Una lettera autografa di San Francesco a Frate Leone

SPOLETO – L’intera Umbria è un grande itinerario francescano. Quasi dappertutto emergono le testimonianze del passaggio e della predicazione evangelica del Poverello: Assisi, Gubbio, Perugia, il Trasimeno e Piandarca, tra Cannara e Bevagna.
E poi Montefalco, Nocera Umbra, Todi e Deruta e le valli del medio Tevere verso Città di Castello e Umbertide. O quelle del Nera, da Monteleone, Monteluco, il Ternano ed il Narnese e Alviano e Amelia fino a Lugnano in Teverina: ovunque vi sono memorie di eventi miracolosi operati dal santo e le rappresentazioni pittoriche che li descrivono, firmate da artisti di ogni livello ed epoca.

In chiese grandiose e piccoli santuari, antichi spechi, romitori, eremi, conventi che portano il nome di San Francesco e reliquie del suo passaggio. Tutta l’Umbria, con il suo incomparabile teatro naturale, paesaggistico, socio-culturale ed umano, dopo quasi otto secoli è ancora permeata da questa eccezionale figura religiosa e molti luoghi raccontano gli episodi di una vita assai breve (24 giugno 1182 – 4 ottobre 1226) ma intensissima, che ha segnato in modo indelebile la storia mistica di questa terra.

I sogni premonitori a San SabinoIl legame storico tra San Francesco e Spoleto è ben conosciuto: “Nihil jucundius vidi valle mea spoletana” è la frase tradizionalmente attribuita al Santo, che amò profondamente la bellezza dei monti, dei corsi d’acqua e delle antiche foreste che circondano la città e che per Francesco erano una delle più gioiose rappresentazioni del creato e di Dio. Ma, proprio a Spoleto, secondo le molte agiografie del Poverello, avvenne la sua cosiddetta “prima conversione”, quando, intorno al 1204, Francesco si mise in viaggio da Assisi alla volta di Lecce per raggiungere la corte di Gualtieri III di Brienne, per muovere, insieme ad altri cavalieri cristiani, alla volta di Gerusalemme.

Francesco, ancora sofferente dopo la terribile carcerazione perugina (1202-1203), subita dopo la sconfitta dell’esercito assisano a Collestrada, appena intrapreso il cammino per unirsi ai Crociati, nuovamente malato, aveva fatto sosta presso l’abbazia romanica di Santo Savino o Sabino, vescovo spoletino e martire sotto le persecuzioni di Diocleziano (III sec.).
In questa antica chiesa immersa nella campagna spoletina, i “milites della Cristianità” usavano recarsi per ottenerne protezione e gloria in battaglia. A Spoleto, accampato presso l‘antica abbazia, Francesco ebbe due sogni o visioni che gli fecero abbandonare l’ideale cavalleresco e ritornare ad Assisi.

Nel primo, secondo le agiografie e la rappresentazione che Giotto ne fa nella Basilica Superiore di Assisi (la terza delle ventotto scene delle Storie di S.Francesco) gli apparve un grande castello pieno di armi e ricchezze e udì una voce che gli profetizzava che tutto ciò sarebbe stato suo. Nella seconda rivelazione, la stessa voce gli chiese se secondo lui era più utile servire un signore o il suo servo. In sogno, Francesco risponde : “Il signore!”. E la voce: “E allora perché lasci il principe per seguire il suo servo? “ E Francesco: “Signore cosa vuoi che io faccia?“ “Ritorna nella tua città perché là ti sarà detto cosa devi fare, gli risponde la voce.

Come Saulo di Tarso sulla via di Damasco, San Francesco, dopo questa seconda rivelazione, non è più l’aspirante miles crociato che sogna la gloria nella conquista di Gerusalemme: sceglie Cristo nell’abbraccio con gli ultimi, i deboli, i poveri e i lebbrosi.

E spesso tornerà o passerà per Spoleto, al di là delle successive evangeliche peregrinazioni verso Roma (la via francigena di San Francesco). E’ nota la sua visita sulla montagna che domina l’acropoli spoletina, il Monteluco, già antica sede, sin dal V secolo, di una vasta comunità eremitica. E la fondazione, nel 1218, in cima al monte ed ai limiti dell’antico “bosco sacro”, di un primitivo cenacolo francescano, poi trasferito nella cappella di Santa Caterina d’Alessandria donata al santo dai Benedettini.

Il piccolo convento francescano di Monteluco, ancora esistente, è oggi un noto santuario francescano, spesso citato come “La Porziuncola di Monteluco” e conserva alcune celle claustrali attribuite all’antico cenobio.
Sin qui le note spoletine, nella pur breve vita, ma gigantesca vicenda spirituale del Poverello di Assisi e della sua passionale opera per ricondurre la Chiesa verso i valori originari del Cristianesimo, testimoniati dal Vangelo.

Una storia umana e spirituale, quella di Francesco d’Assisi, quanto mai attuale, oggi che, anche il cardinale Jorge Mario Bergoglio, eletto nel conclave del 13 marzo 2013, ha scelto il nome di Francesco, la prima volta nella storia del cattolicesimo, per essere il 266° Papa. Una scelta che vuole dichiaratamente significare la volontà forte del pontefice di indicare all’intera comunità mondiale dei cristiani il recupero urgente degli ideali francescani di povertà e di continua ricerca ed aderenza al messaggio evangelico.

