tanto accoglienti per chi viene da fuori e tanto orgogliosi della identità per chi è nato in questo territorio: una lezione quotidiana per quanti si ostinano a ritenere incompatibili accoglienza e radici.

La “Ternitudine“ , espressione sussurrata con orgoglio, è, pertanto, rispetto per le radici, ma anche termometro della volontà di non essere assorbiti dalla realtà perugina, assai ricca di tutto e dominante nella Regione.

Potrei elencare il tanto di monumenti e borghi, di cascate e di tartufi, di acque e di arte, di industrie e di agricoltura del Ternano; restando nel micro-macro-cosmo acquaspartano, ricordo la splendida Portarìa, Porta dell’aria per la sua posizione e la suggestione per me del richiamo alla sicilianissima Bagheria, in arabo Baharìa Porta dell’aria, anche essa.

Non so quanto queste mie parole sono appropriate per un sito che promuove turismo in Umbria: posso, soltanto, aggiungere, per la mia modesta esperienza umana, che l’Umbria se non ci fosse andrebbe inventata e ciò nell’interesse dell’intera Italia e Terni se non ci fosse andrebbe inventata e ciò nell’interesse dell’intera Umbria, anche nell’interesse della realtà perugina.

A conferma della possibilità di meglio comprendere Perugia e Assisi , passando per la Ternitudine, posso ricordare , con orgoglio e gratitudine, che mi è stato assegnato – nel 2006 – il riconoscimento “Umbria nel cuore“…nella splendida Corciano, in provincia di Perugia!

Leoluca Orlando

17 luglio 2015 Leoluca Orlando

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