L’EPISTOLA CONSERVATA NEL DUOMO Non molti sanno che una delle due lettere del Santo che sono state riconosciute autentiche dagli studiosi e dai paleografi, e quindi rarissima e di inestimabile valore storico e religioso, è conservata e visibile nella cappella delle reliquie del Duomo di Spoleto.
Una “chartula” scritta su un lembo di pergamena ricavata da pelle di capra, quella che poi sarà chiamata dagli agiografi del Santo Poverello come l’Epistola ad fratrem Leonem, una missiva databile dopo la fine del 1223. Ridotte le dimensioni della striscia di pergamena: 13 centimetri per 6. Diciannove righe vergate sul recto, da cui, secondo i paleografi, emerge l’uso di un tipo di scrittura “notarile, una grafia diffusa nei centri urbani minori dell’Umbria fra XII e XIII secolo, di modesta tradizione culturale”.

E questo ben si spiega risalendo alla nascita di Francesco. Il padre, Pietro di Bernardone dei Moriconi, era in Provenza per il suo commercio di stoffe e tessuti pregiati quando il bimbo nacque (forse il 24 giugno 1182). Fu così che la madre, Giovanna de Bourlermont, poi detta Monna Pica, religiosissima e di nobili natali, gli diede il nome di Giovanni, come l’Evangelista. Ma Pietro, al ritorno dalle Francia lo volle chiamare Francesco, secondo la tradizione, in onore della Francia, perché grazie ai commerci in quel paese, dove aveva conosciuto anche la moglie, derivavano tutte le sue fortune.

Dallo scritto autografo risalta come Francesco, figlio di una famiglia assai benestante, possedesse una buona cultura grafica appresa da laico che, nel testo della lettera si somma ad una buona cultura linguistica latina. Un livello di conoscenza del latino probabilmente nato dalla consuetudine con la lettura della Bibbia e dalla abitudine alla liturgia. Secondo la prima Vita di Tommaso da Celano, infatti, Francesco aveva appreso a leggere nella chiesa assisana di San Giorgio il Salterio presumibilmente sul Libro dei Salmi.

Gli storici, spiegano che, anche se la propensione allo scrivere di Francesco ha comunque radici assai complesse, la “Lettera a frate Leone” rientra nella consuetudine monastica delle lettere spirituali. Ma ciò che suscita immediata curiosità è l’argomento, taciuto, del discorso, cui Francesco si riferisce rivolgendosi al confratello . Infatti l’argomento doveva essere tutt’altro che effimero, visto che il santo volle “ufficializzarlo” facendo seguito alla conversazione con la lettera, un documento scritto ed autografato, rivolto a Leone ed agli altri confratelli .

Ciò che colpisce subito è il tono, permeato di commovente fraternitas con cui Francesco si rivolge a Leone, che era il frate più più assiduo e fedele, che lo assisteva e che trascrisse la sua Regola e il suo modo di pregare. Francesco stesso sottolinea che gli parla come una madre “sicut mater”, al figlio:

Frater Leo, frater Francissco tuo salutem et pacem. Ita dico tibi fili mei sicut mater, quia omnia verba quae diximus in via, breviter in hoc verba dispono et consilio, et si dopo tipi oportet propter consilium venire ad me, qui ita consilio tibi: in quocumque modo melius videtur tibi placere Domino Deo et sequi vestigiam et paupertatem suam , faciatis cum beneditione Domini Dei et mea obedientia. Et si tibi est necesarium animam tuam propter aliam consolationem tua, et vis, Leo, venire ad me, veni”.

“Fratello Leone, il fratello tuo Francesco (ti augura) salute e pace. Così dico a te, figlio mio, come una madre: che tutte parole che ci siamo dette lungo la via, le riassumo brevemente in questa sola frase e consiglio e anche se dopo ti sarà necessario venire da me per consigliarti – poiché così ti consiglio – in qualunque maniera ti sembra meglio di piacere al Signore Dio e di seguire le sue orme e la sua povertà, fatelo con la benedizione del Signore Dio e con la mia obbedienza. E se ti è necessario per il bene della tua anima, per averne altra consolazione, e vuoi, o Leone, venire da me, vieni!”.

Ma qual è l’argomento del discorso fatto dai fratres durante il cammino? Come qualche studioso ha ipotizzato, la rarissima lettera autografa cela una misteriosa disputa, interna alla comunitas dei frati minori? Forse c’era un contrasto di interpretazione e obbedienza alla Regola, relativa al voto di castità o a quello di povertà?

Alcuni suppongono che Frate Leone, insieme ad altri confratelli , dato che Francesco, nella seconda parte della missiva passa dalla seconda persona singolare (tibi) alla seconda persona plurale (faciatis), durante il cammino, abbia esposto a Francesco dubbi o quesiti e chiesto consigli sull’obbedienza alla Regola. Chissà? Non lo sappiamo, e, francamente ci sembra poco utile fare ipotesi interpretative troppo aperte e fantasiose: certo è che, all’epoca dello scritto, la comunità dei minores era ormai numerosa ed è chiaro che nel suo interno la pluralità delle idee si esprimesse con un confronto appassionato.

In realtà e a ben riflettere, le varie ipotesi sull’oggetto della conversazione tra i frati passano in secondo piano di fronte alla “serafica” dolcezza con cui Francesco risponde nella piccola pergamena a Frate Leone. Nella musicalità del buon latino di Francesco, ciò che ci colpisce di più è il profumo di cielo.

Vincenzo Cementi

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16 agosto 2015 Vincenzo Cementi ,

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